Neanche l’ultimo anno del governo Meloni sembra al sicuro dallo spettro zero crescita o addirittura recessione. Dopo essere riuscito a uscire dal pantano del Covid (portando a compimento quanto avviato dal governo Conte II e da quello Draghi), aver affrontato la crisi energetica scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina e lo spettro dei dazi statunitensi, il secondo esecutivo più duraturo della storia d’Italia non si è ancora garantito una strada in discesa verso le elezioni politiche del 2027.
Non è neanche finito il primo trimestre dell’anno e già si sono aggiunte sul tavolo del governo italiano due questioni che vanno a complicare la serie di sfide da affrontare nell’ultimo anno della diciannovesima legislatura. Non solo gli Stati Uniti di Donald Trump hanno deciso di coordinarsi (nuovamente) con le forze israeliane per attaccare l’Iran, ma gli italiani hanno anche bocciato la riforma della giustizia siglata dal governo, facendo vincere il No al referendum costituzionale, con oltre 14 milioni di voti. Concretamente le tensioni in Medio Oriente stanno causando difficoltà nella catena energetica, in primis dovute alla chiusura dello stretto Hormuz, con un effetto a catena che farà impennare l’inflazione in Italia nel 2026 in media al 2,5%, stima il Centro studi di Confindustria. La comunità internazionale, compresa l’Italia, è ridotta quasi a mera spettatrice di decisioni prese sul conflitto in Iran. Diventa dunque difficile fare previsioni o dare certezze ai propri cittadini.
D’altro canto, il repulisti interno alle forze di maggioranza di centrodestra effettuato in ottica giudiziaria nel post-referendum rischia di minacciare quel senso di stabilità politica che ha convinto gli investitori e le agenzie di rating sull’affidabilità italiana, nonostante il debito pubblico record. Ma governo e maggioranza devono assorbire in fretta il colpo arrivato dalle urne perché l'agenda non ammette pause.
La prima scadenza - risolto il dossier nomine delle partecipate - aspetta l’esecutivo subito dopo le vacanze di Pasqua. Si parla del 9 aprile come la data in cui sarà pronto l’aggiornamento del documento di finanza pubblica (Dfp). Il ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti è ben consapevole degli effetti negativi che il conflitto in Iran potrà avere sulla crescita economica italiana «con un impatto più persistente sia sulle condizioni di approvvigionamento energetico sia sulla fiducia di imprese e consumatori», si legge infatti nel programma di emissioni del secondo trimestre 2026 di Via Venti Settembre. Ecco che le stime del pil dovrebbero essere limate nel Dfp dal +0,7%, indicato a ottobre, a circa il +0,5%. Si tratta dello stesso valore previsto dal Centro studi di Confindustria per il 2026 ma solo se il conflitto in Iran dovesse protrarsi solo per un altro mese. Se invece continuasse fino a giugno «è attesa una stagnazione», ovvero crescita zero per l’economia italiana. E ancora, nella peggiore delle ipotesi, se la guerra si protraesse per tutto l’anno l’economia tricolore scivolerebbe in recessione, con un -0,7% del pil.
Un altro dato fondamentale che l’Italia deve consegnare a Bruxelles entro la fine di marzo è il rapporto deficit/pil. Le stime preliminari dell’Istat parlano di un deficit in rapporto al pil al 3,1% nel 2025, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, ma non in linea con le previsioni di ottobre del governo che puntavano al 3%. Una differenza di appena un decimale che però pesa. Una discesa sotto il 3% consentirebbe, infatti, all'Italia di uscire anticipatamente dalla procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo e di attivare così la clausola di salvaguardia per le spese per la difesa. Un accesso al prestito Safe collegato al piano ReArm Europe, da cui dipende la possibilità per l’Italia di incrementare le spese militari annue fino al 2,5% del pil nel 2028. Resta una speranza. Roma può aggiornare i dati sull’indebitamento della Pa da consegnare all’Eurostat fino a «conclusione del processo di notifica per deficit eccessivo, il 21 aprile 2026». Un mesetto in più per contabilizzare con precisione entrate e spese relative allo scorso anno. Allo stesso tempo, non è da sottovalutare l’ipotesi che, alla luce delle conseguenze della guerra in Iran, l’Ue sospenda nuovamente (come fatto post Covid e l’invasione russa dell’Ucraina) il Patto di stabilità e di crescita, permettendo ai Paesi di non conteggiare le spese per la difesa e per la gestione dei rincari energetici nel deficit.
Attenzione massima di Giorgetti su un altro nodo europeo: la politica monetaria della Bce nei prossimi mesi. Il titolare del Mef ha già provato a fare pressing sull’Istituto per evitare un nuovo rialzo dei tassi di interesse, spiegando su X che «il rischio economico (del conflitto in Iran ndr) è di nuovo la fiammata provocata dall’aumento dei prezzi dell’energia e sarebbe grave pensare che la soluzione possa passare per una stretta monetaria». La presidente Christine Lagarde ha però già chiarito che l’opzione di alzare i tassi è sul tavolo, qualora lo shock dell’energia legato alla guerra in Medio Oriente proseguisse. La dinamica che si attendono il mercato e gli analisti. Per esempio, il Centro studi Confindustria ipotizza un rialzo dei tassi di almeno lo 0,25% entro dicembre.
Da ultimo, ma non certo per importanza, c’è il dossier Pnrr. Un fattore decisivo per l’economia italiana. Basti pensare che, stando alla Bce, varrà per l’Italia fino all’1,9% di pil in più (rispetto allo scenario senza Recovery) entro fine 2026. Il cronoprogramma concordato con Bruxelles procede secondo i piani, anche se man mano revisionati. E la spesa accelera: si è arrivati a quota 110 miliardi. Però mancano pochi mesi alla scadenza del Piano, quindi il governo deve lasciare inserita la quinta per arrivare al traguardo nei tempi e nei modi previsti.
L’incrocio di tutti i fattori citati deciderà i margini, con ogni probabilità comunque ristretti, con cui il governo dovrà prendere le prossime decisioni di politica economica e soprattutto stilare l’ultima legge di bilancio della legislatura. La cosiddetta manovra elettorale. Bonus e tagli previsti potranno essere l’ago della bilancia delle politiche 2027. (riproduzione riservata)