Dalle pensioni da indicizzare all’assegno unico da sostenere: equivale al 20,4% del Pil la mole di spesa pubblica direttamente interessata dagli scossoni provocati dalla corsa dell’inflazione. Ed è dagli strumenti che il governo - sulla base dell’esito della difficile trattativa in corso con Bruxelles dopo la richiesta urgente di ulteriore flessibilità - potrà (o non potrà) utilizzare per gestire i contraccolpi della spinta inflattiva che dipenderà la fisionomia definitiva della prossima manovra. Che nelle aspettative della maggioranza dovrebbe avere una forte impronta preelettorale, ma che - malgrado l’aiuto garantito da 14,5 miliardi flessibilità per il prossimo anno e da altri 14,5 per il 2028 (lo 0,6% del Pil) equamente divisi tra energia e difesa - deve ora necessariamente fare i conti con più di un convitato di pietra: oltre all’impennata dell’inflazione, spinta dallo shock energetico, l’umore dei mercati finanziari misurato anche dalle oscillazioni dello spread che negli ultimi giorni è tornato a salire e le incognite legate all’andamento dei tassi d’interesse.
Al ministero dell’Economia già si guarda con una certa apprensione alla possibile crescita della spesa per interessi sul debito, destinato a salire (al contrario di quanto previsto in primavera) al 138,5% del Pil nel 2027 per poi invertire la rotta. I richiami del ministro Giorgetti alla prudenza parlano da soli. Soprattutto dopo che il governo ha mancato due volte in pochi mesi l’obiettivo di far scendere l’indebitamento della Pa nel 2025 sotto il 3% e ha perso così la possibilità di uscire subito dalla procedura per disavanzo eccessivo, rinviando questo appuntamento alla prossima primavera, grazie anche al deficit 2026 che il Dpfp colloca al 2,9%. E che resterebbe comunque sotto la soglia del 3% anche nel prossimo biennio scorporando dal previsto 3,4% per il 2027 e dal 3,2% nel 2028 lo 0,6% di flessibilità annua che sarà utilizzabile dopo il sì delle Camere a una richiesta di scostamento di bilancio per 29 miliardi in due anni, invece dei 36 previsti per la rinuncia a 7 miliardi per la difesa.
Una flessibilità che però appare ora insufficiente per costruire una manovra che possa sostenere il ceto medio e lasciare il segno in vista delle elezioni. L’impennata dei prezzi al consumo, con il 4,2% certificato dall’Istat, e i segnali arrivati dai mercati finanziari hanno repentinamente cambiato uno scenario che fino alla prima metà di agosto parlava di una manovra per il 2027 da 28-29 miliardi, finalizzata a sostenere famiglie e imprese, anzitutto con il taglio Irpef per i redditi da 50mila a 60mila euro ma anche con il rilancio di vari bonus. Il parametro con cui Bruxelles misura il rispetto dei nuovi vincoli del Patto di stabilità è il tasso di crescita della spesa primaria netta: il tetto è fissato in termini nominali.
E ora appare complicato da rispettare. Perché la spesa nominale comprende un tasso di inflazione che tre anni fa è stato programmato all’1,8%, un dato molto distante dalla realtà attuale (in Italia è salito più del doppio e la media europea oscilla attorno al 3,8%). Di qui la richiesta urgente del governo a Bruxelles di un’interpretazione più elastica di questi vincoli e di maggiori spazi mirati di flessibilità. La Commissione Ue fin qui ha frenato ma ha garantito che esaminerà la lettera inviata da Giorgia Meloni. Il governo ha però bisogno di una riposta prima del varo della manovra atteso attorno al 20 ottobre, e nell’agenda di Palazzo Chigi sono già segnate alcune date per ottenerla: le riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin dell’8 e 9 ottobre e poi il Consiglio europeo del 15-16 ottobre. (riproduzione riservata)