La morsa dell’inverno demografico comincia a essere visibile sul nostro sistema di welfare così come su quello produttivo, con un futuro previdenziale almeno in parte ancora da decifrare e con le imprese che nei prossimi anni rischiano di vedere drasticamente ridursi l’offerta di forza lavoro.
Ma da un orizzonte con tante incognite sembra emergere anche un nuovo fenomeno: quello dei lavoratori pensionati. Nel 2100 la popolazione europea scenderà a quota 398,8 milioni dai 451,8 milioni del 2025. Nello stesso periodo la quota di europei in età lavorativa (compresa tra i 20 e i 64 anni) è stimata in diminuzione dal 61% al 49,7%, mentre quella degli over 65 salirebbe da un quinto a circa un terzo della popolazione complessiva, con conseguente aumento dell’indice di dipendenza degli anziani da uno ogni tre attivi a due ogni tre.
Le proiezioni demografiche di Eurostat sulla riduzione della popolazione e il contemporaneo progressivo aumento del peso relativo all’età anziane interessa, come si legge nell’ultimo rapporto annuale dell’Inps, l’intero sistema europeo, ma per l’Italia assumono «un rilievo specifico» perché si innestano «su una struttura per età già tra le più anziane d’Europa e su un sistema pensionistico maturo, nel quale le prestazioni vigenti riflettono carriere lavorative e regole di accesso stratificate nel tempo».
E questa delicata transizione demografica può contribuire a minare la solidità del nostro Welfare, e in particolare del sistema pensionistico, sotto forma di un restringimento della base contributiva, della durata attesa delle prestazioni e anche di un incremento della domanda assistenziale per effetto dei maggiori bisogni legati alla non autosufficienza. Per l’Italia ci sono poi le ricadute legate ai bassi salari, ai quali sono associati scarsi contributi che non possono che produrre assegni pensionistici insufficienti.
Non a caso il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, ha sottolineato che «non esiste una pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito». Per l’Inps sostenibilità finanziaria e adeguatezza delle prestazioni non costituiscono obiettivi separati.
I lavoratori dipendenti italiani, e le stesse imprese, soprattutto quelle di dimensioni più grandi, sembrano aver già cominciato operativamente a fare i conti con gli effetti dell’inverno demografico. E a dimostrarlo sarebbe anche il fenomeno sempre più diffuso dei pensionati lavoratori. Che, come evidenzia l’Inps, in quattro anni (dal 2019 al 2023) si sono quasi quadruplicati, lievitando da circa 40mila a poco meno di 158mila.
I lavoratori pensionati presentano un’età media alla decorrenza della pensione compresa tra i 64 e i 65 anni, una prevalenza maschile, guardano prevalentemente a una prosecuzione lavorativa part time e nel 57% dei casi restano attivi per un solo anno. Anche perché il lavoro post-pensionamento attenua la contrazione del reddito proprio nel primo anno, poi l’effetto di riduce.
La maggior parte dei lavoratori pensionati è concentrata nelle regioni del Nord (il 65,1% nel 2023). Le stesse imprese iniziano a guardare a questa tipologia di lavoratori: tra il 2019 e il 2023 le aziende con almeno un pensionato lavoratore sono passate da 24mila a 107mila (dall’1,5% al 6,4% del totale). Un fenomeno che sembra destinato a estendersi soprattutto nelle aziende di dimensioni maggiori, che in questo modo riescono anche a trattenere competenze. (riproduzione riservata)