Non c’è un modo, al di sopra, ma anche seguendo le leggi del settore, per conciliare due legittime aspirazioni e obbiettivi? Da una parte quello di Intesa Sanpaolo, prima banca italiana, guidata con straordinaria professionalità da Carlo Messina e dai suoi più diretti collaboratori, e dall’altra parte, Luigi Lovaglio, baffetti e sguardo penetrante, che non solo ha salvato e rilanciato il Monte dei Paschi di Siena ma vuole salvarne l’autonomia e l’integrità, addirittura rilanciando.
E, giova ripeterlo, Mps è l’istituto bancario più antico del mondo, essendo nato nel 1472, e anche esempio di dove può arrivare una città come Siena di soli 53 mila abitanti. Mps non tanti anni fa, era finito di fatto in amministrazione straordinaria, ma ha avuto la forza, dopo il risanamento fatto con i soldi dello Stato e con le energie dello staff attuale, di scalare e conquistare l’altro mito del sistema italiano, Mediobanca, prima banca d’affari del paese ma anche parterre du roi del capitalismo italiano radunato intorno al fondatore Enrico Cuccia.
Si dà il caso che dentro Mediobanca ci fosse e ci sia la quota del 13,3% di Generali, non solo la più grande compagnia di assicurazioni d’Italia, ma anche ai primissimi posti in Europa e nel mondo. Generali è guidata da anni con straordinaria efficacia da Philippe Donnet, francese ma con la sensibilità, verso le Generali e l’Italia, di aver preso la nazionalità italiana. E da sempre garante azionario dell’italianità di un gruppo mondiale come Generali, è stata, sempre, Mediobanca, possedendone la quota azionaria più grande, appunto il 13,3%.
Questo assetto (Mediobanca, prima banca d’affari del paese, con nel portafoglio la quota più alta della grande compagnia assicurativa Generali) ha funzionato per decenni, soprattutto fino a quando il dr. Cuccia (nessuno si permetteva di omettere il dr) è stato su questa terra. E non a caso, negli anni turbolenti che seguirono, un banchiere delle qualità di Cesare Geronzi, prima andò a presiedere Mediobanca e poi, nel 2010 Generali, a conferma del legame creato da quel 13,3% nel portafoglio della stessa Mediobanca. Uscito di scena Geronzi, il diluvio: sia in Mediobanca che in Generali, dove, per fortuna, fu nominato ad il francese-italiano Donnet, che ha portato Generali al massimo livello.
Ma il diluvio in Mediobanca si è fatto ancora più intenso quando è arrivato a Siena quel piccoletto con i baffi, nato a Potenza, laureatosi a Bologna, e, dopo essere stato nella seconda banca italiana Unicredit, con esperienze anche all’estero, in Polonia, ha portato definitivamente fuori dalla crisi la super centenaria banca di Siena, appunto Mps, che aveva bisogno di un uomo con le spalle quadrate e la voglia e l’intelligenza di fare appunto come ha fatto lui , avendo anche capito chi erano gli uomini validi nella banca senese, a cominciare dall’attuale vice direttore generale Maurizio Bai.
Il duo Lovaglio-Bai non ci ha messo molto tempo a risanare Mps fino appunto a far maturare nella loro testa nientemeno che il progetto di conquistare Mediobanca, lavorando abilmente e contemporaneamente con alcuni imprenditori già azionisti sia di Mps che di Mediobanca. Il tutto sotto la supervisione silenziosa del miglior ministro del governo Meloni e cioè il responsabile dell’economia, Giancarlo Giorgetti, leghista ma laureato con il massimo dei voti all’Università Bocconi. Avete mai sentito uscire dalla bocca di Giorgetti una parola in più del necessario? È stato lui a indirizzare, da Roma, il risanamento di Mps con a capo il furetto Lovaglio, egli stesso con la voglia di rivincita, non essendo stato valorizzato per quello che meritava in Unicredit, al punto, dopo la responsabilità in Polonia, di essere andato a guidare il Credito Valtellinese, sviluppandolo fino a spingere il francese Credit Agricole, ma con già presenza in Italia, a lanciare, nel novembre del 2020, l’opa sulla banca valtellinese. Si, proprio quel Credit Agricole che ha oggi il 29,6% di Bpm, guarda caso la banca che nell’ultima assemblea di Mps è stata decisiva con il suo 4,5% per la vittoria della lista che appoggiava giustamente Lovaglio, visto il risanamento e lo sviluppo che aveva attuato nella banca di Siena.
Si è arrivati così agli ultimi mesi in cui l’Mps, conquistatore di Mediobanca, ha finito per attirare, inevitabilmente, l’attenzione e, molto di più, di Messina e dei suoi altamente professionali collaboratori. E non solo per Mps in sé, ma per la conquista fatta (e che nessuno si era permesso prima di ipotizzare) della ex-mitica Mediobanca e quindi della quota maggiore di Generali da sempre posseduta dalla stessa Mediobanca per volontà di Cuccia, che ne fece la sponda per un dominio effettivo nella finanza italiana (le compagnie di assicurazioni di fatto sono in primo luogo dei raccoglitori di liquidità in cambio di garanzie assicurative).
Non vi pare inevitabile, come in effetti è stato, che questo attivismo e questi risultati raggiunti da Lovaglio e Bai richiamassero l’attenzione della più grande e meglio gestita banca italiana e cioè Intesa Sanpaolo?
