Nelle sedute successive alla pubblicazione dei conti del secondo trimestre 2026, il titolo Eni ha guadagnato circa l’8%, arrivando a sfiorare i 24 euro. Negli stessi giorni, anche le quotazioni del petrolio sono cresciute, ma del 4,5%. In quello scarto, in quel sorpasso del titolo sull’allungo del Brent, c’è il senso del messaggio che il ceo Claudio Descalzi vuole trasmettere agli azionisti: il mercato ha riconosciuto al Cane a sei zampe una spinta autonoma. I risultati sopra le attese del consenso, il cash flow in crescita, il buyback rafforzato e la concreta possibilità di un dividendo straordinario entro fine anno dipendono solo in parte dal prezzo del barile.
Domanda. È così? State sovraperformando il Brent?
Risposta. Sì, come ho detto anche agli investitori, non basta prendere atto che Eni ha battuto il consenso, bisogna guardare come e in che misura lo ha fatto: il cash flow operativo è stato superiore del 15% rispetto alle attese degli analisti, l’utile netto del 12%, l’utile operativo del 5%. Anche la produzione è risultata più alta del 3%. Cosa vuol dire questo? Che gli analisti ci attribuiscono stime che sono naturalmente collegate al prezzo del petrolio. Battere il consenso allora significa che l’efficienza gestionale ha portato risultati superiori a quelli determinati solo dall’andamento del barile. Basta vedere i numeri: il Brent è aumentato del 54%, ma il nostro margine operativo per barile è raddoppiato. Per noi è fondamentale che passi questo messaggio: non facciamo profitti passivamente, al traino del petrolio.
D. Il messaggio è rivolto anche a chi parla di extraprofitti?
R. Io parlo dell’efficacia della nostra strategia ai nostri investitori, attuali e potenziali. Dopodiché non credo che si possano considerare come extraprofitti i frutti di una strategia elaborata ed eseguita in oltre 10 anni di evoluzione industriale e consolidamento finanziario. Ci sono dietro un lavoro strategico molto complesso, diversificazione geografica, produttiva e tecnologica, un’ampia creazione di efficienza, un rischio di impresa e azioni per mitigarlo, tre enormi crisi superate in cinque anni con coerenza e stabilità.
D. Nei conti sottolineate anche di avere una produzione ad alta redditività.
R. Avere aumentato la produzione garantisce già un plus, se poi la redditività è molto alta come nel nostro caso, l’effetto si moltiplica. Avevamo detto che al 2030 il free cash flow per barile sarebbe aumentato del 50%; oggi siamo già a un +30%. Vuol dire che stiamo sviluppando i progetti ottimizzando i costi e con un time to market velocissimo. Siamo ormai molto più veloci della media nel portare le scoperte in produzione. Successi esplorativi e velocità sono sicuramente la nostra cifra.
D. La guidance 2026 è stata rivista al rialzo. In che misura hanno contribuito i business della transizione?
R. In misura determinante. Plenitude ed Enilive insieme hanno una previsione di ebitda di 2,6 miliardi. La guidance di Enilive è stata ulteriormente rivista al rialzo di circa 200 milioni in un momento in cui i nostri competitor faticano, sia con le rinnovabili che con i biocarburanti. Sono due società costruite per vendere prodotti a basso contenuto di carbonio, non solo ci assicurano un contributo importante nel ridurre le nostre emissioni, ma sono diventate un supporto importante per Eni non dipendente dal petrolio.
D. Intanto state restituendo agli azionisti una parte sempre più consistente dei profitti.
R. Siamo a oltre 6,2 miliardi di euro distribuiti agli azionisti. Il dividendo è già stato aumentato del 5% a 1,1 euro e adesso abbiamo portato il buyback da 2,8 a 3,4 miliardi. Contestualmente abbiamo rivisto al rialzo le ipotesi di scenario alla base delle guidance, portando il Brent di riferimento a 85 dollari al barile dagli 83 precedenti e il margine di raffinazione a 14 dollari al barile da 6. Se la media del Brent sarà superiore a 90 dollari al barile, o se quelle del margine di raffinazione o del prezzo del gas al Ttf aumenteranno di oltre il 50% rispetto ai nostri livelli di budget (pari a 6 $/bl e 36 €/Mwh rispettivamente, ndr), a dicembre destineremo il 100% di quel surplus di cassa a un dividendo straordinario. Il nostro remuneration yield probabilmente supererà il 10%. A chi si chiede se è sostenibile rispondo che la retribuzione degli azionisti non andrà a debito, dal momento che il gearing è diminuito dal 17% al 10%. Possiamo pagare di più perché i risultati sono sostenuti da azioni operative, e quindi dall’incremento della cassa.
D. Il dividendo straordinario sembrerebbe quasi certo.
R. Alle condizioni di adesso sì, ma decideremo a ottobre. Basta che si realizzi una delle tre condizioni a cui ho fatto riferimento e pagheremo la cedola straordinaria. Con un dividendo ordinario già così importante, stiamo aggiungendo un’ulteriore remunerazione per condividere i profitti con i nostri azionisti.
D. Oltre questo scenario che sostiene il dividendo extra, però, lei ha espresso il timore di nuove pressioni sul mercato del gas, quando verrà a mancare il gnl russo.
R. Sollevai qualche mese fa l’ipotesi di un rinvio del divieto, non di una sua eliminazione, solo nell’ipotesi in cui fossimo arrivati a fine anno con Hormuz ancora chiuso, e non era un timore che riguardava Eni o l’Italia, che stanno facendo a meno di quel gas, ma valeva per quei Paesi europei che sono maggiormente in difficoltà. Ci sono vari fattori a sostegno di questa previsione. Per esempio gli stoccaggi molto bassi. La media europea è attorno al 50%, alcuni Paesi come la Germania hanno una percentuale di riempimento dei depositi intorno al 40%, contro il 72% dell’Italia. Più tempo passa, più sarà difficile riempire gli stoccaggi per il prossimo inverno. Sappiamo che il gnl russo va tipicamente in Germania, Olanda, Francia, Portogallo e Spagna, e non arriva direttamente in Italia. Ma seppure indiretto, se con questo mercato estremamente corto verranno a mancare 20 miliardi di metri cubi ci sarà un impatto anche per l’Italia.
D. Anche se riaprisse lo Stretto di Hormuz?
R. Se riaprisse, ci vorrebbe comunque un periodo di transizione prima di tornare a una situazione di normalità e veder rifluire il gas con regolarità, anche se non credo che la situazione potrà più tornare come prima in termini di fiducia nella sicurezza dell’area. Se invece Hormuz restasse chiuso, ed è ciò che avevo paventato qualche mese fa, credo che sarebbe naturale interrogarsi sulla tempistica della messa al bando del gnl russo, e valutarne lo spostamento dei tempi oltre gennaio 2027. Non ho mai parlato di eliminare il divieto. Il mio è un discorso filo-europeo, rivolto soprattutto a tutelare quei Paesi che con stoccaggi bassi avranno bisogno di questo gas. I conti si dovranno fare verso dicembre, perché se Hormuz sarà ancora chiuso, la situazione non sarà affatto semplice.
D. Ma gli Stati Uniti non potrebbero dare più gnl all’Europa?
R. Non penso ci siano molti margini per aumenti importanti, perché ne stanno già dando tantissimo. (riproduzione riservata)