La battaglia per il governo israeliano si gioca anche sul tempo a disposizione degli elettori. Il Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu, ha infatti presentato un ricorso alla Commissione elettorale centrale per chiedere di prolungare l’apertura dei seggi, in una giornata caratterizzata da un’affluenza ai massimi da decenni. Alla richiesta si è unito Shas, formazione ultraortodossa alleata del primo ministro.
«Abbiamo presentato una richiesta per prolungare l’orario di voto», ha comunicato il Likud sul proprio canale Telegram. I seggi dovrebbero chiudere alle 22 ora locale, le 21 in Italia. Le due formazioni motivano l’iniziativa con il rischio che gli elettori ancora in fila non riescano a esprimere la propria preferenza.
Dean Livne, direttore generale facente funzione della Commissione elettorale centrale, aveva già dichiarato che le operazioni sarebbero proseguite oltre le 22 nei seggi in cui fossero rimaste persone in attesa di votare.
La richiesta arriva in un momento delicato per Netanyahu: la partecipazione elevata rende più difficile prevedere gli equilibri parlamentari e aumenta il peso della mobilitazione dei diversi blocchi politici. Per il premier, assicurarsi il sostegno del proprio elettorato è fondamentale in una consultazione che può decidere il futuro della sua leadership.
Ma a stretto giro arriva anche la risposta dell partito Yashar di Gadi Eisenkot che si è «opposto fermamente alla richiesta del Likud di prorogare l'apertura dei seggi». Lo ha indicato in una nota lo stesso partito, alla guida di un’ampia coalizione contro il premier Benjamin Netanyahu. «Non si è verificato alcun episodio eccezionale che giustifichi l'accoglimento di tale richiesta, la quale mira a gettare le basi per contestare l'integrità delle elezioni, dando seguito alle menzogne che Netanyahu sta diffondendo fin da questa mattina'», si legge nella nota.
I numeri confermano una partecipazione eccezionale. Alle 16 aveva votato il 55,7% degli aventi diritto, contro il 47,5% registrato alla stessa ora nelle elezioni del 2022. Già alle 14 l’affluenza aveva raggiunto il 44,9%, rispetto al 38,9% di quattro anni prima.
«Non si vedeva un’affluenza così alta a livello nazionale dal 1973», ha dichiarato Livne, sottolineando che i dati hanno superato i precedenti record della Commissione elettorale centrale.
Sono circa 7,3 milioni gli israeliani chiamati alle urne per eleggere i 120 membri della Knesset, il Parlamento nazionale. In corsa ci sono 37 partiti, ma soltanto 13 risultano sopra la soglia di sbarramento del 3,25% secondo i sondaggi.
Il voto, il primo dalle stragi del 7 ottobre 2023, si svolge in un contesto segnato dalle conseguenze della guerra e dalle tensioni politiche interne. La posta in gioco va oltre la distribuzione dei seggi: si tratta di capire se Netanyahu riuscirà a conservare una maggioranza oppure se le forze avversarie troveranno i numeri per costruire un governo alternativo.
Uno dei principali fattori d’incertezza riguarda la partecipazione degli arabi israeliani. Secondo le previsioni dei sondaggisti riportate dalla Cnn, l’affluenza nella comunità potrebbe arrivare al 70%, ben al di sopra del livello di poco superiore al 50% registrato nel 2022.
Un aumento di questa portata potrebbe avere conseguenze dirette sulla composizione della Knesset. In una competizione nella quale nessuno dei principali schieramenti sembra avere una strada sicura verso la maggioranza, il sostegno dei partiti arabi potrebbe diventare determinante per la formazione del prossimo esecutivo.
Tra le formazioni da seguire figurano il Raam di Mansour Abbas e la Lista Comune guidata da Yousef Jabareen. Pur senza una collaborazione formale con i principali partiti, queste forze potrebbero sostenere dall’esterno un governo alternativo a quello di Netanyahu.
All’inizio del mese, Jabareen aveva dichiarato che il suo partito era disposto a fungere da «rete di sicurezza» per favorire l’uscita di scena del premier. Dopo aver votato, Abbas ha invitato i cittadini arabi a esercitare il proprio diritto democratico, indicando tra le priorità della comunità la lotta alla criminalità e alla violenza, il contrasto alle demolizioni delle abitazioni e al razzismo.
Intanto il primo ministro ha anche intensificato gli appelli al voto, invitando i sostenitori del Likud a coinvolgere familiari, amici e conoscenti. «Portate a votare la nonna, la zia, il vicino, niente mare o barbecue oggi», è stato il messaggio lanciato da Netanyahu in un video diffuso durante la giornata elettorale.
Il premier ha inoltre denunciato presunti tentativi di condizionare il voto, sostenendo che la polizia avrebbe arrestato nel sud del Paese tre esponenti del Raam trovati con buste contenenti denaro.
Mentre gli israeliani votano, i mercati registrano un rafforzamento della valuta nazionale. Lo shekel guadagna oltre l’1,2% contro il dollaro e viene scambiato a 3,0419 per un dollaro, raggiungendo il livello più alto dal 6 ottobre.
Il rialzo si verifica in concomitanza con l’elevata affluenza alle urne e con l’incertezza sull’esito della competizione politica.
Da evidenziare che le elezioni si svolgono anche negli insediamenti israeliani della Cisgiordania occupata. I palestinesi che vi risiedono senza cittadinanza israeliana non hanno diritto di voto.
Mentre secondo i dati della Commissione elettorale centrale di Israele, nelle città considerate un bacino di voti per il partito Likud di Benjamin Netanyahu, l’affluenza alle urne alle 16.00 era inferiore alla media nazionale (55,7%). Ad Afula ha votato il 51% degli iscritti, ad Ashkelon il 49%, a Migdal HaEmek il 50%, a Bat Yam il 40%, a Tiberiade il 47% e a Holon il 49%
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