Gli Stati Uniti di Donald Trump arrivano all’appuntamento chiave delle elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre in un contesto economico e finanziario molto particolare. Da una parte il prezzo del petrolio alle stelle a causa di un conflitto in Medio Oriente innescato dalle mosse di politica estera del presidente Usa. Dall’altra il boom dell’AI, tornata al centro dell’interesse degli analisti per il suo impatto sui conti dei colossi tecnologici. Proprio venerdì 30 ottobre peraltro il Nasdaq perdeva più del 2,5%, scosso dalle pesanti cadute di Amazon e Intel (-30% a metà seduta).
Sullo sfondo ci sono poi le grandi partite di politica monetaria e di bilancio, con il debito pubblico a stelle e strisce che è arrivato a superare il prodotto interno lordo del Paese.
«Gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni con la sensazione diffusa che qualcosa si sia incrinato nel rapporto tra la Casa Bianca e il proprio elettorato», commenta Sara Amato, head of investment specialists Italia di Pictet Wealth Management. Eppure, per un investitore azionario la prima metà del secondo mandato del tycoon è stata prolifica. Un investimento in un Etf sull’S&P 500 in euro fatto a novembre 2024 (il mese in cui Trump è stato rieletto) avrebbe generato a oggi una performance del 34,4% (tabella in basso). Merito in particolare della corsa dei semiconduttori: un Etf azionario sui chip avrebbe generato, sempre in euro, un rendimento superiore al 150%. Certo è che non tutte le fortune della borsa possano essere attribuite all’operato di Trump. Anzi: alle sue mosse sui dazi prima e sulla politica estera in Medio Oriente poi si devono due delle fasi di maggiore volatilità del biennio.
Così come alcune decisioni di Trump possono costituire una concausa della recrudescenza dell’inflazione, che all’investitore italiano è costata finora più del 5% di rendimento reale in due anni. E il bilancio potrebbe aggravarsi, visto che l’Istat ha calcolato a ottobre un aumento del carovita del 5,4%, ai massimi da tre anni. Senza dimenticare che il dollaro strutturalmente debole nel biennio (nonostante il recente recupero) ha fatto perdere all’investitore in euro tra il 2,5% e il 6% nelle varie asset class rispetto a chi avesse investito in valuta americana.
È in questo ginepraio economico, geopolitico e finanziario che si arriva alla tornata elettorale (si veda anche l’articolo a pagina 25). «Lo scenario più probabile, stimato intorno al 70-80%, è un Congresso diviso, con i democratici in maggioranza alla Camera», evidenzia Donatella Principe, head of global strategy di Intermonte.
Storicamente l’impatto delle Midterm sui mercati è più marcato nel breve periodo ma tende ad assottigliarsi nel tempo. Secondo quanto calcolato da Chris Galipeau, head market strategist di Franklin Templeton Institute, nell’anno successivo alle elezioni di metà mandato con presidente repubblicano dal 1954 a oggi (dieci tornate in totale) i rendimenti dell’S&P 500 sono stati in media del 14,9%, con variazioni minime in base al controllo del Congresso post-elettorale.
Un Congresso diviso «è storicamente visto con favore dai mercati, poiché tende a limitare i grandi cambiamenti politici e a ridurre l’incertezza in materia di tassazione, regolamentazione e spesa pubblica», commenta Ed Al-Hussainy, portfolio manager di Columbia Threadneedle Investments. «Questo scenario sosterrebbe probabilmente gli asset rischiosi, contribuendo al contempo a contenere i timori relativi all’aumento del deficit di bilancio».
Nello scenario centrale di un Congresso diviso, aggiunge Principe, «ci si attende comunque una sostanziale continuità. La Corte Suprema, la più favorevole al business della storia americana recente, ha riconosciuto al presidente il pieno controllo delle agenzie federali, Fed esclusa». Trump potrà quindi «orientare in senso pro-business attraverso i regolamenti in ambiti come nucleare, banche e criptovalute», sottolinea la strategist. Anche una stretta democratica sull’intelligenza artificiale, paventata da alcune mosse come la recente lettera della senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren al ceo di Anthropic Dario Amodei per segnalare tutti i rischi della quotazione in borsa del colosso AI, «appare improbabile: oltre allo scoglio del veto, l’intelligenza artificiale spiega circa un terzo della crescita americana e nessun candidato alle prossime presidenziali vorrà rinunciarvi».
