Delfin, sul tavolo il buy-back. Gli eredi di Del Vecchio allo scontro sul riassetto della cassaforte dell’impero Essilux
Delfin, sul tavolo il buy-back. Gli eredi di Del Vecchio allo scontro sul riassetto della cassaforte dell’impero Essilux
Si rafforza l’ipotesi di acquisto di azioni proprie. Più difficile l’operazione di Leonardo Maria di comprare le quote di Luca e Paola, così come l’idea di Basilico di cedere Mps, Unicredit e Generali

di di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 30/06/2026 06:55

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Arriva il giorno della resa dei conti in Delfin: e passa anche dall’ipotesi del buy-back. Martedì 30 in Lussemburgo si terrà l’assemblea della cassaforte degli eredi Del Vecchio, chiamata formalmente ad approvare il bilancio, che dovrebbe chiudere con un utile di circa 1,2 miliardi.

Tra i punti all’ordine del giorno figurano anche la decisione sui dividendi, l’aumento degli emolumenti al board proposta da Claudio Del Vecchio e la richiesta di trasferimento di alcune quote di Delfin a holding personali. Inoltre sul tavolo c’è anche la nomina dei «commissaire aux comptes», i revisori - la cui introduzione è prevista dall’articolo 15.5 dello statuto della cassaforte - incaricati del controllo sulla gestione e sui conti della holding.

La lista presentata da Clemente, Leonardo Maria, Paola e Luca Del Vecchio insieme a Nicoletta Zampillo propone Lara Forte, Fabio Scoyni e Marco Talarico. I commissari ai conti, che hanno margini limitati, possono accedere ai documenti della società, verificare la regolarità delle operazioni, esaminare il bilancio e riferire ai soci con una propria relazione, ma non hanno poteri gestori né possono imporre decisioni al board o mettere la società in liquidazione. La loro nomina richiede la maggioranza semplice (5 su 8).

Le opzioni per il riassetto della cassaforte

Ma la partita vera sarà un’altra: il riassetto della società che custodisce partecipazioni per un valore di oltre 40 miliardi tra EssilorLuxottica, Covivio, Mps, Generali e Unicredit. Tre, in sostanza, le opzioni sul tavolo. La prima e più probabile, secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza, è un buyback delle quote da parte della stessa Delfin, da offrire ai soci intenzionati a uscire e da finanziare con utili, riserve e debito bancario.

Nel caso del buyback, lo schema prevederebbe che sia Delfin, e non uno dei singoli eredi, a riacquistare le quote dei soci intenzionati a uscire: una mossa che garantisce par condicio tra tutti gli otto eredi. Chi non vorrà uscire si vedrà redistribuire le quote acquistate. Per evitare impatti eccessivi sui conti della holding, il riacquisto potrebbe essere calibrato nel tempo, con un tetto annuo alle quote rilevate o un meccanismo di riparto nel caso in cui le richieste di uscita superassero le risorse disponibili. Una soluzione più ordinata, insomma, perché sposterebbe il riassetto dal piano dei rapporti tra gli eredi a quello della gestione complessiva della cassaforte.

Le alternative: dismissioni o acquisto diretto

In alternativa Rocco Basilico, figlio della vedova di Del Vecchio, Nicoletta Zampillo, e del banker Paolo Basilico, ha proposto di dismettere in tutto o in parte le partecipazioni di Delfin in Mps, Generali e Unicredit e liquidare così gli eredi che non vogliono più restare nella compagine. Questa seconda strada, però, viene considerata poco praticabile, sia per il tema delle valutazioni sia per il muro alzato da Leonardo Maria che ha pubblicamente bocciato la proposta. 

La terza ipotesi, per ora in stand-by, è quella in discussione da mesi, avanzata proprio da Leonardo Maria: l’acquisto diretto delle quote di Luca e Paola Del Vecchio, con i quali ha già raggiunto l’accordo, pari al 25% di Delfin. L’operazione sarebbe stata finanziata per 11 miliardi da Unicredit e Crédit Agricole come capofila. Ma il progetto s’è arenato sulle garanzie.

Per sostenere un finanziamento di tali dimensioni, le banche hanno chiesto una copertura robusta e non limitata a Leonardo Maria e alla sua holding Lmdv, non considerando sufficiente la lettera di patronage che Leonardo Maria ha chiesto alla cassaforte lussemburghese con l’impegno a riacquistare l’intero suo pacchetto del 37,5% in caso di default (sul punto, Contrarian a pagina 16). Ma lo stesso board di Delfin ha respinto la proposta: avrebbe significato mettere la holding a garanzia di un’operazione costruita nell’interesse di un solo socio.

L'andamento di EssilorLuxottica e i nodi della governance

A complicare il dossier è anche l’andamento di EssilorLuxottica, da cui dipendono oltre i due terzi del nav di Delfin. Dopo la morte del fondatore, il titolo era salito da 143,3 euro fino ai massimi storici di novembre a 323,8 euro spinto dalle attese su medtech, medicina predittiva, smart glasses e dall’ingresso di Meta nel capitale con il 3%. Poi la retromarcia: dal record Essilux ha perso il 47%, bruciando oltre 70 miliardi di valore e arrivando a quota 164 euro. Ancora ieri ha perso il 3,05%. Alcuni analisti leggono la flessione anche come l’effetto di una governance giudicata non ottimale e della minore chiarezza strategica dopo la scomparsa del fondatore. (riproduzione riservata)