Il riarmo europeo non è più solo una risposta emergenziale alla guerra in Ucraina, ma l’inizio di un ciclo industriale pluriennale. La vera sfida non sarà annunciare nuovi budget, ma trasformarli in capacità reale. La difesa non funziona come un settore consumer, dove l’offerta può essere aumentata rapidamente quando cresce la domanda. Per produrre munizioni, missili, radar, veicoli corazzati o sistemi di difesa aerea servono impianti autorizzati, personale specializzato, componenti certificati, supply chain sicure e lunghi processi di qualificazione.
La frammentazione europea rende il quadro più complesso. Il continente utilizza oltre 170 sistemi d’arma diversi, contro circa 30 negli Stati Uniti. Questo significa costi più elevati, minore interoperabilità, logistica più complicata e minore capacità di produrre su larga scala.
Inoltre, in passato ogni Paese tendeva a proteggere il proprio campione nazionale. La Germania con Rheinmetall, l’Italia con Leonardo, la Francia con Thales e Nexter, la Svezia con Saab. Questo approccio ha preservato competenze locali, ma ha anche impedito la creazione di una vera scala continentale. Per questo, spiega il team di Banor nell’outlook sul secondo semestre, il nuovo ciclo europeo sarà guidato da coordinamento e autonomia. Readiness 2030, Safe, il Fondo Europeo per la Difesa e la European Defence Industrial Strategy puntano tutti nella stessa direzione.
Aumentare la spesa, ma soprattutto fare in modo che una quota crescente rimanga all’interno dell’industria europea.
Il «buy European» non è più solo uno slogan, ma sta diventando parte integrante della politica industriale. All’interno di questo ciclo, non tutte le aree cresceranno allo stesso ritmo, avverte Banor. Alcuni segmenti beneficiano già oggi di domanda urgente, altri richiedono programmi pluridecennali, altri ancora saranno trasformati dall’innovazione tecnologica.
Il primo tema è quello delle munizioni. La guerra in Ucraina ha ricordato all’Europa una lezione che molti eserciti occidentali avevano quasi dimenticato: nei conflitti ad alta intensità, la quantità conta ancora. Droni, satelliti, cyber e AI sono sempre più importanti, ma senza munizioni anche l’esercito più tecnologico perde rapidamente capacità operativa. Il caso più evidente è quello dei colpi d’artiglieria da 155mm, diventati uno dei simboli della guerra di attrito.
Rheinmetall è diventata una delle società più rappresentative di questo tema. Il gruppo punta a produrre almeno 1,1 milioni di colpi da 155mm all’anno entro il 2027, una scala difficilmente immaginabile pochi anni fa. Il dato va letto correttamente. Si tratta di un target produttivo, non di un livello già raggiunto, ma indica chiaramente la direzione del ciclo. Inoltre, la domanda non dipende solo dall’Ucraina: anche in caso di cessate il fuoco gli eserciti europei dovrebbero ricostituire scorte arrivate a un livello troppo basso, aumentare l’intensità dell’addestramento e prepararsi a standard di prontezza più elevati.
Il secondo tema è la difesa aerea. L’Ucraina ha mostrato quanto sia difficile proteggere città, infrastrutture energetiche, basi militari e linee logistiche da missili, droni e munizioni circuitanti. In un mondo in cui anche attori non statali possono accedere a droni relativamente economici, la protezione dello spazio aereo diventa una priorità non solo militare, ma anche politica. Non si tratta soltanto di intercettare missili balistici o aerei nemici, ma di costruire una protezione a più livelli, fatta di sistemi a lungo raggio, difesa a medio raggio, soluzioni short-range, radar, sensori, guerra elettronica e capacità anti-drone.
Nel breve termine, gli Stati Uniti continueranno a mantenere un ruolo centrale. Sistemi come Patriot, Thadd e F-35 restano difficili da sostituire, soprattutto perché già disponibili, testati e interoperabili con la Nato. Nel medio periodo, però, l’Europa cercherà di catturare una quota crescente della domanda, soprattutto dove esistono alternative credibili. Difesa aerea a corto e medio raggio, radar, sensori, elettronica, sistemi anti-drone, missili e munizionamento collegato. Player come Thales, Leonardo, Rheinmetall, Mbda, Saab e Kongsberg sono ben posizionati in diverse nicchie del mercato.
