Mentre lo shock petrolifero minaccia l’intera economia, con il ritorno di fiamma dell’inflazione, c’è chi può solo festeggiare. Sono le big oil, l’unico business che con la corsa dei prezzi del barile riempie le proprie casse.
La prova è nei conti delle ex sette sorelle globali. I primi sei mesi 2026 certificano l’effetto profitti sull’onda del greggio passato da 60 dollari al barile a oltre 100. Il gigante Usa Exxon ha visto i ricavi salire da 164 a oltre 200 miliardi alla fine del secondo trimestre. Con gli utili passati da 14,7 miliardi a 18,7, mentre il cash flow operativo è salito da 24 a 32 miliardi di dollari.
L’altro gigante americano, la Chevron, ha fatto ancora meglio: utili netti da meno di 6 miliardi del semestre 2025 a 14,3 miliardi di fine giugno 2026. La cassa delle attività operative è salita da 14 a 25 miliardi in soli 12 mesi. E che dire di Occidental Petroleum, titolo da sempre amato dal guru Warren Buffett, che ha visto i suoi utili netti volare da 1 a quasi 6 miliardi?
Non meno importanti le accelerazioni nella redditività delle big europee. La britannica Bp, ricavi saliti da 93 a 121 miliardi, ha portato a casa utili per 7,7 miliardi, tre volte di più di un anno prima. Shell ha fatto il pieno con 17 miliardi di profitti; la francese Total ha visto il cash flow operativo balzare dell’87% in più sui conti del semestre del 2025.
La spagnola Repsol ha quasi quadriplicato la mole di utili passando da 600 milioni a oltre 2,2 miliardi. Più contenuto il balzo della norvegese Equinor, con profitti comunque raddoppiati da 4 a 8 miliardi su ricavi passati da 55 a 63 miliardi di dollari. Significativa anche la corsa di Eni, i cui utili netti sono passati da 1,7 miliardi a 4,4, pur con ricavi saliti meno, da 41 a 47 miliardi.
C’è poi un filo conduttore che lega tutti i giganti dell’oil ed è che questo boom di profittabilità arriva (con l’eccezione di Eni) con volumi produttivi di fatto stabili. Non si è venduto più petrolio o gas e quindi il nuovo Eldorado deriva solo dall’effetto prezzo del barile. E se non si troverà presto uno sbocco alla crisi di Hormuz e in generale al conflitto con l’Iran, il greggio potrebbe salire a 120 dollari. Così l’intero 2026 diverrà l’anno del miracolo per i colossi energetici globali.
Del resto le stime di consenso del mercato parlano chiaro: per l’intero 2026 S&P global market intelligence assegna a Exxon un monte utili per 49 miliardi; 21 miliardi in più rispetto ai 28 con cui chiuse i conti del 2025. Rush ancora più forte per Chevron, le cui stime indicano 31 miliardi di utili a fine 2026 sui 21 del 2025. Il canovaccio si replica in modo più o meno sostanzioso per tutti i protagonisti. Un Bengodi che rende ricchi gli azionisti con il risveglio in borsa dei titoli e pomperà dividendi a go go ai soci.
Ma la festa non sarà a oltranza. Il business del petrolio è molto ciclico, soggetto appunto alle oscillazioni del greggio. Ora si guadagna tanto, ma in passato si è anche perso tanto quando il greggio è in caduta. Basti vedere l’effetto dei due shock petroliferi. Il primo, quello dell’avvio del conflitto ucraino-russo a inizio del 2022 (il greggio s’impennò per poi lentamente rientrare) e quello attuale legato alla guerra Iran-Stati Uniti. Se oggi Exxon è proiettata a fare utili per 49 miliardi, ne fece per 55 nel 2022, l’anno dell’invasione ucraina. Poi i profitti calarono a 28 nel 2025. Come si vede è più che evidente il solo impatto del prezzo del barile.
Pur con il nuovo ciclo di maxi profitti, la redditività netta media del settore viaggia all’8-9% sui ricavi. Un business non poi così profittevole, alla fine. Un mestiere molto capital intensive, in cui parte della redditività lorda finisce per pagare i massicci investimenti richiesti nel tempo.
Ovvio che i grandi petrolieri sfrutteranno al meglio l’onda lunga delle risalite del barile, giocando sulla leva delle spese in conto capitale. Se non le alzi troppo puoi sfruttare i benefici delle fiammate del greggio per prolungare il più possibile la striscia positiva dei maxi-utili.
Più che i grandi estrattori, a beneficiare delle corse in avanti della materia prima sono i raffinatori. La pioggia di utili delle major non viene più di tanto dall’upstream ma dalle attività a valle, la trasformazione del greggio in benzine e gasolio. C’è infatti una forte scarsità di capacità di raffinazione, soprattutto in Europa, dove sono state chiuse molte raffinerie negli anni sull’onda anche dell’impatto ambientale.
E meno capacità si traduce in forte aumento dei margini. Quelli di raffinazione sono passati da circa 10 centesimi a oltre 30 in pochi mesi, influendo sul prezzo finale della benzina. Ancora più pesante l’aumento dei margini di raffinazione per il diesel, salito da 20 a 60 centesimi per litro di gasolio, facendo felici i pochi raffinatori rimasti in Europa. E sconosciuti ai più. Dall’ungherese Mol fino alla polacca Orlen, che avrà un bilancio straordinario quest’anno: utili che saliranno da soli 665 milioni di dollari del 2025 alle stime di 7,5 miliardi del consenso di mercato per il 2026.
Altro grande protagonista è il colosso svizzero-olandese privato Vitol, che ha comprato dai Moratti nel 2024 la Saras e la sua raffineria cagliaritana. Sarà casuale ma proprio pochi giorni fa è arrivata la notizia che l’italiana Ludoil Energy della famiglia Ammaturo, editori anche de l’Espresso, ha chiuso l’acquisto della raffineria Isab di Priolo in Sicilia, che era transitata negli anni prima dai russi di Lukoil e poi dal fondo cipriota Goi Energy. Un tempismo perfetto, sempre che la speranza di pace nel travagliato Medio Oriente non rompa i piani placando il prezzo del greggio. (riproduzione riservata)