Non dai film studios e nemmeno dallo streaming, ma dai parchi a tema. Il nuovo ceo di Disney, Josh D’Amaro, che il 18 marzo prenderà il posto del capitano di lungo corso Bob Iger, arriva dalla divisione Experiences (parchi e crociere), segmento che sotto la sua guida dal 2020 ha realizzato la maggiore espansione a livello globale nella storia dell’azienda. La nomina del nuovo amministratore delegato, annunciata il 3 febbraio, è stata accolta in maniera tiepida dal mercato dopo la comunicazione dei risultati trimestrali, con il titolo della casa di Topolino che nell’ultima settimana è in leggero rialzo, ma che in un anno è ancora sotto del 5%.
A pesare sono le incertezze nel breve periodo, mentre in una visione di più lungo termine gli analisti sono in maggioranza ottimisti sul titolo Disney. Per esempio, Laurent Yoon di Bernstein ha confermato il rating outperform (performance superiore al mercato) con un prezzo obiettivo di 129 dollari, che implica margini di rialzo dalla quotazione attuale di circa 105 dollari, mentre Doug Creutz di Td Cowen si ferma leggermente più in basso con un target price di 123 dollari.
Ma la scelta di D’Amaro che cosa implica per il futuro del gruppo? Guy Bisson, executive director di Ampere Analysis, spiega che il focus principale sarà sulla crescita, con il nuovo ad che dovrà spingere ancora di più sullo streaming. Se si guarda alla redditività, Disney in questo business punta a margini del 10% nel 2026, in miglioramento ma che si confrontano con il 36% di Netflix. Per rendere lo streaming più profittevole può «cercare di crescere in mercati che non sono ancora saturi, come quelli emergenti, aumentare i prezzi degli abbonamenti, ripensare i pacchetti di abbonamento, migliorare l’engagement, visto che la pubblicità è sempre più parte del business, e rafforzare le sue Intellectual Property», dice Bisson.
Da questo punto di vista è strategico l’accordo da un miliardo di dollari che Disney ha stretto con OpenAI, perché gli permetterà di controllare ma soprattutto monetizzare i suoi Ip in un settore che risente sempre di più della concorrenza dei social media.
Per Disney il punto debole resta la tv lineare, il cui declino prosegue. Su questo aspetto Yoon fa notare che D’Amaro ha registrato una traiettoria di crescita a lungo termine del 5-6% nonostante le sfide macroeconomiche, ma molti investitori sostengono che le altre due attività, Linear e Svod, siano molto più complesse da guidare verso la crescita. In sintesi, è un portafoglio difficile da gestire per qualsiasi manager: attività profondamente sinergiche ma fondamentalmente diverse, che spaziano da Linear al Dtc (Direct to consumer), dai parchi a tema alle crociere.
Per gran parte degli ultimi quattro decenni Disney è stata guidata da Eisner e Iger, ciascuno con un mandato di circa vent'anni. Entrambi hanno costruito la carriera nei media prima di assumere il ruolo di ceo, superando l'indice S&P, fino a quando lo streaming non ha iniziato a pesare sui risultati del gruppo. In particolare, nella fase Eisner (1984-2005) il titolo Disney ha battuto lo S&P del 5,8% e nel primo periodo Iger (2005-2020) del 5,7%, mentre nella seconda fase Iger (dal 2022 a oggi) ha realizzato una performance annualizzata del 3,7% contro il 19,3% dell’indice.
Per D'Amaro non è facile convincere il mercato: il secondo trimestre sarà il vero banco di prova. (riproduzione riservata)