Difesa, parte il piano Safe: alla Polonia i primi 6,6 miliardi. L’Italia per ora resta fuori. Ecco perché
Difesa, parte il piano Safe: alla Polonia i primi 6,6 miliardi. L’Italia per ora resta fuori. Ecco perché
Bruxelles muove i primi passi concreti sulla sicurezza comune e Varsavia incassa i primi prestiti per gli armamenti. Roma invece frena, taglia i fondi prenotati e dà la priorità all’emergenza energetica 

di Anna Di Rocco 29/05/2026 14:18

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Il Security Action for Europe (Safe) entra ufficialmente nella sua fase operativa. Ma l’Italia, almeno per il momento, sceglie di stare lontana dai fondi che l’Europa mette a disposizione per una difesa comune. A fare il punto sulla situazione a Bruxelles è stato il portavoce della Commissione europea, Thomas Regnier, durante il briefing quotidiano con la stampa.

Al momento sono cinque gli Stati membri ad aver firmato l’accordo per accedere ai prestiti Safe: Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio. «L’Italia non ne fa parte», ha spiegato il portavoce. E, al contrario, Palazzo Chigi starebbe lavorando per ridimensionare l’accesso al prestito per dare priorità alla crisi energetica

Al via i primi esborsi: la Polonia guida il gruppo dei cinque 

La Polonia si conferma il principale beneficiario del programma. L’esecutivo comunitario ha annunciato il versamento a Varsavia del primo esborso da 6,6 miliardi di euro, pari al 15% dell’assegnazione totale polacca, che ammonta a ben 43,7 miliardi. Il prefinanziamento, basato su prestiti a lungo termine finanziati tramite l’emissione di debito sui mercati da parte dell’Ue, servirà ad accelerare gli investimenti urgenti nella difesa e a modernizzare le capacità militari del paese.

La vicepresidente esecutiva della Commissione, Henna Virkkunen, ha sottolineato l’importanza del momento: «L’Europa deve essere preparata a qualsiasi scenario e pronta ad agire in qualsiasi circostanza». Le ha fatto eco il commissario alla Difesa e allo Spazio, Andrius Kubilius, definendo il pagamento «un passo concreto in avanti per la nostra sicurezza comune». 

Ma mentre l’Est Europa accelera sulla difesa, a Roma il governo guidato da Giorgia Meloni cambia rotta. L’Italia aveva inizialmente prenotato ben 14,9 miliardi di euro attraverso il programma Safe, ma l’esecutivo sembrerebbe volerne ora chiederne solo una parte, ipotizzando una potatura di circa 10 miliardi. L’intenzione è quella di attingere al fondo solo per 4 o 5 miliardi: ovvero quanto basta per coprire i progetti per i quali sono già stati firmati contratti vincolanti.

Come spiegato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a Dritto e Rovescio su Rete 4: «Sul Safe chiederemo meno dei 15 miliardi previsti. Dobbiamo rispettare gli impegni presi con la Nato, ma non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente. Ci stiamo battendo per ottenere flessibilità da Bruxelles e speriamo in un’apertura».

L’opzione Fondi di Coesione, Meloni attende la risposta della von der Leyen

La priorità assoluta di Palazzo Chigi è oggi la sicurezza energetica, messa a dura prova dalle tensioni internazionali con l'Iran e dalla conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz. Roma guarda a mercoledì 3 giugno, giorno in cui è prevista la risposta di Ursula von der Leyen a una lettera ufficiale inviata dalla premier il 18 maggio per richiedere margini di flessibilità sui conti.

In questo intricato scacchiere si inserisce anche la proposta di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione UE con delega alla Politica regionale. Fitto ha scritto ai governi e ai governatori europei proponendo di riallocare i fondi strutturali esistenti (Fesr, Fondo di coesione e Just Transition Fund) per contrastare il caro energia, la dipendenza dai fossili e la carenza di fertilizzanti.

L’idea piace molto a Roma – che la vede come un’ottima sponda alternativa allo scostamento di bilancio – ma ha già sollevato le barricate dei territori e delle Regioni europee, che protestano compatte: «I fondi di coesione non sono un bancomat, sono risorse già impegnate sui territori». 

La tattica diplomatica ed economica dell’esecutivo è finita nel mirino dell’ex premier ed ex commissario europeo, Paolo Gentiloni. Intervistato da La Stampa, Gentiloni non ha usato giri di parole per bocciare la linea del governo: «Basta attacchi all’Europa, così rischiamo di renderci ridicoli. Siamo ultimi per crescita e primi per debito, nonostante l'Italia abbia ricevuto una quantità enorme di fondi europei. Dire che il problema sono gli eccessi burocratici di Bruxelles ricorda chi diceva che il problema di Palermo è il traffico». (riproduzione riservata)