Azioni, è l’ora di tornare sui mercati emergenti? Ecco gli indici a sconto che possono guadagnare anche il 20%
Azioni, è l’ora di tornare sui mercati emergenti? Ecco gli indici a sconto che possono guadagnare anche il 20%
Nel 2026 i mercati quasi-sviluppati crescono del 13%, trainati dal boom di Taiwan, Corea e Brasile. Gli indici esposti al tech trattano a sconto. Attenzione ai rischi geopolitici e al rebus della Cina

di di Marco Capponi 19/04/2026 10:00

Ftse Mib
48.869,43 6.59.54

+1,75%

Dax 30
24.702,24 23.51.27

+2,27%

Dow Jones
49.447,43 14.50.57

+1,79%

Nasdaq
24.464,99 23.51.27

+1,52%

Euro/Dollaro
1,1766 23.00.32

-0,32%

Spread
71,98 17.30.15

-5,55

I mercati emergenti sono la vera rivelazione di questi primi mesi del 2026. L’indice Msci Emerging Markets mette a segno da inizio anno un total return in euro del 13%, più del doppio rispetto alle azioni europee e quasi 4,5 volte tanto rispetto a quelle globali sviluppate.

Il tutto anche grazie a quello che Goldman Sachs in un recente report definisce «rimbalzo resiliente»: nonostante i tentennamenti del mese di marzo a causa dell’escalation in Medio Oriente, l’annuncio di una tregua lo scorso 8 aprile ha fatto ripartire la corsa dei mercati quasi-sviluppati, guidata dal «sospiro di sollievo dei settori ciclici», evidenzia la banca d’affari.

Nel tech a sconto

I mercati emergenti presentano una struttura di mercato che strizza l’occhio sia ai cacciatori di titoli a sconto sia a quelli più orientati alla crescita. L’indice Msci Emerging Markets tratta a circa 11,7 volte gli utili attesi, «sotto la sua media decennale», scrivono gli analisti di Goldman, e anche sotto le valutazioni dei mercati sviluppati: l’indice Msci World ha un p/e atteso sopra 18.

Tuttavia, l’indice emergente è composto in larga parte da titoli tecnologici, che rappresentano circa un terzo della capitalizzazione. Entrare oggi nell’asset class emergente vuol dire esporre una parte del portafoglio a un settore tech che, a differenza di quello statunitense, è rimasto più marginale agli occhi dei grandi investitori.

Le lepri d’Asia

Gli esempi lampanti sono Taiwan e Corea del Sud che hanno portato agli investitori in euro, da gennaio, total return del 25,6% e 47,3%, e rappresentano da soli circa il 38% dell’universo emergente, occupando la seconda e terza posizione per peso relativo dopo la Cina.

Entrambi gli indici sono iper-concentrati nel settore tecnologico (75% Taiwan, 57% Corea), con i primi titoli per capitalizzazione - Tsmc e Samsung - che pesano per circa un terzo dei rispettivi benchmark. Un rischio a livello di diversificazione, ma anche un’opportunità per la peculiare conformazione del tech di questi due Paesi. «Corea del Sud e Taiwan restano pilastri nelle catene globali dei semiconduttori», spiega Fabrizio Santin, senior investment manager di Pictet Am. «Rispetto a Nasdaq e S&P 500 hanno un peso molto più contenuto di software: ma il profilo di crescita degli utili dei produttori di memoria è in crescita di oltre il 600% nel corso degli ultimi 12 mesi».

Goldman, che per la Corea vede un apprezzamento nei prossimi dodici mesi di quasi il 19% (in valuta locale), ha avviato una posizione lunga sulla coppia Corea-Taiwan contro un posizionamento short su India, Filippine e Thailandia, che possono soffrire di più l’impennata dei prezzi delle materie prime.

Brasile, il vincitore del petrolio

Il primo big latinoamericano per dimensioni è il Brasile. La borsa di San Paolo tratta attualmente a 9,6 volte gli utili attesi, da inizio anno ha restituito agli investitori europei un total return del 30,4% e, a differenza dei mercati asiatici, è esposta per i due terzi della capitalizzazione a finanza, energia e materiali.

Il rally del Brasile è fin qui dipeso dall’aumento del prezzo del petrolio. Peraltro senza il rischio militare che sta colpendo le petro-monarchie del Golfo. «Il Paese si distingue per la sua esposizione al ciclo positivo delle commodity», conferma Santin. Inoltre «beneficia di un contesto elettorale favorevole e di una politica monetaria più accomodante».

E la Cina?

ll rebus da sciogliere è legato alla Cina. Un mercato che fa ancora fatica a riemergere dalla crisi immobiliare: negli ultimi cinque anni l’indice Msci China in euro ha registrato un total return negativo del 18%, e anche quest’anno sta soffrendo (-4,2%). Goldman è perlopiù ottimista, tanto da vedere un apprezzamento di quasi il 19% nel prossimo anno. «L’economia è relativamente meglio posizionata nell’attuale shock energetico, ma sarà necessario un miglioramento degli utili per innescare un movimento al rialzo più forte del mercato», mettono in guardia gli analisti.

Dal canto suo Santin invita a considerare alcuni settori che potrebbero fare la differenza: «Esistono opportunità se si seguono le indicazioni di sviluppo tracciate dall’amministrazione pubblica: in questo senso robotica e comparto biotecnologico appaiono particolarmente interessanti».

I rischi da non sottovalutare

Ci sono ovviamente dei rischi per chi vuole approcciarsi all’asset class. Il primo è valutario. Ad esempio, specifica Santin, «alcune strategie da noi gestite presentano un profilo di rischio lungo sulla Corea del Sud ma sono corte sulla valuta locale per bilanciare i rischi legati al prezzo delle materie prime, di cui la Corea è un grande importatore».

Il secondo rischio è la dispersione dei rendimenti. I 24 mercati che compongono l’indice Msci Emerging sono molto diversi tra loro per composizione e rischi geopolitici che veicolano. Ragion per cui, secondo gli esperti, è opportuno - salvo scommesse mirate - inserirli in portafoglio nel modo il più possibile diversificato.

Per finire, c’è un rischio volatilità: negli ultimi cinque anni, calcola JustEtf, quella delle azioni emergenti è stata del 15,3%, quasi due punti più dell’equity europeo. Valore che sale al 17% su un orizzonte ventennale (contro il 14,4% delle azioni del Vecchio continente) anche se, nello stesso lasso di tempo, gli emergenti hanno prodotto un rendimento del 7,8% annuo, oltre un punto in più del 6,5% delle azioni Ue. (riproduzione riservata)