Piazza Affari non si ferma un secondo. Neanche il tempo di festeggiare i primi sei mesi da record della borsa milanese, che gli investitori si sono già buttati a capofitto nel secondo semestre. Con tutte le incognite del caso. Una su tutte: l’inflazione. Ma prima di provare a prevedere come andrà il Ftse Mib nei prossimi mesi conviene guardarsi indietro. Da inizio anno Piazza Affari è cresciuta del 15%, segnando la miglior prestazione tra le borse europee. Basta pensare che Londra ha chiuso al +5,6% e Francoforte al +2%. La volata finale Milano l’ha tirata tra aprile e giugno, con una crescita del 16,6%.
Tra le blue chips più performanti nel primo semestre il primo posto è occupato da Stm (+187,1%), seguita da Saipem (+81,8%) e Prysmian (+69,1%). I titoli che, invece, sono andati peggio sono stati Stellantis (-47,4%), Fincantieri (-40,4%) e Amplifon (-31,1%). Ma a questo punto la domanda è fin dove può spingersi il Ftse Mib, che ormai viaggia in territori inesplorati sopra i 52 mila punti.
Le prime sedute del secondo semestre hanno restituito feedback tutto sommato positivi e se è vero che replicare la cavalcata del primo semestre sarà impegnativo, la statistica depone comunque a favore di Piazza Affari. «Un primo semestre forte non è un segnale automatico di fine corsa. Dal 1998 a oggi, quando il Ftse Mib ha chiuso il primo semestre in rialzo, il secondo è stato positivo nel 71% dei casi. Quando il rialzo è stato vicino al 15% il secondo semestre ha chiuso in rialzo quattro volte su cinque», ricorda Gabriel Debach, market analyst di Etoro.
Guardando alla seconda parte dell’anno gli esperti sono quindi abbastanza ottimisti. «Nel complesso la nostra view sui mercati resta moderatamente costruttiva», commenta Luigi De Bellis, amministratore delegato di Equita. «Riteniamo inoltre che la prossima fase sarà caratterizzata da una minore polarizzazione delle performance, anche a favore di società a media capitalizzazione come già osservato negli Stati Uniti, dove il Russel 2000 ha guadagnato oltre il 20% negli ultimi tre mesi».
Questo non significa però che non ci siano dei fattori - sia nazionali sia internazionali - da tenere d’occhio. Tra questi c’è a esempio la fine del Pnrr. «Con il venir meno dell’impulso del Pnrr, Piazza Affari dovrà trovare sostegno nella capacità delle imprese di confermare la crescita degli utili, difendere i margini e trasformare gli investimenti in produttività», sottolinea Marco Vailati, responsabile ricerca e investimenti di Cassa Lombarda.
In più, ci sono alcune tendenze insolite sui mercati internazionali che potrebbero avere un impatto su Milano. «Possiamo citare un Buffett Indicator oltre il 230%, ben superiore alla bolla delle dotcom, per renderci conto della situazione del mercato americano», osserva David Pascucci, market analyst di Xtb. «Un altro elemento anomalo è il Nikkei, in rialzo di oltre il 130% dai minimi di aprile 2025: dobbiamo tornare al 1971-1973 per rivedere performance del genere. Stiamo parlando di due mercati enormi che influenzano i trend su scala mondiale, Italia inclusa».
In questo contesto gli esperti invitano alla selezione. Del resto già nel primo semestre non tutti i titoli hanno contribuito allo stesso modo all’avanzata del listino. Una spinta è arrivata dalle banche, centrali nel paniere e sostenute dal nuovo risiko che vede al centro Monte dei Paschi di Siena. Anche le azioni legate all’energia (da Eni fino a Tenaris e Saipem) hanno reso molto bene. Altre società industriali hanno invece perso terreno, prima tra tutte Stellantis che in sei mesi è scesa di quasi il 50%. La casa automobilistica è «il caso più contrarian del listino» per Debach, che nota come «il titolo ha sottratto punti all’indice per gran parte dell’anno, anche se un recupero non è da escludere» in caso di segnali concreti dall’esecuzione del piano industriale.
Tra i settori meglio posizionati ci sono «l’energia - soprattutto oil & gas -, la tecnologia, con semiconduttori e hardware, e i materiali, soprattutto quelli legati alle costruzioni», elenca Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac. «Le ragioni alla base di queste aspettative sono note: prezzi elevati delle materie prime e prospettive di forte espansione degli investimenti in AI». Vailati aggiunge il lusso ai comparti da considerare poiché «potrebbe beneficiare di una normalizzazione della domanda internazionale» anche se «dovrà tornare a mostrare tassi di crescita coerenti con i premi valutativi storicamente riconosciuti dal mercato».
Per altri segmenti le prospettive sono meno chiare. «La sanità italiana è rimasta indietro, nomi come Amplifon e Diasorin non hanno partecipato al rialzo del 2026 e il comparto per ora non mostra un catalizzatore chiaro», puntualizza Debach. «Un discorso a parte meritano le utility. Per definizione sono bond proxy, quindi il loro appeal si confronta con il rendimento dei titoli di Stato. Tassi più alti più a lungo le rendono meno attraenti rispetto a uno scenario di tagli».
Sul fronte dei bond gli investitori hanno gli occhi puntati sulle prossime decisioni della Banca Centrale Europea. La presidente Christine Lagarde, intervenendo al forum di Sintra, ha ridimensionato il rischio di due rialzi consecutivi dei tassi Bce. Ma questo non vuol dire che nel secondo semestre non ci possa essere un’ulteriore stretta. «Con i prezzi del gas naturale ancora superiori del 40% rispetto ai livelli precedenti allo scoppio del conflitto in Medio Oriente, a causa delle persistenti interruzioni delle forniture dal Qatar, va considerato che la necessità per i Paesi europei di ricostituire le scorte in vista dell’inverno potrebbe rallentare il ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo (del 2%, ndr) nei prossimi mesi», dice Mark Dowding, fixed income cio di Rbc Bluebay Am.
Tutto dipenderà dunque dall’andamento dei prezzi, anche se nella seconda metà dell’anno il quadro sul mercato obbligazionario appare più favorevole grazie al raffreddarsi del costo dell’energia. «Questo contesto sostiene i titoli di Stato europei, in particolare le scadenze intermedie tra cinque e dieci anni, che offrono il miglior equilibrio tra rischio e rendimento», spiega Antonella Manganelli, ad di Payden & Rygel in Italia. Tuttavia, rimane almeno un elemento di cautela: i crescenti fabbisogni di finanziamento legati alla transizione energetica e alla difesa potrebbero limitare un calo più marcato dei rendimenti governativi nel lungo periodo.
Inoltre, nei prossimi sei mesi lo spread Btp-Bund dovrebbe restare contenuto, dal momento che l’Italia presenta una situazione di sostanziale stabilità a differenza di Paesi come Francia, Germania e Spagna. «La curva dei tassi oggi riconosce rendimenti maggiori alle scadenze sopra 20 anni, quindi per gli investitori cassettisti, che intendono mantenere i titoli fino alla scadenza, può essere una buona opportunità per portare a casa rendimenti netti vicini al 3%», conclude Giancarlo Giudici, co-direttore del programma executive in Finance di Polimi Graduate School of Management. (riproduzione riservata)