Dividendi, 44 miliardi in arrivo dalle blue chip di Piazza Affari: i titoli che rendono fino al 9% e alzano la cedola
Dividendi, 44 miliardi in arrivo dalle blue chip di Piazza Affari: i titoli che rendono fino al 9% e alzano la cedola
Dazi, AI e rally del greggio preoccupano, ma le valutazioni contenute sostengono il Ftse Mib. Con utili attesi a 75 miliardi nel 2026, ecco le azioni con dividendi ricchi, in crescita e i Peg ratio più interessanti secondo Banca Akros

di Francesca Gerosa 24/07/2026 20:00

Ftse Mib
51.802,23 17.40.00

+0,95%

Dax 30
25.099,00 18.00.00

+1,36%

Dow Jones
51.947,25 22.14.46

+0,46%

Nasdaq
24.979,56 22.09.57

-0,64%

Euro/Dollaro
1,1371 21.54.48

-0,11%

Spread
81,61 17.30.11

-0,02

Battuta d’arresto per l’indice Ftse Mib, tornato sotto la soglia di 52.000 punti. Ma il mercato azionario italiano conserva una performance positiva del 17% da inizio anno, la migliore in Europa. L’indice domestico non è immune dall’aumento della volatilità (Vix +21% nell’ultima settimana), innescato dall’escalation in Medio Oriente, con i prezzi del petrolio volati oltre 100 dollari al barile che alimentano i timori di inflazione, dai dubbi sulla sostenibilità delle maxi-spese per l’AI, alimentati dai primi risultati finanziari delle big tech Usa, e dalla destabilizzante politica commerciale di Trump, ritornata a scuotere i mercati.

Le ancore di Piazza Affari

Tuttavia, il forte peso del settore finanziario e delle utility, non direttamente esposte allo stillicidio quotidiano di notizie sulla guerra in Iran e sui nuovi dazi all’import americano, rende il listino milanese più equilibrato, preservandone una certa stabilità. La stagione dei conti del primo semestre è appena iniziata, ma le premesse sono buone con conti attesi solidi da banche e assicurazioni (Unicredit ha fatto da apripista con un utile di 6,12 miliardi), mentre maggior debolezza caratterizzerà i settori auto, tecnologico (il mercato ha bocciato la guidance del terzo trimestre di Stm) e del lusso (il Direct to consumer di Moncler nel secondo trimestre ha deluso e l’estate è partita a rilento).

Yield da record

Nonostante una crescita degli utili delle società del Ftse Mib attesa per il 2026 del +16% (a 75,33 miliardi di euro secondo le stime di Banca Akros per Milano Finanza) con un’ulteriore crescita nel 2027: +11% a 83,63 miliardi, il p/e medio delle blue chip milanesi rimane molto contenuto, intorno a 14,8x sul 2026 e a 13,9x sul 2027, a sconto rispetto alla media storica e all’indice EuroStoxx. Di pari passo la politica dei dividendi si conferma un aspetto distintivo dell’azionario italiano. In termini di dividend yield, secondo il consenso, il Ftse Mib vanta un primato assoluto: offre un rendimento del 3,9% su quest’anno e del 4,2% sul 2027.

Questi i livelli medi, ma ci sono blue chip che staccano oltre il 5% come Eni, Snam, Enel tra le utility e Mediobanca e Azimut tra i finanziari. In quest’ultimo settore Bper, Banco Bpm, Mps, Intesa Sanpaolo e Nexi sono ancora più generose (6/7%). «Tra le azioni italiane a più alto rendimento emergono le banche, seguite da utility, assicurazioni e risparmio gestito», sottolinea Gianmarco Bonacina, Head of Research di Banca Akros. Solo dalle banche è attesa una pioggia di dividendi pari a 20,27 miliardi nel 2026, più staccate le utility (7,69 miliardi), a seguire 3,6 miliardi dalle assicurazioni e 1,492 miliardi dalle società di risparmio gestito.

Cedole in crescita

Ma anche l’incremento dei dividendi è una prerogativa del listino milanese e un’interessante opportunità di investimento, secondo Bonacina. «A valere sul bilancio 2026 le società del Ftse Mib sono attese pagare 44,3 miliardi lordi con un payout del 53%. Invece, nel 2027 48,9 miliardi con un payout del 52%», afferma l’esperto. Mps, Bper, Unicredit, FinecoBank, Recordati, Amplifon, Tim, Lottomatica, Buzzi, Brunello Cucinelli, Leonardo, Ferrari e Prysmian vedranno tutte una crescita a doppia cifra della cedola con Stellantis che, secondo il consenso (si veda la tabella sotto), distribuirà un dividendo di 0,08 euro per azione dopo averlo sospeso a valere sul bilancio 2025 e Fincantieri che finalmente tornerà a premiare gli azionisti (cedola simbolica di 0,01 euro) dopo averli lasciati a secco dal 2020 in poi.

