Le dichiarazioni di Donald Trump sono ormai uno tra i principali market mover di azioni, bond e materie prime. Il presidente degli Stati Uniti è in grado di fare il bello e il cattivo tempo: come quando l’anno scorso, nel mezzo del crollo delle borse innescato da lui stesso con l’annuncio di dazi indiscriminati contro il mondo intero, con un dietrofront improvviso è stato in grado di far salire l’S&P 500 del 9% in una sola seduta.
Con la guerra in Medio Oriente iniziata a fine febbraio sta succedendo qualcosa di molto simile: l’inquilino della Casa Bianca passa dal promettere una fine del conflitto «in due-tre settimane» (reazione: i mercati salgono e il prezzo del petrolio scende) al minacciare un’escalation contro l’Iran «estremamente violenta» (reazione: i mercati scendono e le quotazioni del greggio decollano).
Il giornalista del quotidiano britannico Financial Times Robert Armstrong ha individuato però uno schema ricorrente nel modo in cui Trump influenza i mercati. Il Taco, acronimo di «Trump always chickens out», indica la dinamica per cui il presidente Usa alza fin da subito il livello della minaccia (che siano i dazi oppure l’escalation militare in Medio Oriente) e poi, quando il mercato è sotto pressione, fa improvvisamente marcia indietro, provocandone un immediato e violento rimbalzo.
Una dinamica molto difficile da prevedere: se in passato a muovere i mercati erano perlopiù grandi indicatori macroeconomici di cui si conosceva la data con l’anticipo di mesi, oggi una dichiarazione del presidente americano può arrivare a qualsiasi ora del giorno e della notte, tramite canali ufficiali oppure tramite un post social.
Ma si può provare a prevedere in qualche modo il prossimo momento Taco? A cimentarsi nell’impresa è stato Maximilian Uleer, strategist di Deutsche Bank che ha costruito un Pressure Index basato su quattro indicatori equiponderati: andamento dell’S&P 500, variazioni del Treasury decennale, tasso di gradimento di Donald Trump e attese di inflazione nel breve termine (un anno).
Le quattro metriche vengono valutate nell’orizzonte dei 20 giorni precedenti: se tutti gli indicatori mostrano contemporaneamente pressione il valore dell’indice sale, e quindi è possibile che Trump faccia marcia indietro (un momento Taco, per l’appunto).
Guardando la serie storica, si nota in effetti come i punti di picco siano stati raggiunti proprio prima della frenata sui dazi di aprile, e poi in concomitanza con la dichiarazione del presidente di non voler licenziare l’ex governatore della Fed Jerome Powell (luglio 2025) e con quella di non voler usare la forza per annettere la Groenlandia (metà gennaio 2026). La validità dell’indice è ancora molto discussa. Lo stesso Uleer sul suo profilo LinkedIn lo commenta come «un semplice modello la cui logica mi ha aiutato a navigare nei mercati nel corso dell’ultimo anno».
Dal canto suo Armstrong, il giornalista che ha coniato il termine Taco, si è posto una domanda: «Perché il mercato reagisce davvero alle dichiarazioni» del presidente?». Tra le possibili spiegazioni, una risulta molto interessante: «Se gli investitori sono sicuri, diciamo all’80%, che il presidente si stia inventando tutto, il restante 20% di probabilità è sufficiente a far cambiare i prezzi», scrive Armstrong nella newsletter Unhedgeg. «Nessuno vorrebbe, ad esempio, trovarsi completamente dalla parte sbagliata del prezzo del petrolio nel giorno in cui lo stretto lo stretto di Hormuz verrà aperto completamente». (riproduzione riservata)