Se la crisi causata dalla guerra all’Iran colpirà particolarmente duro l’Europa, nel Continente è l’Italia a subire l’impatto più forte. Secondo le nuove stime macroeconomiche diffuse da Standard & Poor’s all’interno del Global Economic Outlook, la crescita dell’Italia nel 2026 sarà dello 0,4%, un valore dimezzato rispetto alla precedente stima di 0,8%.
Taglio di 4 decimali anche per la Gran Bretagna il cui prodotto interno lordo è atteso passare da 1,4% a 1%. L’Eurozona, secondo l’istituto, dovrebbe fermarsi a una crescita dell’1% (da 1,2% precedente) con un taglio di soli due decimali. Tengono invece la Germania (crescita attesa dello 0,8% con lo stimolo fiscale) e la Francia a +1,9%.
Secondo S&P il conflitto in Medio Oriente «ha determinato il più ampio shcok dell’offerta energetica mai registrato», di gran lunga superiore a quello generato dall’invasione russa dell’Ucraina. Ma se quello ai confini con l’Europa non sembra essere vicino a una tregua, lo scenario base di S&P prevede «una conclusione del conflitto in Medio Oriente ad aprile». Uno scenario avverso, potrebbe tuttavia «amplificare l’impatto macroeconomico e tradursi in un rallentamento globale generalizzato».
A peggiorare il quadro è anche il deterioramento delle condizioni finanziarie. Nel suo Global Credit Outlook, Standard & Poor’s prevede infatti «un indebolimento delle condizioni di credito nei prossimi 12 mesi», con il conflitto in Medio Oriente destinato a fare da catalizzatore per l’inversione del ciclo dopo una lunga fase di liquidità abbondante. La durata della crisi sarà decisiva: uno scenario breve limiterebbe i danni, ma un’escalation prolungata – soprattutto se l’Iran dovesse continuare a ostacolare il traffico nello Stretto di Hormuz – potrebbe tradursi in un impatto molto più profondo.
Il canale principale resta quello energetico. S&P stima per il 2026 un prezzo medio del Brent a 80 dollari al barile, con picchi sopra i 100 dollari, e un gas Ttf europeo intorno ai 18 dollari per milione di Btu. Livelli destinati a mantenere alta la volatilità e ad alimentare nuove pressioni inflazionistiche, anche attraverso effetti indiretti su materie prime come fertilizzanti e filiere agricole.
In questo contesto, crescita più debole e inflazione più persistente rischiano di complicare le scelte delle banche centrali, chiamate a bilanciare il rischio recessione con quello di una nuova fiammata dei prezzi. Nonostante finora la resilienza economica abbia contenuto downgrade e default, S&P avverte che un peggioramento dello scenario energetico o macro potrebbe rapidamente riflettersi sulle prospettive di credito.
L’Europa resta tra le aree più esposte, soprattutto per la dipendenza energetica e per l’impatto sui prezzi del gas naturale liquefatto. Ma le vulnerabilità si estendono anche ad altre regioni, come l’Asia meridionale, segnalando come lo shock in corso abbia una portata sempre più globale. (riproduzione riservata)