Sembrava cosa fatta, ma evidentemente mancava qualcosa. Il finanziamento monstre da 11 miliardi a Lmdv (di cui un miliardo per rifinanziare debiti su investimenti preesistenti) per acquisire da due fratelli il 12,5% ciascuno di Delfin e salire così al 37,5% si è impantanato.
Un motivo è certamente il valore calante dell’asset industriale principale, EssilorLuxottica, che dal picco di oltre 300 euro per azione del 12 novembre 2025 è sceso agli attuali 170 euro circa. Un -40% che nessuno sa dire se temporaneo o duraturo.
È però un fatto che il margine di garanzia implicito per i finanziatori si sia ridotto. Vero che Delfin ha altre partecipazioni di valore, in primis i pacchetti di banche che potrebbero prima o poi essere liquidate. Ma per ora tali partecipazioni liquide non sono e la loro dimensione non le rende facilmente vendibili. Troppa offerta peserebbe sul mercato e, avendo raggiunto i massimi anche per via delle operazioni straordinarie in corso, qualcuno potrebbe temere un’inversione di rotta. La memoria va alla holding Carlo Tassara di Romain Zaleski e alla sua sofferta liquidazione per l’eccessivo peso di 10 miliardi di debiti verso banche, pur garantiti da importanti pacchetti di azioni bancarie.
Per questo le banche finanziatrici hanno provato a chiedere alla stessa Delfin una lettera di patronage che, sebbene non sia una garanzia, suona un po’ come una volontà al riacquisto delle azioni ricevute in garanzia, in caso di default del soggetto finanziato, allo stesso importo del finanziamento. Le banche avrebbero così una sorta di opzione put su Delfin; certo non impegnativa, però…
È però ben chiaro che gli altri azionisti non venditori, interessati o meno a esercitare un’eventuale prelazione, non vogliono fare da garanti per un solo altro azionista acquirente, che, se gli andasse bene, con il 37,5% diventerebbe il padrone di fatto di Delfin.
Ma se andasse male? Da qui le ipotesi di acquisto di azioni proprie da parte della stessa Delfin o di una distribuzione preventiva di riserve. D’altro canto l’operazione di Lmdv, facendo leva sul 12,5% per acquistare un ulteriore 25%, è un leveraged buyout con rapporto equity-debito di 1 a 2. Non poco, in assenza di ricorso diretto sul cash-flow operativo e sugli asset in pancia a Delfin, che dovrebbero essere prima liquidati pro-quota e poi eventualmente messi a servizio del buyout.
Il manuale delle banche dice che un’operazione come questa è rischiosa. Tant’è che alcuni istituti importanti chiamati a partecipare all’eventuale finanziamento in pool, hanno per ora declinato l’invito. L’impasse non è dunque solo questione di tensioni tra gli azionisti, ma di banale - si fa per dire - merito bancario. (riproduzione riservata)