Il rush finale delle nomine pubbliche è cominciato nel segno della continuità. Così non ha avuto difficoltà Matteo Salvini a piazzare il suo parlamentare Alberto Bagnai, noto per una radicale e mai celata avversione all’euro, nel board dell’Antitrust. Nonostante la legge istitutiva dell’autorità garante della concorrenza, che risale al 1990, abbia previsto meccanismi di nomina che dovrebbero preservare l’indipendenza, non è certo la prima volta che un politico approda ai vertici dell’authority. Ma è il primo caso di un deputato nominato all’Antitrust durante il mandato parlamentare, facendo così piazza pulita anche della forma, che spesso coincide con la sostanza.
Non soddisfatto, il leader leghista si appresta ora a scalare, s’intende politicamente, pure l’Anac: l’autorità nazionale anticorruzione creata (anche se sarebbe meglio dire ri-creata) dal governo di Matteo Renzi, che vi aveva collocato al vertice l’esperto magistrato Raffaele Cantone. Il presidente Giuseppe Busia, nominato al tempo del secondo governo di Giuseppe Conte, scade a settembre insieme ai componenti dell’authority.
Non che la politica se ne sia tenuta alla larga. L’attuale commissione risente infatti anch’essa dei metodi spartitori che sono la regola per la politica italiana. Ma non è questo, agli occhi dell’attuale maggioranza, il principale difetto dell’Anac presieduta da Busia. Sono certe manifestazioni di indipendenza che il governo di Giorgia Meloni ha ritenuto indigeribili al punto da chiedere ripetutamente le dimissioni del presidente, accusato di remare contro onorando il proprio ruolo istituzionale. Le ha chieste nel 2023 la Lega di Salvini, quando Busia si è permesso di criticare alcune norme del nuovo codice degli appalti voluto da Salvini che riducono la concorrenza spianando la strada agli affidamenti diretti. E le ha chieste l’anno seguente pure il partito di Giorgia Meloni, indispettito alle critiche sulla gestione del piano nazionale di ripresa e resilienza. A dimostrazione di una spiccata allergia per la funzione di controllo degli organismi considerati indipendenti dalla politica e dall’esecutivo. Recentemente confermata per legge con il provvedimento che ha limitato i poteri della Corte dei conti.
Ecco allora che la scadenza dell’attuale commissione rappresenta una imperdibile occasione per mettere in riga anche l’Anac. Il disegno perfetto prevedeva il trasferimento alla presidenza dell’Anticorruzione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, già capo di gabinetto dell’ex ministro dell’Interno Salvini al tempo del primo governo Conte. Il trasloco del prefetto Piantedosi, cui sarebbe stato garantito in questo modo un mandato di sei anni, avrebbe liberato la poltrona del Viminale per il leader della Lega, in grandi difficoltà politiche dopo il sorpasso nei sondaggi da parte di Roberto Vannacci. Ma l’operazione si è rivelata improponibile soprattutto per una ragione: la premier non è d’accordo.
Così Salvini punta ora su un altro candidato. Si tratta dell’ex senatore della Lega Francesco Urraro. Avvocato campano, è stato eletto nel 2018 con il Movimento 5 Stelle per poi passare, poco più di un anno dopo, alla Lega. Dove la sua infatuazione per il partito salviniano è risultata tanto apprezzata da meritarsi nel 2023, una volta uscito dal parlamento, l’incarico di componente laico del consiglio di presidenza della magistratura amministrativa. Ossia il piccolo Csm dei giudici del Tar e del Consiglio di Stato. Incarico ottenuto, ovviamente, su designazione leghista. Pronto adesso, Urraro, a spiccare il volo per un nuovo e ancora più prestigioso ruolo istituzionale. C’è solo il piccolo problema di cui sopra: l’indipendenza. Come questa possa essere garantita da una nomina politica è già un controsenso. E senza la garanzia dell’indipendenza un’autorità del genere non ha ragion d’essere. (riproduzione riservata)