Stellantis crolla in borsa per l’auto elettrica: cosa può succedere ora al titolo secondo gli analisti
Stellantis crolla in borsa per l’auto elettrica: cosa può succedere ora al titolo secondo gli analisti
Dopo aver annunciato 22,2 miliardi di svalutazioni nell’elettrico il gruppo crolla in borsa registrando il peggiore risultato di sempre: -25%. Spaventano gli esborsi di cassa per 6 miliardi. Cosa succederà al titolo? Gli impianti italiani sono a rischio?

di di Andrea Boeris 06/02/2026 20:30

Ftse Mib
45.877,20 6.58.06

+0,13%

Dax 30
24.721,46 23.50.24

+0,94%

Dow Jones
50.115,67 15.14.26

+2,47%

Nasdaq
23.026,20 23.50.24

+2,18%

Euro/Dollaro
1,1817 23.00.40

-0,04%

Spread
62,51 17.29.54

-0,86

L’auto elettrica finisce per essere uno shock addirittura peggiore del Covid e del Dieselgate. È quello che è capitato a Stellantis che, a causa del rallentamento dell’elettrificazione, ha dovuto mettere a bilancio svalutazioni tali da generare il più pesante effetto in borsa della sua storia, più traumatico della pandemia e anche dello scandalo sulle emissioni.

Un tracollo mai visto negli ultimi quindici anni

Il crollo di venerdì 6 febbraio a Piazza Affari, con il titolo arrivato a sfiorare il -30% (e chiudendo la giornata a -25%) dopo l’annuncio di 22,2 miliardi di oneri straordinari, segna uno spartiacque non solo per il gruppo, ma per l’intera industria automobilistica. Mai, nemmeno nei momenti più bui degli ultimi quindici anni, il mercato aveva espresso una sfiducia così netta verso un grande costruttore occidentale, nemmeno nei confronti della principale protagonista del Dieselgate, Volkswagen, che nel settembre 2015 perse sì il 35% in borsa, ma nel giro di più sedute.

Alcuni precedenti storici

I precedenti storici aiutano a capire la portata dello sconquasso. Il 12 marzo 2020, nel pieno del giovedì nero dei mercati causato dal Covid, l’allora Fca perse il 17% in una sola seduta. Il 12 gennaio 2017, travolta dalle accuse di Dieselgate, lasciò sul terreno oltre il 16%. Questa volta la caduta è stata quasi doppia, portando l’azione Stellantis a quota 6 euro e ai minimi dalla nascita del gruppo nel 2021, con oltre 6 miliardi di capitalizzazione bruciati in poche ore. È il segnale che il mercato non sta semplicemente reagendo a una trimestrale deludente. Bensì ha capito che il gruppo sta rimettendo in discussione l’impianto strategico costruito negli ultimi anni, probabilmente in maniera più profonda rispetto alle attese.

L’elettrico, il nodo centrale del problema

Al centro del terremoto ci sono le maxi-svalutazioni legate all’elettrico, che rendono Stellantis il costruttore occidentale con il conto più salato da pagare per il rallentamento della transizione. Con 26,5 miliardi di euro di oneri complessivi, il gruppo supera Ford (19,5 miliardi), General Motors e Volkswagen (circa 6 miliardi ciascuna).

In totale, i big dell’auto hanno già registrato svalutazioni per circa 58 miliardi di dollari, pari a quasi 50 miliardi di euro. E basta questa cifra, da sola, per fotografare meglio di tante parole quanto l’elettrificazione si sia rivelata uno shock industriale e finanziario. Per il gruppo presieduto da John Elkann il problema non è solo contabile. Gli oneri annunciati includono infatti esborsi di cassa per 6,5 miliardi nei prossimi quattro anni, altro elemento che ha colto il mercato di sorpresa e che pesa più delle svalutazioni in sé. La società prevede una perdita preliminare compresa tra 19 e 21 miliardi nella seconda metà del 2025, sospende il dividendo e autorizza l’emissione di obbligazioni ibride perpetue fino a 5 miliardi per preservare la liquidità, che a fine esercizio dovrebbe attestarsi attorno ai 46 miliardi di euro.

