Il dollaro cade sui minimi del 3 febbraio nei confronti dell’euro in scia alla notizia di un cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti e Iran. Vedrà una pausa nei bombardamenti statunitensi e israeliani su Teheran e nei contrattacchi iraniani per un periodo di due settimane, con la clausola fondamentale che l'Iran garantirà un passaggio completo e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz.
I negoziati per un accordo di pace completo inizieranno venerdì 10 aprile in Pakistan, con Trump che ha illustrato la serie di proposte in 10 punti dell'Iran per i colloqui, che includono la revoca delle sanzioni statunitensi e il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz. Gli asset di rischio hanno registrato un forte rally sulla notizia, poiché, sebbene i mercati non si stessero necessariamente preparando al peggiore degli esiti, non si aspettavano nemmeno un cessate il fuoco immediato.
I futures sul petrolio cadono del 18% e, nel mercato valutario, l'indice del dollaro Usa perde l'1,3% con l'euro/dollaro tornato sopra il livello di 1,17 per la prima volta dall'inizio della guerra in Iran. Era a 1,1813 lo scorso 27 febbraio. Poi ha toccato un minimo a 1,1412, segno che gli investitori hanno comprato dollari con l’escalation in Medio Oriente.
Ora i mercati hanno tirato un sospiro di sollievo collettivo alla notizia della tregua in Iran, con gli investitori grati che lo scenario peggiore della catastrofe sia stato scongiurato. L'attenzione si sposta ora sui prossimi cruciali negoziati tra Stati Uniti e Iran.
«La domanda chiave sarà se questi colloqui porteranno a una pace duratura o se il cessate il fuoco di martedì ha semplicemente rimandato il problema. Sospettiamo che i partecipanti al mercato non si impegneranno completamente in un trading risk on, né i futures sul petrolio o il dollaro torneranno ai livelli prebellici, fino a quando non sarà raggiunto un accordo permanente», afferma il team di Ebury. «Allo stato attuale, questa è ancora solo una pausa temporanea nella guerra e, nonostante il cessate il fuoco, il dollaro sta ancora scambiando circa l'1% in più rispetto a prima del conflitto».
Sebbene il traffico di navi è ricominciato nello Stretto, si vedrà probabilmente un aumento molto graduale dell'attività piuttosto che un pieno flusso di petroliere che riprendono le operazioni. «Ciò potrebbe agire per mantenere elevati i futures sul petrolio, il che potrebbe sostenere le valute importatrici di petrolio, ad esempio il dollaro statunitense e quello canadese e la corona norvegese», prevede Ebury.
Comunque, la fintech internazionale specializzata in pagamenti e incassi cross-border e gestione del rischio cambio si aspetta che la volatilità rimanga elevata nei prossimi giorni, mentre gli investitori esaminano attentamente sia i dettagli che emergono dai negoziati sia i dati sul traffico navale. Se i colloqui dovessero fallire o l'attività attraverso lo stretto dovesse rimanere contenuta, i prezzi del petrolio e il dollaro potrebbero invertire rapidamente la rotta. Se viceversa ci fossero notizie di una completa de-escalation e di un cessate il fuoco a lungo termine nelle prossime settimane, «riteniamo che il biglietto verde tornerebbe abbastanza rapidamente ai livelli prebellici.
Dove andrà il dollaro oltre dipenderà da due fattori principali: l'entità del premio di rischio Trump che gli investitori attribuiscono al dollaro in seguito all'ennesima mossa politica erratica e le aspettative sui differenziali dei tassi di interesse, spiega Ebury. I mercati stanno nuovamente prezzando un taglio dei tassi della Fed entro la fine dell'anno, con 50 punti base di aumenti che sembrano ancora probabili nell'area euro. Se dovessimo vedere un rischio maggiore di persistenti pressioni inflazionistiche in Europa rispetto agli Stati Uniti, ciò potrebbe pesare sul dollaro mentre i mercati raddoppiano le aspettative di una divergenza nei tassi di policy Fed-Bce.
Per ora Rob Waldner, Head of IFI Strategy and Macro Research di Invesco, mantiene una posizione strutturalmente sottopesata sul dollaro statunitense rispetto a un ampio spettro di mercati sviluppati ed emergenti. «Questa posizione è determinata dalle nostre previsioni di rendimenti degli investimenti più deboli negli Stati Uniti rispetto ad altre regioni, nonché dal previsto aumento dei rapporti di copertura sul dollaro statunitense tra gli investitori istituzionali internazionali», indica Waldner.
