Poche ore dopo essere stato nominato ceo di Deutsche Bank, Christian Sewing avrebbe dovuto volare da Francoforte a Milano per testimoniare nel processo sul caso Mps-Santorini. Ma non si sarebbe mai presentato. Al suo posto, quel 9 aprile 2018 arrivò Ian Overton, un altro top banker dell’istituto tedesco, che era stato suo stretto collaboratore nel 2013 quando il team di audit guidato proprio da Sewing redasse una contestazione disciplinare che fu alla base dell’inchiesta milanese.
Overton confermò davanti ai giudici le conclusioni dell’audit interno della banca tedesca: fu un atto d’accusa pesantissimo nei confronti dei sei banker (ormai quasi tutti ex) imputati a Milano in quanto autori dell’operazione Santorini che tanti guai aveva provocato a Mps, almeno dal punto di vista reputazionale. Ma non da quello economico: come emergerà molti anni dopo durante il processo, Siena ottenne flussi di cassa positivi per oltre mezzo miliardo di euro.
Quella di Overton fu una testimonianza chiave, perché quell’audit e i conseguenti provvedimenti disciplinari risultarono centrali per le condanne di primo grado dei banker imputati, oltre che dei vertici di allora di Mps, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni (nello stesso processo erano imputati anche banker della giapponese Nomura per un’operazione analoga chiamata Alexandria: anch’essi condannati in primo grado e poi assolti).
Ma Overton non dichiarò ai giudici che le risultanze dell’audit, che contestavano ai banker di aver taciuto elementi fondamentali su Santorini, erano state superate da nuove analisi interne, e che la stessa Deutsche Bank le aveva disconosciute già nel 2017 in una causa civile sempre su Santorini al tribunale di Firenze. Perché Overton non ne parlò?
Quest’ultima domanda ha trovato una risposta nel processo di appello a Milano: un’analisi forensica di Grant Thornton ha fatto emergere i veri interessi di Deutsche Bank nel mantenere pubblicamente quella iniziale interpretazione, per difendere il proprio bilancio. Hanno scritto i giudici di appello: «L’audit nel 2013 aveva finto di scoprire tardivamente» alcuni elementi di Santorini «per neutralizzare un’altra problematica interpretativa sorta dopo che la banca era stata oggetto delle attenzioni della Fed, ovvero il ricorso al cosiddetto netting, che avrebbe costretto a rilevanti variazioni di bilancio la banca tedesca che, vale la pena di ricordare, nel solo 2008 aveva perso dieci miliardi di euro».
In seguito alla perizia di Grant Thornton gli imputati sono riusciti, solo nel 2021, a ottenere dalla banca oltre 35 mila nuovi documenti tra mail, lettere, bozze e altro materiale relativo a Santorini e ad altre operazioni simili. Ne sono bastati 62 depositati in fretta e furia in appello per ottenere l’assoluzione dall’accusa di falso in bilancio e manipolazione di mercato «perché il fatto non sussiste», confermata dalla Cassazione. Una sentenza favorevole che costituisce il primo tassello del percorso di risanamento della banca senese ad opera poi di Luigi Lovaglio.
Ora quei documenti sono il principale elemento di accusa degli ex banker contro Deutsche Bank in una maxi-causa civile per danni in Gran Bretagna da circa 700 milioni di sterline. Secondo l’atto di citazione, Deutsche Bank omise di depositare i documenti e non rivelò il cambio di interpretazione su Santorini per una ragione ben precisa: difendere il suo bilancio da possibili riletture dei contratti che avrebbero indebolito pesantemente il suo patrimonio e non far emergere le risposte contraddittorie fornite alle autorità di vigilanza e al mercato. Insomma la banca li avrebbe abbandonati al loro destino per proteggere se stessa. Dei capri espiatori.
Per riuscire in questo intento, Deutsche Bank avrebbe messo in piedi un’autentica macchinazione con documenti non consegnati alle autorità di vigilanza, dalla Fed alla Bafin alla Banca d’Italia ma anche alla stessa procura di Milano. Altre carte, come quelle dell’audit, sarebbero finite invece alla magistratura italiana ma in maniera manipolata.
