Contano più i dati negativi sul mercato del lavoro Usa, con una flessione di 92 mila posti di lavoro registrati in febbraio, oppure il Brent che tocca i 90 dollari al barile?
Quel che sorprende della reazione di Wall Street alla guerra in Iran e nel Medio Oriente è quanto sia stata finora contenuta. Soprattutto se confrontata a quanto osservato su altri mercati, soprattutto asiatici, nei quali ha pesato in misura imponente l’aumento del prezzo del greggio e il blocco dello stretto di Hormuz.
La sorpresa per la reazione tutto sommato pacata dei listini statunitensi è stata espressa nei giorni scorsi anche dal capo di Goldman Sachs, David Solomon, secondo il quale serviranno «un paio di settimane» per digerire le dimensioni del conflitto innescato in Iran e nel Medio Oriente. Dipende, naturalmente, dalla durata dello scontro, dai prossimi sviluppi sul fronte militare e dagli effetti che questi potranno avere sul fronte dei prezzi del greggio che in una settimana è balzato del 20%.
Ma a Wall Street rispuntano anche le prospettive e i dati storici, oltre naturalmente ai vari scenari di guerra. Gli economisti di Bmi, società del gruppo Fitch Solutions, ricordano ad esempio che dal 1988 gli Usa hanno lanciato otto grosse campagne militari in Medio Oriente.
Le statistiche mostrano che a tre, sei e dodici mesi dall’inizio delle ostilità il segno positivo ha caratterizzato l’andamento dell’indice S&P 500 e quello del Dollar Index, mentre l’oro a fronte di un’iniziale calo dei prezzi è poi cresciuto dopo sei mesi e si è mantenuto in territorio positivo a un anno di distanza dall’evento. Il prezzo del greggio Brent, invece, è risultato in negativo (mediamente negli otto casi presi in esame) a 3 e 6 mesi, per poi guadagnare terreno a un anno dall’avvio delle ostilità.
Resta da aggiungere che ovviamente un ulteriore aumento del prezzo del greggio può avere un effetto negativo sulla crescita Usa e sull’inflazione. «I mercati restano volatili», sostiene John Canavan di Oxford Economics, «ma le prospettive rimangono calme». A fronte di un iniziale balzo dei prezzi dell’oro, è stato il dollaro a uscire vincitore nei primi giorni del conflitto con un relativo aumento dei rendimenti dei Treasury.
Gli strategist delle grandi banche d’affari non hanno, almeno per ora, modificando i loro target per gli indici azionari previsti nell’anno in corso: resta a 7.500 quello sull’indice S&P 500 sia per Jp Morgan sia Morgan Stanley, e poco meno a 7450 per Wells Fargo.
Le prime due, con i loro strategist, hanno confermato di essere «bullish» sulle prospettive dell’azionario americano, mentre a Wells Fargo si parla di «crescita dei rischi macro». Peter Oppenheimer di Goldman Sachs ha suggerito di comprare titoli a fronte dei cali del listino, citando la tenuta economica americana e la buona stagione delle trimestrali, mentre a JpMorgan l’accento oltre che sulle trimestrali è sul nuovo ciclo economico legato agli investimenti in intelligenza artificiale.
Michael Hartnett a Bank of America è più specifico sul come reagire alla turbolenza dei mercati: vendere il greggio se supera i 90 dollari a barile, rallentare (le prese di posizione) se il dollar index tocca quota 100, e comprare i buoni del Tesoro Usa a lunga se i rendimenti toccano il 5%. Lo stesso Hartnett ricorda che la crescita del dollaro rende meno probabili ulteriori riduzioni dei tassi Usa entro quest’anno.
A livello settoriale la raccomandazione è di privilegiare settori difensivi e tradizionali, che possono difendere meglio dagli sbalzi dei prezzi delle materie prime e dalla instabilità politica.
Di conseguenza si registrano nuove raccomandazioni per i titoli del settore della difesa e di quello aeronautico, ma anche per i titoli del settore dell’energia e quelli della logistica.
Sul versante opposto viene suggerito un crescente sottopeso su compagnie aeree e trasporti, ma anche per i titoli del settore alberghiero e per quello delle crociere, assieme ai beni di consumo discrezionali che risentiranno dell’incertezza dei consumatori, e al comparto delle società assicurative esposte sul ramo danni. (riproduzione riservata)