Nonostante i numeri storici parlino di un impatto di medio-lungo periodo pressoché nullo, molti investitori stanno già mettendo mano al portafoglio in vista delle elezioni. Un’analisi di eToro ha svelato per esempio che il 47% del retail italiano ha riposizionato o intende riposizionare i suoi investimenti in relazione al voto di metà mandato. E la percentuale sale addirittura al 68% tra i risparmiatori più giovani.
«Un Congresso diviso potrebbe favorire utility e immobiliare qualora contribuisse a contenere i rendimenti obbligazionari, mentre ulteriori deregolamentazioni repubblicane potrebbero sostenere banche ed energia», spiega Gabriel Debach, market analyst di eToro per l’Italia. «Se invece i repubblicani sorprendessero in positivo i settori tecnologico, industriale e finanziario avrebbero spazio per recuperare», aggiunge Amato di Pictet Wm, che conclude: «In caso di piena affermazione democratica l’attenzione degli investitori potrebbe spostarsi verso healthcare, energia e beni di consumo, considerati più difensivi».
Quali sono a questo punto i titoli da guardare con maggiore attenzione? Nella tabella in basso Francesco Casarella, co-fondatore e amministratore della società di consulenza finanziaria indipendente Colazione a Wall Street Scf, propone tre panieri di titoli di Wall Street: uno in caso di vittoria dei Repubblicani, uno per il Congresso diviso e uno per Camera e Senato in mano ai Democratici. Nello scenario centrale di un Congresso diviso, Casarella privilegia «aziende la cui crescita richiede meno decisioni legislative: Microsoft e Alphabet (reduce però da un pesante tonfo dopo i conti sotto le attese, ndr), i network di Visa e Mastercard, i marchi di consumo di Procter & Gamble, Coca-Cola e Costco».
In caso di doppia conferma repubblicana, aggiunge Casarella, «JP Morgan e Goldman Sachs esprimono la possibile maggiore attrattiva, Caterpillar e Nucor espongono agli investimenti produttivi, Lockheed Martin e Rtx aggiungono esposizione ai programmi militari, pur senza essere beneficiari esclusivi di questo esito». E nel caso di una doppietta Dem? «Privilegiamo reti elettriche, efficienza energetica, infrastrutture idriche», evidenzia il consulente. «Eaton e Quanta rappresentano il bisogno di potenziare la rete, Trane e Carrier quello di rendere più efficienti gli edifici».
Se Wall Street offre generalmente opportunità di investimento in tutti gli scenari, ben più complesso è il discorso sul Treasury. Con il debito pubblico ben sopra i 30 mila miliardi di dollari «i rendimenti sono già sotto stress, l’America ha perso la AAA da tutte e tre le principali agenzie di rating, l’interesse degli investitori internazionali per il T-bond è in calo», argomenta Principe di Intermonte. La parte lunga della curva, le fa eco Amato, «dipenderà sempre più da come Washington affronterà i conti pubblici, più che dalle sole mosse della Fed». In portafoglio, però, «i rendimenti rimangono attraenti rispetto agli standard storici, e i periodi di volatilità legati alle elezioni potrebbero creare opportunità per gli investitori di assicurarsi livelli di reddito interessanti», segnala Al-Hussainy.
E il dollaro? Dopo l’apprezzamento degli ultimi mesi, «se i risultati elettorali fossero percepiti come favorevoli a una crescita più forte e a tassi di interesse più elevati a lungo, potrebbe rimanere resiliente», conclude il money manager. «Al contrario, se i mercati dovessero concludere che la crescita è destinata a rallentare e che la Fed avrà un margine di manovra maggiore per allentare la politica monetaria, il biglietto verde potrebbe indebolirsi». (riproduzione riservata)