C’è una maxi-causa da almeno 750 milioni di euro che pesa sui bilanci di Deutsche Bank. È un lite che verrà combattuta in un doppio fronte giudiziario in Germania e in Gran Bretagna ma che ha le sue radici in Italia.
A intentarla sono gli ex banker coinvolti nell’inchiesta Mps-Santorini che fu all’origine dello scandalo mediatico che nel 2013 travolse la banca senese: accusano la loro ex banca di averli sostanzialmente abbandonati al loro destino omettendo di indicare alla procura di Milano e alla Banca d’Italia documenti che sarebbero stati decisivi per le loro assoluzioni.
In primo grado nel 2019 Michele Faissola - allora il più alto in grado tra i sei nella gerarchia del colosso tedesco - Michele Foresti, Ivon Scott Dunbar, Matteo Angelo Vaghi, Dario Schiraldi e Marco Veroni vennero condannati a pesanti pene ma la sentenza venne ribaltata in appello nel 2022 con assoluzioni «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di falso in bilancio e manipolazione del mercato. Ora gli ex dirigenti passano al contrattacco.
È la stessa Deutsche Bank a dettagliare le maxi-litigation nella relazione sul bilancio 2025 pubblicato giovedì 12 ripercorrendo le tappe di una vicenda giudiziaria durata dal 2013 al 2013 – data della sentenza definitiva della Cassazione.
Nel bilancio dell’anno scorso la banca aveva reso nota la causa in Germania per 152 milioni di euro da parte di Schiraldi, come rivelato da MF-Milano Finanza. Poche settimane fa Foresti ha raggiunto un accordo transattivo con Deutche Bank per una cifra non rivelata, legato a un aspetto particolare di diritto del lavoro a favore di Vaghi.
Dal bilancio 2025 emerge ora che gli altri quattro top banker hanno complessivamente chiesto davanti alla High Court di Londra almeno 600 milioni di sterline di danni, legati in gran parte alla carriera rovinata per quell’operazione descritta dalla banca come un unicum mentre invece si trattava di un «prodotto da banco» proposto a decine di altre istituzioni bancarie nel corso di quegli anni (tra il 2008 e il 2011), come chiarito dalla Corte d’appello di Milano sulla base delle nuove carte ottenute dagli imputati dalla stessa banca.
«I ricorsi sono stati notificati alle società di Deutsche Bank nel Regno Unito nel gennaio 2026, ma ad oggi non sono stati notificati a due società di Deutsche Bank con sede a Jersey» (dovrebbe avvenire a giorni), spiega il bilancio della banca che non rivela se sia stato costituito un accantonamento. La banca «ritiene che tutte queste rivendicazioni siano infondate e si difenderà con fermezza, anche contestando le presunte perdite gonfiate e irrealistiche rivendicate».
Nel mirino degli ex banker c’è fra gli altri l’attuale ceo Christian Sewing, all’epoca dei fatti a capo dell’audit che fece emergere le presunte irregolarità del team italiano nella gestione dell'operazione Santorini. La Corte d’appello ha parlato in proposito di «dati falsati dell’audit» e di «ragioni opache» alla base del restatement di DB del 2013.
La linea interpretativa dell’istituto fu «disattesa» dalla stessa DB nel corso del processo d’appello, con una lettera che ora è considerata tra gli elementi-chiave per la richiesta di danni.
Il «movente» della banca - sostengono gli ex banker – sarebbe stato di allontanare da sé le verifiche dell'americana Fed sulla compensazione (netting) di queste operazioni di «enhanced repo» riuscendo a continuare a tenerle a bilancio come derivati anziché esporne l’esposizione lorda che avrebbe indebolito pesantemente il bilancio del gruppo di Francoforte.
Ora si tratta di attendere la pubblicazione dell’atto di citazione per vedere nel dettaglio gli elementi di prova. E come si difenderà Deutsche Bank. (riproduzione riservata)