È ora di avviare una riflessione approfondita sul futuro delle tlc. L’intervento dell’ad di Tim Pietro Labriola
È ora di avviare una riflessione approfondita sul futuro delle tlc. L’intervento dell’ad di Tim Pietro Labriola
Il ceo commenta lo stato di salute del settore e propone soluzioni per migliorarne l'efficienza

di di Pietro Labriola* 28/04/2026 02:00

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Riguardo all’articolo  Perché è sorta la nuova alba di Tim pubblicato su MF-Milano Finanza del 24 aprile sento l’urgenza di intervenire sottolineando che, dal mio punto di vista, c’è ben poco da festeggiare. Anzi, c’è da preoccuparsi. Presentare l’aumento dei prezzi wholesale di FiberCop come una vittoria industriale o come un «regalo di ossigeno» per il mercato significa scambiare un problema per una soluzione. È come prendere il fumo per un segno di potenza: in realtà è il preludio di un guasto.

L’articolo trascura infatti un punto essenziale: l’aumento dei prezzi wholesale di FiberCop non si trasferisce lungo tutta la catena del valore, ma porta a un aumento dei margini soltanto su un anello della filiera.

Nel mercato delle telecomunicazioni, diversamente da quanto accade nei servizi infrastrutturali regolati come energia e gas, non esiste un meccanismo tariffario assimilabile alla Rab che consenta agli operatori retail di recuperare automaticamente a valle i maggiori costi sostenuti a monte.

Nei settori energetici, la regolazione riconosce e remunera il capitale investito e prevede meccanismi di copertura dei costi infrastrutturali; nel mercato retail delle telco, invece, gli operatori sono vincolati da contratti già sottoscritti, obblighi di trasparenza, limiti alle modifiche unilaterali delle condizioni economiche e da una forte pressione concorrenziale. Pensare che ogni incremento dei listini wholesale possa essere semplicemente «girato» al cliente finale significa ignorare il funzionamento concreto del mercato consumer delle telecomunicazioni. 

Naturalmente va compresa l’esigenza, legittima, degli operatori infrastrutturali di ottenere un’adeguata remunerazione del capitale investito, anche attraverso un allineamento dei prezzi al costo del capitale e all’inflazione, al netto di fenomeni impulsivi e anomali come il Covid.

Ma proprio per questo la questione non può essere affrontata solo a monte: va adeguata tutta la filiera. Altrimenti si crea un’asimmetria regolatoria difficile da giustificare. Non va dimenticato, infatti, che solo due anni fa l’Agcom non ha accolto l’adeguamento all’inflazione dei prezzi retail. Perché, allora, a valle no e a monte sì?

Le criticità degli aumenti di prezzo differenziati

Ancora più problematica è l’ipotesi di aumenti differenziati «a zona». Se il prezzo wholesale varia in base all’area, o addirittura in base a porzioni molto granulari del territorio, l’operatore retail dovrebbe teoricamente applicare prezzi diversi ai clienti a seconda della città, del quartiere o della specifica rete sottostante. Questo è difficilmente praticabile sul piano commerciale, gestionale e comunicativo. Il mercato retail delle telecomunicazioni vive di offerte nazionali, semplici, comparabili e facilmente pubblicizzabili. Una frammentazione territoriale spinta rende l’offerta meno trasparente e difficilmente comprensibile per il consumatore.

La conseguenza concreta è che gli operatori non possono riflettere puntualmente quei maggiori costi sui soli clienti serviti nelle aree più care. Sono invece costretti a operare attraverso sussidi incrociati, assorbendo il maggior costo di alcuni clienti e spalmandolo, almeno in parte, sull’intera base clienti. In pratica, il cliente A, che costa di più perché si trova in una determinata area, viene compensato dal cliente B, che costa meno. Questo distorce le logiche concorrenziali e penalizza anche aree o clienti che non generano quel maggior costo.

Se si vuole davvero intervenire sulla struttura economica del settore, allora occorre avere il coraggio di consentire anche una reale differenziazione della qualità dei servizi. Non si può chiedere agli operatori di investire in reti, resilienza, assistenza, sicurezza e prestazioni superiori e, nello stesso tempo, comprimere ogni differenziazione dentro offerte percepite come indistinguibili e confrontate quasi esclusivamente sul prezzo.