Non è una causa qualunque: additati come responsabili di questo presunto colossale complotto ci sono alcuni pesi massimi dell’economia e della finanza tedesca come l’attuale ceo di Deutsche Bank, Christian Sewing, e l’attuale ceo di Deutsche Börse, Stephan Leithner, allora top banker dell’istituto.
Fino ad oggi la causa era stata solo «minacciata», per citare l’espressione usata da Deutsche Bank nel bilancio 2024. Ma i banker a fine 2025 hanno rotto gli indugi. A novembre c’è stato il filing, una sorta di preavviso alla controparte. Ora è stato depositato l’atto di citazione, con tanto di prove a sostegno e la quantificazione dei danni. E da quelle 99 pagine, che MF-Milano Finanza ha potuto leggere, emerge la ricostruzione (di parte, s’intende) di un gigantesco intrigo finanziario internazionale e di uno scandaloso complotto, che ha travolto anche il Monte dei Paschi con le note vicende legate alle sue difficoltà finanziarie. Naturalmente Deutsche Bank respinge con forza le accuse: nel bilancio 2025 ha affermato di considerare «totalmente priva di merito» la causa e che si difenderà vigorosamente.
Ma chi sono i banker che stanno agendo contro Deutsche Bank? In prima fila c’è Michele Faissola, nel primo decennio del secolo uno dei più importanti banchieri europei. Da solo, Faissola pretende dal suo ex istituto non meno di 473 milioni di sterline. Con lui, a muovere causa davanti alla High Court a Londra, ci sono gli ex manager Ivor Scott Dunbar (come Faissola ex membro del comitato esecutivo della banca d’affari), Matteo Vaghi e Marco Veroni. Gli altri due ex imputati assolti hanno scelto invece strade diverse: Dario Schiraldi - come rivelato da MF-Milano Finanza nel marzo 2025 - ha mosso causa in Germania chiedendo a Deutsche Bank 152 milioni di euro di danni, mentre lo scorso gennaio Foresti ha raggiunto un accordo transattivo per una somma non resa nota.
I quattro banker hanno tra le armi a disposizione già una sentenza a loro favorevole: quella della Corte d’appello di Milano, che usa parole durissime contro Deutsche Bank nella gestione della questione Santorini: «II restatement … proveniva dalla stessa funzione che avrebbe dovuto effettuare rilievi nel 2008; che, anziché accusare di scarsa trasparenza i propri colleghi, alcuni dei quali avevano già lasciato la banca, avrebbe dovuto assumersi la responsabilità delle proprie valutazioni dell’epoca».
Per capire bene la questione è necessario un salto all’indietro. E guardare non tanto al bilancio di Montepaschi ma a quello di Deutsche Bank, che tra il 2011 e il 2013 era nel mirino delle autorità americane Sec e Fed per l’uso aggressivo del «netting», una pratica contabile molto discussa per certe operazioni, in quanto non faceva emergere chiaramente i rischi in bilancio, e che era stata anche tra le cause del crack di Lehman Brothers e poi di MF Global.
Nel caso di DB con quella modalità di bilancio venivano omessi 11 miliardi di prestiti collateralizzati (i cosiddetti «enhanced repo» come Santorini, cioè operazioni strutturate di pronti contro termine a lunghissima scadenza) «riducendo così apparentemente la leva finanziaria» della banca, è scritto nell’atto di citazione.
A metà 2013, pressata dalla Sec che voleva vedere in profondità nei bilanci anche in vista dell’entrata in vigore di nuovi principi contabili più restrittivi, Deutsche Bank cercò una strada per continuare nell’uso dei netting e la trovò nell’iscrivere gli enhanced repo come derivati. Da qui il formale restatement del bilancio il 22 ottobre 2013.