https://public.flourish.studio/visualisation/27542226/thumbnail"

I giudizi delle banche e dei gruppi di servizi finanziari

Il ceo Antonio Filosa ha parlato apertamente di una «sovrastima del ritmo della transizione energetica», ammettendo che i piani di prodotto e la catena di fornitura erano stati costruiti (sotto l’ex ad Carlos Tavares) su ipotesi di domanda rivelatesi irrealistiche. È stato un grave errore strategico che oggi impone un reset profondo: piattaforme da ripensare, investimenti da ridimensionare, rapporti con fornitori e partner da rinegoziare. La cessione per un importo simbolico della quota del 49% nella joint venture canadese sulle batterie a LG Energy Solution è un segnale di questa ritirata ordinata dall’elettrico.

Gli analisti riconoscono la necessità della «pulizia», ma restano divisi sulle prospettive. Citi conferma il rating neutral e un target price di 9 euro, sottolineando come la componente di cassa degli oneri sia «decisamente negativa» e come le nuove indicazioni implichino un ritorno al consumo di cassa nel 2026, con anche un 2027 ancora altamente incerto. Oddo ed Equita parlano di una ristrutturazione «molto più ampia del previsto», con un cash-out due o tre volte superiore alle attese del mercato. Intermonte e Banca Akros evidenziano la sproporzione tra l’impatto di cassa e una capitalizzazione che, prima dell’annuncio, era di circa 24 miliardi di euro.

Più ottimista Ubs che vede nell’annuncio l’evento di discontinuità atteso dagli investitori: svalutazioni dolorose ma gestibili, liquidità elevata e un cambio di passo del management che potrebbe favorire il rilancio, soprattutto in Nord America. Da qui la conferma del rating buy e di un target a 12 euro. Ma anche in questo scenario, il recupero del titolo è legato a doppio filo alla credibilità dell’esecuzione.
 

https://public.flourish.studio/visualisation/27542355/thumbnail

La chiusura delle fabbriche resta un punto di domanda

E ora è proprio sul fronte industriale che si concentrano le maggiori incognite. Nelle comunicazioni ufficiali e in call Stellantis non cita mai esplicitamente la chiusura di stabilimenti, ma diversi analisti ritengono che il riallineamento della struttura dei costi non sia ancora completo. Con quote di mercato ridotte e una capacità produttiva costruita su volumi che difficilmente torneranno nel breve, il tema delle razionalizzazioni resta sul tavolo.

Il dossier potrebbe riaprirsi anche in Italia, dove il ridimensionamento dei piani sull’elettrico e lo stop a progetti strategici come quello delle batterie hanno già lasciato il segno. E nella Penisola ci sono cinque grandi stabilimenti che anche nel 2026 probabilmente saranno utilizzati in media a non più del 40% della capacità, ben al di sotto della soglia di sostenibilità. I dati operativi mostrano segnali contrastanti.

Nel quarto trimestre del 2025 le consegne consolidate sono cresciute del 9%, trainate da un rimbalzo del 43% in Nord America e da progressi in Sud America, Medio Oriente e Asia-Pacifico. L’Europa resta però l’anello debole, con un calo del 4% e una pressione competitiva sempre più intensa, soprattutto sui veicoli commerciali leggeri. Ciò rende più difficile difendere margini e occupazione negli impianti europei.

Il nuovo piano industriale atteso a maggio sarà decisivo per capire se Stellantis riuscirà a trasformare lo shock dell’elettrico in una svolta strategica o se il reset si tradurrà in un processo lungo e doloroso, che richiederà ulteriori tagli e sacrifici. Per ora il verdetto del mercato è molto duro: la fiducia è ai minimi e il titolo sconta non solo le perdite record, ma anche l’incertezza su un modello industriale che ha bisogno di essere quasi completamente ripensato. (riproduzione riservata)