Palazzo Baracchini ha fatto la sua parte. In un mondo «profondamente mutato», in cui anche la «difesa è profondamente diversa», il ministro Guido Crosetto annuncia al Question Time al Senato giovedì 9 di avere pronto un piano per la Difesa nazionale. Il faldone è lì, in una delle stanze di via Venti Settembre, in attesa di essere presentato in Parlamento. O meglio, in attesa che ci siano i soldi per finanziare il piano.
Perché il punto, al netto della retorica, è tutto qui: la Difesa italiana — come gran parte di quella europea — arriva tardi in un mondo che è già cambiato. «Abbiamo riscoperto la guerra», ha detto Crosetto, e con essa un equilibrio internazionale in cui contano di nuovo le potenze, la deterrenza e la capacità industriale.
Il problema non è solo politico, ma strutturale. Costruire la difesa non è come «preparare un frigorifero»: richiede anni di pianificazione, investimenti che nei primi cicli non producono ritorni visibili e una continuità che mal si concilia con i tempi della politica. La tecnologia militare — dai sistemi anti-drone alla cyberdifesa — si costruisce con capitali ingenti e orizzonti lunghi. Ma il ritardo accumulato pesa già sul sistema Paese.
Da qui la rivendicazione del ministero: la macchina è pronta. «La Difesa ha fatto la sua parte», è la linea. Il piano esiste già, ed è stato costruito tenendo conto di un possibile incremento futuro delle risorse. Ma ora è un tema di finanza pubblica e di politica economica. Il dossier si sposta dal ministero di via Venti Settembre al Parlamento, e soprattutto ai vincoli di bilancio europei.
Il governo Meloni è in attesa di capire se uscirà dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. Giorgetti guarda al 21 aprile, quando Eurostat diffonderà le valutazioni sul sul rapporto deficit/pil. In altre parole: la Difesa può programmare, ma non può spendere senza coperture. «Ci fermiamo quando ci vengono dati i fondi», ha sintetizzato Crosetto.
Sul tavolo non c’è solo il piano industriale-militare ma anche una riforma complessiva della Difesa. Crosetto promette che arriverà a breve, sottolineando però che non è una riforma «del ministro. Io tra un anno me ne andrò» ha detto, rivendicando il carattere strutturale dell’intervento: un impianto pensato per i prossimi vent’anni, che sarà il Parlamento a decidere se adottare e, soprattutto, come finanziare.
Accanto al piano di lungo periodo, Palazzo Baracchini spinge sull’innovazione tecnologica e, in particolare, sull’intelligenza artificiale. Il ministro Crosetto ha disposto l’istituzione di un comitato ordinatore, già al lavoro sulla valutazione del piano attuativo: «È il passaggio decisivo per allineare priorità, iniziative e responsabilità in tutti gli ambiti della Difesa italiana», ha spiegato.
Il comitato definirà il progetto per la costituzione del laboratorio di intelligenza artificiale della Difesa, destinato a diventare un centro di eccellenza nazionale per l’innovazione applicata: un punto di aggregazione delle competenze e il motore operativo per le principali soluzioni AI a supporto della Difesa. L’obiettivo è passare rapidamente dalla strategia all’esecuzione, con tempi certi e risultati misurabili.
Per il 2026 la sezione AI concentrerà le risorse «sui fattori abilitanti senza i quali nessuna strategia produce effetti», ha detto Crosetto citando infrastrutture di calcolo, gestione e valutazione dei dati, e rafforzamento delle competenze del personale. «Contemporaneamente, partiranno i primi progetti pilota, selezionati in settori in cui l’AI può generare risultati misurabili in tempi brevi, con l’idea di estendere progressivamente le soluzioni più efficaci ad altri ambiti e l’obiettivo di far entrare in funzione il laboratorio nel 2026».
A margine, Crosetto si è espresso di fatto a favore di Lorenzo Mariani come nuovo ceo di Leonardo. Ai cronisti che gli hanno chiesto se Mariani sia il nome giusto per guidare il gruppo della difesa controllato da Cdp, Crosetto ha risposto: «Lo chiede a una persona che tre anni fa l'aveva proposto...». Del ceo uscente Roberto Cingolani invece ha detto che «è una persona con cui ho lavorato molto bene in questi tre anni». Mentre ha tagliato corto circa l'ipotesi di una governance a tre, con presidente, amministratore delegato e direttore generale: «Io non sono azionista».(riproduzione riservata)