Che cosa si domanda Wall Street alla vigilia del voto di Midterm del prossimo 3 novembre?
La risposta è semplice: si chiede se i sondaggi della vigilia siano corretti e se siano possibili sorprese, e in particolare se i sondaggi della vigilia possano essere sconfessati dai fatti come è avvenuto nelle ultime due votazioni di metà mandato presidenziale nel 2018 e 2022.
La previsione di massima è quella che i Democratici riconquistino la maggioranza alla Camera mentre al Senato la battaglia sarebbe all’ultimo voto. L’attesa nel Paese è tanto alta se si pensa che giovedì scorso, a meno di una settimana dal voto avevano già votato 43 milioni di americani ed era netto l’aumento di votanti fra gli elettori ispanici.
Wall Street sembra, come spesso accade, concentrata su altro. Ovvero che si sia già posizionata in anticipo sui risultati del voto. L’attenzione è sul debito pubblico americano che per la prima volta dal 1946 raggiunge il 100% del pil, sul furto di 6,3 miliardi di dollari in criptovalute ai danni di Binance e sul titolo Alphabet, capace di perdere quasi 500 miliardi di dollari in un solo giorno di contrattazioni.
Il tutto mentre la rotazione fra i settori leader del listino procede a ritmo molto elevato dall’inizio dell’anno e non accenna a rallentare. E intanto si riscontra una rara divergenza nelle performance dei due settori leader, quelli dei titoli tecnologici e dell’energia.
Al di là delle opinioni dei singoli elettori, anche di quelli che lavorano a Wall Street,
nella cittadella della finanza molti credono che un parlamento con due diverse maggioranze fra Camera e Senato possa essere la migliore soluzione per il Paese. Ovvero possa evitare lo scontro quotidiano fra un Trump repubblicano e due camere in mano ai democratici, e spinga verso un maggiore equilibrio legislativo.
L’alternativa è quella di un presidente senza maggioranza parlamentare e quindi pronto a legiferare senza freni per i prossimi due anni, salvo poi venire frenato a livello giudiziario. O, al tempo stesso, quella di una massiccia azione legislativa dei democratici in materia di regulation finanziaria.
Il capo economista di Loomis Sayles, Brian Horrigan, ricorda che i mercati «in generale preferiscono un governo diviso» con maggioranze diverse nei due rami del parlamento «perché in questo modo i due partiti possono tenere sotto controllo gli eccessi della controparte». Lo stesso gestore sottolinea che i margini di vittoria contano quanto l’esito delle elezioni stesse perché «maggioranze strette tendono a forzare più trattative e cooperazione fra le parti». Mentre una vittoria di stretta misura in uno o più distretti elettorali «aumenta il rischio di nuovi conteggi dei voti e strascichi legali» che porterebbero a un limbo sul piano politico.
Gli strategist di Ned Davis Research (Ndr), che restano leggermente overweight sull’azionario Usa, ricordano che «i mercati hanno prestato meno attenzione» a queste elezioni per due motivi: «Innanzitutto hanno altre preoccupazioni come il conflitto in Iran, gli investimenti in AI e le prese di posizioni della Fed», ma anche perché «dalla prospettiva del mercato i risultati (del voto) sono scontati». E aggiungono che anche nell’incertezza sul risultato per il Senato «alla fine il risultato sarà quello di un gridlock, una sorta di paralisi del traffico, anche al di là di chi controllerà la maggioranza al Senato», ovvero di una presidenza che avrà almeno uno dei due rami del parlamento in mano all’opposizione.
Ancora più importante per il team di Ndr è che «quando il partito del presidente perde la maggioranza alla Camera, questo non blocca un rialzo di fine anno degli indici azionari, anche se lo ha fatto in modo più modesto». Chris Galipeau, capo market strategist di Franklin Templeton Institute offre un altro segnale storico, ovvero che «l’esito del controllo del Congresso ha inciso in misura minima sui rendimenti a 12 mesi» dell’azionario. E quindi «dobbiamo essere consapevoli che sui rendimenti incidono molti altri fattori, in particolare i fondamentali societari, il livello e la direzione dei tassi, la regolamentazione e i cambiamenti delle politiche». (riproduzione riservata)