Nel nuovo piano di emergenza nazionale che i tecnici del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica stanno mettendo a punto, ci sarà spazio anche per il carbone: il più negletto dei combustibili fossili, infatti, è anche l’unico ad avere ancora rotte sicure per giungere a destinazione, strade al riparo dalla guerra che sta infiammando il Golfo. Non passa, insomma, per lo stretto di Hormuz, ma arriva soprattutto da Indonesia, Sudafrica, Colombia e Australia. Essenziali saranno, perciò, le due centrali chiuse ma dormienti dell’Enel, a Civitavecchia (Roma) e Brindisi, pronte a ripartire se il governo chiama.
Ma quali sono le disponibilità dell’Italia? E come e in quanto tempo potrebbe essere impiegato il carbone in caso di insufficienti forniture di gas?
Intanto, è bene precisare che le centrali effettivamente richiamabili in servizio sono due, entrambe di Enel: Torrevaldaliga, a Civitavecchia, e Federico II, a Brindisi. Con una capacità di circa 1,8 Gigawatt ciascuna, metterebbero a disposizione 3,6 Gigawatt alimentati a carbone, ma con una precisazione: i due impianti sono stati chiusi a fine 2025, e sono privi dell’autorizzazione ambientale a bruciare il combustibile, che non sarebbe comunque un ostacolo insuperabile in caso di chiamata in servizio «per «garantire la sicurezza energetica nazionale in caso di emergenza legata al contesto geopolitico, in analogia con quanto disposto dalla Germania per i propri impianti a carbone posti in riserva». Di materia prima, ne è rimasta poca, solo residui della precedente attività, ma anche questo non rappresenterebbe un problema insormontabile. Se le due centrali possono essere definite dormienti e non del tutto fuori gioco è perché non sono state smantellate e non sono intervenuti atti ufficiali di fine attività dalle autorità competenti.
Più semplicemente, Enel ha rispettato le indicazioni del Pniec, il Piano Nazionale Energia e Clima, che ne prevedeva lo stop entro il 31 dicembre 2025 (ed entro il 2028 per quelle in Sardegna, in attesa del completamento delle infrastrutture di interconnessione alla rete nazionale, ovvero il collegamento sottomarino Tyrrhenian Link, e alla metanizzazione della regione).
A togliere dall’angolo il carbone, è stato un emendamento al decreto Energia, approvato con voto di fiducia alla Camera il 31 marzo: l’articolo 5-bis, introdotto in sede di esame parlamentare, proroga al 2038 la graduale dismissione (il cosiddetto phase-out) delle centrali a carbone utilizzate per la produzione di energia elettrica. Un precedente c’è, e risale al 2022, a un altro contesto di crisi energetica, il conflitto Russia Ucraina, quando era stata introdotta una misura di carattere emergenziale e temporaneo per l’utilizzo delle centrali elettriche alimentate a carbone o a olio combustibile, di potenza termica superiore a 300 Mw, «in normale esercizio, per la durata stimata dell’emergenza», in caso di misure di riduzione del consumo di gas contemplate dal piano di allerta nazionale. Gli impianti interessati dal programma erano quelli di proprietà di Enel (Torrevaldaliga Nord, Brindisi Sud, Fusina e Sulcis), A2A (San Filippo del Mela e Monfalcone) ed Ep Produzione (Fiume Santo).
Per il 2025, si prevede che i Paesi dell’Unione Europea abbiano utilizzato 306 milioni di tonnellate di carbone, in calo rispetto agli anni precedenti ma con una flessione molto più contenuta rispetto ai crolli a doppia cifra del 2023 e del 2024. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il rallentamento della discesa era legato a fattori contingenti: minore produzione idroelettrica, periodi di scarsa ventosità e prezzi del gas più elevati nella prima parte dell’anno. Proprio questi elementi hanno dato voce ai sostenitori del carbone, perché la commodity torna ciclicamente alla ribalta come cuscinetto del sistema elettrico anche senza situazioni estreme come quelle di oggi. Ma la situazione sta cambiando a vista d’occhio. In un contesto di carenza di gas, Coal India's, per esempio, ha inizia a registrare aumenti delle vendite di carbone, come non succedeva da sei mesi. (riproduzione riservata)