La marcia di avvicinamento alla prossima, delicata manovra autunnale, l’ultima del governo Meloni, è cominciata con la presentazione nell’aprile scorso del Dfp, il documento di finanza pubblica. Anche se non può essere ancora considerato del tutto chiuso il capitolo delle quattro Leggi di Bilancio già approvate in questa legislatura. Al 1° maggio scorso ben il 38% dei decreti ministeriali e regolamenti necessari per dare piena operatività a varie misure risultava ancora al palo, seppure con ricadute limitate sulle risorse stanziate che, secondo i monitoraggi di Palazzo Chigi, grazie anche all’ampio ricorso di norme auto-applicative sarebbero per il 99,03% già disponibili.
Un dossier del Servizio Studi della Camera evidenzia che alle prime quattro manovre targate Meloni sono agganciati 364 provvedimenti attuativi, ma 139 atti sono ancora da adottare, malgrado gli sforzi compiuti dallo stesso esecutivo per ridurre il ricorso alla normazione secondaria e per accelerare la fase di attuazione.
Quello della effettiva messa a terra di riforme e interventi legislativi resta un tema molto dibattuto e oggetto di scontri tra maggioranza e opposizioni. E con tutta probabilità continuerà ad esserlo anche lungo il percorso che porterà al varo della prossima Legge di Bilancio.
Una sorta di tappa intermedia può essere considerata la partita con Bruxelles che, su pressione del governo Meloni, ha portato all’estensione della clausola di salvaguardia nazionale, già riconosciuta alle spese per la difesa, assicurando una flessibilità condizionata di circa 14 miliardi (fino allo 0,6% del pil su base biennale) per i soli investimenti in energia pulita (non quindi per i tagli alle accise sui carburanti).
Un’altra tappa potrebbe profilarsi a inizio autunno nel caso in cui il nostro Paese riuscisse, seppure in ritardo, a dimostrare di aver fatto effettivamente scendere sotto quota 3% il deficit 2025 e potesse quindi giocare in extremis una carta decisiva per uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo, senza attendere il 2027. Questa eventualità consentirebbe al governo di dare maggiore respiro alla manovra anche in ottica pre-elettorale.
Ma, al di là delle aspettative della maggioranza, il punto di partenza della manovra in arrivo è rappresentato anche da ciò che è rimasto in “stand by” da quelle precedenti. Al 1° maggio in lista di attesa c’erano ancora 10 provvedimenti attuativi della Legge di Bilancio 2023, 9 di quella per il 2024, 37 della ex Finanziaria 2025 e 83 legati alla manovra 2026. Con il risultato di contribuire a mantenere congelati per il periodo 2025-2028 stanziamenti per oltre 5,9 miliardi complessivi.
Il dossier della Camera evidenzia come, ad esempio, la Legge di Bilancio 2025 risulti ancora priva degli atti secondari per lo «stanziamento di risorse per l’individuazione di un sistema di indicatori di performance dei servizi sanitari regionali, al fine di integrare il nuovo sistema di garanzia per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria». Il necessario decreto ministeriale avrebbe dovuto essere adottato entro il 30 giugno dello scorso anno.
Anche la manovra per il 2026 presenta vari punti in sospeso, come la «definizione delle modalità attuative delle disposizioni in materia di maggiorazione della percentuale di ammortamento ai fini delle imposte sui redditi, per i soggetti titolari di reddito d’impresa che effettuano investimenti in beni strumentali destinati a strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato». (riproduzione riservata)