Inoltre, «prevediamo che la Fed continui ad abbassare i tassi di interesse per sostenere il mercato del lavoro, anche se l’economia mostra una crescita superiore al trend e un’inflazione elevata». L’esperto mantiene una posizione di sottopeso anche sulla sterlina britannica, prevedendo che la Banca d’Inghilterra ridurrà i tassi d’interesse in misura maggiore rispetto alle aspettative del mercato alla luce dei rischi politici in atto e del loro potenziale impatto sugli asset britannici. Inoltre i dati macroeconomici continuano a indicare un indebolimento del mercato del lavoro e un calo dei salari nel settore privato.
Al contrario Waldner mantiene una visione positiva sull’euro, sostenuta dal previsto miglioramento dell’economia europea nel prossimo anno e dalle prospettive di tagli dei tassi da parte della Bce e di misure fiscali in Germania. Attualmente, l’inflazione nell’Eurozona è al di sotto dell’obiettivo del 2% della Bce e si prevede che rimanga contenuta nel breve termine. Tuttavia, l’apprezzamento dell’euro è diventato motivo di preoccupazione per la Banca Centrale Europea: «se la valuta superasse quota 1,20, ciò potrebbe innescare discussioni su ulteriori tagli dei tassi. La banca centrale potrebbe prendere in considerazione tali misure qualora un ulteriore apprezzamento minacciasse di deprimere ulteriormente l’inflazione, complicando così il suo mandato di stabilità dei prezzi», aggiunge l’esperto di Invesco.
Oltre all’euro Waldner ha una posizione di sovrappeso sul renminbi nel medio termine visto che sono stati compiuti ulteriori progressi nel processo di internazionalizzazione della valuta cinese. La crescita sostanziale del surplus commerciale cinese, le consistenti riserve di valuta estera detenute dagli esportatori e lo sviluppo del sistema di pagamenti transfrontalieri in renminbi in Cina dovrebbero sostenere l’andamento della valuta nel medio termine.
Stesso discorso sullo yen giapponese. Nonostante la recente volatilità, «riteniamo che il periodo più difficile possa essere ormai superato e che lo yen abbia il potenziale per registrare una buona performance nei prossimi mesi e trimestri. Con le recenti elezioni ormai concluse, il Giappone dispone ora di un governo stabile con un chiaro mandato a promuovere la crescita economica, affrontando al contempo le preoccupazioni dell’elettorato relative al costo della vita», osserva l’esperto di Invesco.
Uno yen stabile è essenziale per il raggiungimento di questi obiettivi, in particolare considerando la sottovalutazione della valuta e la recente collaborazione tra la Fed e la Banca del Giappone nel coordinamento dei tassi, che dimostra l’impegno delle autorità statunitensi e giapponesi a stabilizzare la valuta. Il fattore chiave che influenza un rialzo sostenuto dello yen rimane il ritmo con cui la BoJ adegua i tassi di interesse, dato il mercato del lavoro robusto e le pressioni inflazionistiche persistentemente forti. Dato il forte mandato politico del primo ministro Takaishi, la sua amministrazione potrebbe ora essere più incline a prendere in considerazione tassi di interesse più elevati, specialmente se l’economia continuerà la sua ripresa dal prolungato contesto di bassa crescita e deflazione degli ultimi tre decenni.
Ma Waldner privilegia una posizione di sovrappeso sul dollaro australiano che dovrebbe registrare una performance solida nei prossimi mesi per due ragioni principali: primo, la RBA ha avviato gli aumenti dei tassi di interesse prima della maggior parte delle altre principali banche centrali, ad eccezione del Giappone, «e prevediamo almeno un ulteriore aumento dei tassi nella prima metà del 2026. Inoltre», conclude Waldner, «ci aspettiamo un’accelerazione del ciclo delle materie prime con il rafforzarsi della crescita globale e la ripresa dei settori manifatturieri dopo un lungo periodo di debolezza, il che dovrebbe fornire un forte vento favorevole al dollaro australiano». (riproduzione riservata)