Si arriva così ad oggi, dopo che il ceo di Intesa Sanpaolo, nell’interesse della sua banca e dopo che Unicredit ha puntato sulla Germania, ha correttamente lanciato l’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) perché gli azionisti di Mps conferiscano, se l’offerta li convincesse, alla prima banca italiana per dimensione e autorevolezza del management, le loro azioni della banca senese.
Ma la legge antitrust non consente di avere un dominio assoluto in termini di filiali bancarie sul territorio e per questo Messina ha scelto come partner Unipol, portata a un grande sviluppo da Carlo Cimbri, per passargli quasi la metà, in caso di successo dell’Opas, degli sportelli di Mps. E, forse senza una riflessione profonda, Cimbri ha annunciato che in caso di successo dell’Ops da parte di Intesa Sanpaolo avrebbe apportato il consistente quantità di sportelli che riceverebbe Unipol alla sua controllata Bper, cambiandole il nome in Monte dei Paschi, senza più Siena.
Non è stata certamente solo e soprattutto questa la ragione dell’immediata sollevazione di tutti i senesi e delle istituzioni politiche locali, dal Comune alla Provincia, per arrivare sino alla Regione Toscana, ma certamente ha acceso ancor più lo spirito di opposizione alla ipotesi che la banca più antica del mondo perdesse non solo la sua autonomia, ma, smembrata, vedesse scomparire dalla nuova banca, che comunque avrebbe la direzione principale a Modena, la fondamentale parola Siena.
Se l’Opas non andasse in porto, non sarà certamente per questo errore di sensibilità verso Siena, ma certo ha acceso ulteriormente gli animi dei senesi che dopo decenni e decenni di governo del comune da parte dei partiti di sinistra oggi sono amministrati da una coalizione di destra. È sicuramente questa componente, oltre ai suoi doveri di capo del governo, che ha fatto scattare la reazione della presidente Giorgia Meloni, espressa con la sua caratteristica determinazione nell’intervista della settimana scorsa proprio a MF-Milano Finanza che state leggendo. Ed è utile riportare le esatte parole della presidente del consiglio a Roberto Sommella che l’ha intervistata: «…Mi auguro che dalle dinamiche del mercato possa emergere un sistema ancor più solido e più concorrenziale, capace di produrre benefici per famiglie e imprese. E che Mps non venga smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità».
Ci poteva essere dichiarazione più incoraggiante per Lovaglio e i consiglieri che lo aveva rieletto, dopo l’espulsione di non molto tempo fa dal consiglio di amministrazione con la conseguente perdita del ruolo di amministratore delegato? Ma il fatto nuovo è che anche i consiglieri legati al carro dell’ing. Francesco Getano Caltagirone, che avevano contribuito a espellerlo, nel consiglio importantissimo di giovedì 20 non hanno votato contro al progetto Lovaglio ma si sono astenuti.
Non solo per chi vive a Roma, ma sicuramente ancor più per chi vive a Roma, le parole a MF-Milano Finanza della presidente Meloni sono diventate quasi un ammonimento e infatti si sono, come minoranza, tutti astenuti e uno degli astenuti nella precedente riunione ha votato a favore. Il suo nome è Corrado Passera, ex ad di Intesa Sanpaolo e sfortunato creatore e capo di Banca Illimity. Sicuramente lo ha fatto perché crede nel progetto di Lovaglio, ma anche un po’ per il sapore della rivincita. E l’astensione di chi si è astenuto lo ha fatto sicuramente per non mettersi contro agli auspici della presidente del governo. Roma, Roma Capitale!!!
Del resto nella proposta fatta nel decisivo consiglio dall’ad Lovaglio, tutti hanno percepito che la stessa non è nata o non è rimasta solo nella testa del capo e risanatore di Mps. Si intravede con precisione che Lovaglio ha, se non combinato, certamente sentito il vento favorevole da parte di Trieste, sede di Generali. Altrimenti il capo di Mps non avrebbe potuto ipotizzare che Banca Generali possa passare nel gruppo Mps. E il segno rivelatore è che Lovaglio e la maggioranza dei consiglieri, se l’operazione li vedesse vincenti, conserverebbero solo il 9% di Generali, essendo il restante 4% destinato a essere distribuito ai soci. Quindi non è difficile prevedere una possibile solida relazione con le stesse Generali, che diventerebbero così ancor più public company.
Operazione chiusa? Assolutamente no, perché la palla ora la possono giocare, con varie contromosse i bravi banchieri di Intesa Sanpaolo e di Unipol, che sicuramente reagiranno, anche se, nonostante le specifiche dichiarazioni di equidistanza da parte della presidente Meloni, la stessa, diciamo da tifosa in fondo anche azionista, non ha evitato di dichiarare anche che Mps doveva rimanere autonomo. Anche da quel 4,5% di azioni Mps ancora nel portafoglio dello stato e quindi del governo?
Un’ultima considerazione: se Siena fosse rimasta rossa, tutto quanto sta accadendo sarebbe stato possibile anche per un folletto creativo e altamente professionale come Lovaglio? Vi è un bel dire che la politica non entra nell’economia e nella finanza.
E un’ultima certezza: sicuramente sotto la guida di Messina, Intesa Sanpaolo non si arrenderà e idem Unipol, che suo malgrado esprime un mondo assai vicino ai partiti di sinistra e di opposizione. Si ha un bel dire che la politica non entra nella finanza, specialmente quando sono in gioco partite ad altissima resa come quella in atto. (riproduzione riservata)