Il debito europeo potrebbe raggiungere il 130% del Pil entro il 2040, il 155% ponderando il dato per le dimensioni delle economie. Mario Draghi ha aperto così il fronte dei conti pubblici alla Karl Brunner Distinguished Lecture di Zurigo: senza ulteriori misure di risanamento o riforme, il crescente fabbisogno di spesa dei governi porterebbe il rapporto su quei livelli. Ma tagli e imposte, da soli, difficilmente produrrebbero i risultati necessari.
Alla conferenza della Banca nazionale svizzera, l’ex presidente della Bce ha legato la sostenibilità del debito alla crescita e all’integrazione europea. Un certo grado di risanamento nel medio periodo, ha spiegato, è inevitabile. Le riforme nazionali restano importanti, ma soltanto l’integrazione può offrire la scala richiesta dallo sviluppo tecnologico.
Anche la politica monetaria deve evitare di indebolire l’economia più del necessario. «La prima priorità è controllare l’inflazione», ha chiarito Draghi. Il percorso dei tassi deve però limitarsi a quanto serve per stabilizzare i prezzi. Secondo le stime citate, l’aumento dei tassi a breve attesi dalla fine del 2025 ridurrà la crescita complessivamente di 1,1-1,3 punti percentuali nel periodo 2026-2028. Il calcolo precede l’ulteriore rialzo delle aspettative da metà agosto.
Draghi ha difeso le misure anticrisi della Bce, senza le quali l’eurozona avrebbe avuto 2,5 milioni di occupati in meno. Gli acquisti di titoli, ha ricordato, non impedirono la rapida stretta del 2022.
Per rilanciare gli investimenti ha indicato il completamento del mercato unico e dell’unione dei capitali. Sull’AI ha proposto circa 100 miliardi di contributo pubblico attraverso il bilancio Ue per ridurre i rischi degli investimenti nella capacità di calcolo. La crescita, ha concluso, deve diventare un obiettivo condiviso dai governi: è anche la condizione per proteggere la banca centrale dalle pressioni politiche. (riproduzione riservata)