Il terzo tema è la trasformazione tecnologica. La guerra moderna sta diventando più distribuita, più connessa e più software-driven. Il conflitto in Ucraina ha mostrato che piattaforme molto costose possono essere messe sotto pressione da sistemi molto più economici, come droni commerciali modificati, loitering munitions, sensori distribuiti, guerra elettronica e software di coordinamento. Questo non significa che carri armati, caccia o navi diventeranno improvvisamente obsoleti.
La realtà è più sfumata: le grandi piattaforme continueranno a esistere, ma dovranno diventare nodi di una rete più ampia.
I grandi programmi europei vanno già in questa direzione. Fcas, sviluppato da Francia, Germania e Spagna, e Gcap, che coinvolge Regno Unito, Italia e Giappone, non sono semplicemente nuovi caccia, ma ecosistemi di combattimento composti da velivoli pilotati, droni, remote carriers, cloud di dati e sensori integrati.
Questo, spiega il team di Banor, sposta il valore dalla singola piattaforma alla capacità di integrare sistemi. Si crea così spazio per nuovi entranti specializzati in AI, cyber, autonomia e data analytics, ma i grandi prime contractor restano difficili da disintermediare. Nel settore difesa, l’innovazione è necessaria ma non sufficiente: servono certificazioni, relazioni governative, capacità produttiva, sicurezza della supply chain e competenza nell’integrazione di programmi complessi.
Il quarto tema è il rapporto tra Europa e Stati Uniti. Negli ultimi anni l’urgenza ha favorito i fornitori americani. Tra il 2015-2019 e il 2020-2024 le importazioni di armamenti dei membri Nato europei sono aumentate del 105% e la quota fornita dagli Stati Uniti è salita dal 52% al 64%. Questo dimostra che il riarmo europeo, almeno nella fase iniziale, ha beneficiato molto anche i contractor americani. Ma questa dipendenza è proprio ciò che l’Europa vuole ridurre. Non sarà un processo rapido, perché nei sistemi più complessi non esistono alternative europee immediatamente disponibili; tuttavia, in munizioni, veicoli terrestri, difesa aerea a corto raggio, droni, elettronica e cyber, la sostituzione è più credibile.
Nel 2026 sarà quindi fondamentale monitorare alcuni indicatori: primo, la conversione dei budget in ordini reali. Il settore difesa non vive di annunci politici, ma di contratti firmati, produzione e consegne. Backlog, book-to-bill e tempi di consegna saranno le metriche chiave.
Secondo, la Germania, probabilmente il Paese europeo più rilevante da osservare. Il fondo speciale da 100 miliardi di euro, l’aumento della spesa e l’ambizione di diventare un pilastro della difesa europea rendono Berlino un driver centrale per munizioni, veicoli terrestri, elettronica e difesa aerea.
Terzo, le strozzature produttive. Propellenti, esplosivi, microelettronica, personale qualificato, impianti autorizzati e capacità di collaudo resteranno possibili colli di bottiglia.
Quarto, l’evoluzione del conflitto in Ucraina. Un cessate il fuoco potrebbe ridurre la pressione immediata sui governi e generare volatilità sui titoli del settore, soprattutto dopo il forte re-rating degli ultimi anni. Tuttavia, difficilmente eliminerebbe la necessità di ricostituire scorte e rafforzare capacità nazionali. Quinto, le valutazioni. Il tema difesa è ormai ben compreso dal mercato.
Nel 2026, conclude il team di Banor, non basterà essere esposti al settore: servirà dimostrare crescita degli ordini, conversione in ricavi, disciplina sui costi e capacità di generare cash flow. Nel complesso, il settore della difesa entra nella seconda metà del 2026 con fondamentali strutturalmente solidi e valutazioni che appaiono più attraenti, dopo la correzione degli ultimi mesi. Non vincerà soltanto chi ha la tecnologia migliore, ma chi ha fabbriche, certificazioni, supply chain e capacità di consegnare. (riproduzione riservata)