Lo scarico dei costi sugli operatori retail

Per questo motivo, è miope analizzare il tema semplicemente sottolineando il diritto di FiberCop a una remunerazione adeguata degli investimenti. Perché si dimentica di analizzare come questo intervento redistribuisce i costi lungo la filiera e con quali effetti sulla concorrenza, sulla sostenibilità industriale e sui consumatori finali.

E qui viene la questione fondamentale: l’intervento regolatorio scarica sugli operatori retail un aumento dei costi in un contesto già estremamente critico sotto il profilo della sostenibilità economica.

Per un attimo, guardiamo al settore come filiera integrata: infrastrutture, accesso, rete, piattaforme e servizi. Bene, emerge chiaramente che l’incremento dei costi viene concentrato su una componente intermedia senza possibilità di trasferimento né a valle né a monte. Perché?

Perché a valle, il mercato retail è vincolato da dinamiche competitive e regolatorie che limitano la capacità di adeguare i prezzi. Ancora più evidente è la criticità nel segmento B2B ed Enterprise, dove i clienti operano attraverso gare e contratti pluriennali caratterizzati da condizioni economiche stabili e programmabili.

In questo contesto, il potere contrattuale della domanda e la struttura stessa delle procedure di procurement rendono estremamente limitata - se non nulla - la possibilità di trasferire incrementi di costo non previsti.

Serve il coraggio di innovare il settore

Se dunque si ha il coraggio di approvare un aumento dei prezzi wholesale, occorre avere lo stesso coraggio anche nel consentire un coerente adeguamento dei prezzi retail, come avviene nei settori dell’energia quando si riconoscono costi infrastrutturali o dinamiche inflattive. In caso contrario, il sistema riconosce il costo del capitale a un anello della catena, ma impedisce agli altri anelli di recuperarlo in modo sostenibile.

Allo stesso modo, bisogna avere il coraggio di togliere regole e vincoli ormai anacronistici, che continuano a generare costi industriali senza migliorare davvero la qualità percepita dal cliente. Si pensi, per esempio, all’obbligo di call center con operatori umani disponibili gratuitamente ventiquattr’ore su ventiquattro: un’impostazione pensata per un mercato e per tecnologie diverse, che oggi rischia di cristallizzare inefficienze invece di favorire innovazione, automazione, canali digitali efficaci e servizi realmente misurabili.

Sempre a valle, non esiste alcun meccanismo per riequilibrare questi aumenti sugli Ott, che sono tra i principali generatori di traffico e beneficiari dell’infrastruttura, ma che non contribuiscono direttamente ai costi della rete. Come noto, il dibattito sul fair share non ha prodotto strumenti concreti, lasciando quindi irrisolto il tema della distribuzione del valore lungo la catena.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento, spesso trascurato: dove oggi si gioca davvero la qualità della rete e dove si concentra il fabbisogno di investimento è il middle mile: trasporto, interconnessione, peering, prossimità dei data center e distribuzione dei contenuti. È in questa parte della rete che gli operatori come Tim devono investire perché in essa si determina una quota crescente della latenza, della stabilità e della qualità reale dell’esperienza digitale.

Senza un middle mile efficiente, la connettività resta veloce sulla carta ma non abbastanza reattiva, stabile e affidabile nell’uso quotidiano. Ed è proprio questa componente - meno visibile e più difficile da valorizzare commercialmente - che richiede investimenti continui e rilevanti.

Il risultato è uno squilibrio molto grave: gli operatori di rete si trovano a sostenere un aumento dei costi senza poterlo trasferire né verso i clienti finali né verso gli attori che generano la domanda di traffico.

Stretti tra aumenti a monte che non possono trasferire e investimenti a valle non adeguatamente remunerati, gli operatori perdono ulteriore equilibrio economico. In altre parole: comprimere ancora margini già fragili non rafforza la filiera, ma la porta al punto di rottura. E questo, per Tim, è un problema industriale, non un successo da festeggiare.

La vera sfida, allora, non è celebrare un aumento wholesale come se fosse una soluzione industriale. È mettere definitivamente in ordine un settore che è chiave per il futuro del Paese: una filiera in cui investimenti, prezzi, qualità del servizio, obblighi regolatori e contributo dei diversi attori siano finalmente trattati in modo coerente. (riproduzione riservata)

*Amministratore delegato di Tim