Per giustificare quell’intervento tanto incisivo la banca affermò di avere scoperto «fatti nuovi» nascosti dal deal team – cioè dai sei banker poi finiti a processo – al comitato rischi (GmRac): ovvero il ricorso al «bond sourcing», cioè la particolarità che fosse stata la stessa banca a fornire al cliente (in questo caso, Mps) i Btp, anche attraverso un intermediario. Questo particolare «avrebbe comportato il collegamento delle transazioni e la loro contabilizzazione come un’unica transazione, cioè come un derivato». In questo modo vennero modificate 37 operazioni, non solo Santorini.
I primi a non credere a quella ricostruzione furono i regolatori tedeschi: l’11 novembre 2013 la Bafin scrisse una lettera a Deutsche Bank in cui esprimeva «incredulità» e definiva «completamente inverosimile» la tesi della scoperta del bond sourcing. Ma per giustificare queste scoperte – che, secondo gli ex imputati, erano in realtà ben note da tempo sia all’allora cfo Stephen Krause, che ne parlò in una lettera del 2013 anch’essa ritrovata solo di recente, sia a Christian Sewing – venne condotta un audit solo su Santorini, non su tutte le operazioni della stessa natura.
La banca e in particolare i responsabili dell’audit a cominciare dal suo capo di allora, Sewing, avrebbero «costruito la falsa narrativa» che Santorini «era frutto di condotte illecite» e così avrebbero «schermato o allontanato» i riflettori dai top manager di Deutsche bank. I rapporti di audit sarebbero stati «falsi e fuorvianti» e nonostante questo vennero inviati alla tedesca Bafin e alla Banca d’Italia, pur sapendo che sarebbero stati oggetto di segnalazione alla magistratura italiana, come poi avvenne. I banker ritengono inoltre di avere trovato le prove che Deutsche Bank abbia mancato nel 2014 di fornire informazioni complete alle rogatorie della procura di Milano.
Un esempio? È emersa una mail dell’ottobre 2010 di Sewing, allora capo del credit risk management, in cui parlava di un’enhanced repo con bond sourcing da costruire per Unicredit che era stato discusso con l’allora co-ceo Anshu Jain e approvata dal cda di Francoforte. E ancora: nelle bozze dell’audit che «condannò» i sei banker viene scritto chiaramente che il bond sourcing era una pratica comune in Deutsche Bank e che non era mai stato posto in discussione.
Tuttavia – si legge nell’atto di citazione – «tali passaggi sono stati marginalizzati nella relazione finale di audit. Si deve dedurre che ciò sia stato fatto (sotto la supervisione di Sewing) perché (come Sewing sapeva) quei passaggi erano incoerenti e indebolivano la presunta giustificazione del restatement». Di conferme come queste, gli ex imputati ne hanno trovate a decine.
Ora si attendono le repliche scritte del colosso tedesco, che non ha risposto a MF-Milano Finanza. Si preannuncia una battaglia legale senza esclusioni di colpi e con un dispendio di capitali quasi senza limiti, se si considera che da solo Faissola, oggi il principale consulente del fondo dell’emiro del Qatar, primo azionista proprio di Deutsche Bank, è stato finanziariamente in grado di sostenere le spese per l’analisi di Grant Thornton che ha smontato il restatement della banca. È stata proprio questa perizia che ha spinto Deutsche Bank ad ammettere nel processo d’appello di Milano che il restatement non era necessario, che il bond sourcing era usato «molto frequentemente», che il team incaricato dell’operazione aveva fornito informazioni «chiare e complete» e che l’accusa di aver nascosto elementi dell’operazione agli organi interni della banca «non era supportata dai fatti».
Ora sarà un giudice inglese a decidere se l’istituto abbia volutamente mentito e danneggiato i suoi ex colleghi. E, indirettamente, anche «ostacolato» i regolatori di mezzo mondo e la stessa procura di Milano. Un’accusa, contenuta nell’atto di citazione, pesantissima per un istituto di credito e cruciale anche per la storia bancaria italiana ed europea degli ultimi anni. (riproduzione riservata)