Tim, invece, tornata a remunerare gli azionisti con la prima tranche del programma di buyback concluso il 23 luglio, prevede il ritorno alla cedola a primavera del 2027. Banca Akros vede il colosso tlc staccare prima 0,18 euro per azione (yield del 2,3%) e l’esercizio successivo 0,29 euro (yield del 3,8%).

Non mancano le società che potrebbero sorprendere il mercato con un dividendo straordinario, come Iveco che a seguito della cessione del business Defence a Leonardo ha staccato 5,8216 euro per azione, o con un acconto sul dividendo. «Di solito sono quelle che hanno un basso leverage e generano molta cassa come Fineco e Azimut», indica Bonacina. «Mentre le società che possono aumentare il dividendo nei prossimi tre anni senza compromettere gli investimenti sono quelle che hanno un payout limitato, sotto la media di mercato quindi alzabile, come Stm (28% di payout), Prysmian (21%) e Leonardo (29%)».

Il Peg, il rapporto che conta

C’è un altro indicatore caro agli analisti. A differenza del tradizionale multiplo prezzo/utile (p/e), il Peg ratio include il tasso di crescita previsto degli utili di un’azienda. Se il p/e offre una fotografia della valutazione attuale di un titolo, il Peg aggiunge un elemento fondamentale: la velocità con cui gli utili di una società potrebbero crescere nel tempo. «L’indicatore Peg viene calcolato come rapporto fra il p/e dell’anno corrente e la crescita attesa futura dell’eps. Per l’indice Ftse Mib il valore mediano è al momento 1,2x, guardando alla crescita attesa del 2027», spiega Bonacina, «e viene utilizzato normalmente come parametro per le aziende growth, a crescita strutturale, e non per quelle cicliche, ad esempio legate alle commodities come il petrolio, dove ci possono essere delle forti oscillazioni della redditività». In pratica un Peg inferiore a 1 suggerisce che il titolo è scambiato a un prezzo più basso rispetto a quanto giustificato dalla sua crescita futura, un Peg a 1 indica che l’azione è valutata in linea con la sua crescita prevista, sopra 1 che potrebbe essere troppo cara.

Le occasioni

Ebbene la maggior parte delle società del Ftse Mib presenta un Peg inferiore a 1,5, alcune sotto 1. Questo significa che, in media, le valutazioni non incorporano multipli eccessivi rispetto alla crescita prevista degli utili. È una caratteristica diversa rispetto ai listini americani, dove molti leader high tech trattano con Peg ben superiori a 2. Le occasioni, con un Peg inferiore a 1, sono Saipem, Iveco, Mps, Tim, Amplifon e Lottomatica, Stellantis, Stm e Fincantieri.

Stupisce il comparto bancario, soprattutto Mps, Bper, Unicredit e Intesa Sanpaolo: nonostante il rally, in scia al risiko, gran parte del settore continua a essere valutato in modo ragionevole, grazie a utili elevati e a politiche di distribuzione molto generose. Solo Mediobanca e Banco Bpm appaiono più «costose» in termini relativi. Invece la qualità delle utility è pagata a caro prezzo: Enel (3,2), Snam (6,9), Terna (14,6), Hera (3) mostrano Peg più elevati. Qui il messaggio è diverso: il mercato riconosce il valore della stabilità dei flussi di cassa e dei dividendi, ma la crescita degli utili è limitata.

Nel lusso è Moncler a emergere come titolo growth con il Peg più contenuto (2,3) rispetto a Ferrari (2,9). Non per niente la società del piumino è tra le Italian Top Picks di Banca Akros con un target price a 70 euro insieme a Ferrari (tp a 380), FinecoBank (tp a 24), Lottomatica (tp a 32) e Poste Italiane (tp a 32).

Un altro elemento degno di nota è che molti titoli con Peg interessanti offrono anche dividend yield elevati. È il caso di Mps, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bper e Saipem. Attenzione, invece, ai Peg negativi: Inwit, Azimut, Eni e Avio. In questi casi il dato non va interpretato come una sottovalutazione, ma deriva dalla formula utilizzata (p/e 2026 diviso per la crescita dell’eps 2026-2027): la crescita degli utili è negativa. Detto questo, «non esiste una scelta corretta fra una società con Peg basso e dividendo elevato oppure una società con Peg alto ma una forte qualità del business, dipende», chiarisce Bonacina, «fra le altre cose dalla strategia di investimento se è più volta ai flussi cedolari o alla crescita del capitale».

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