Sono passati quattro anni esatti dalla morte di Leonardo Del Vecchio e il gruppo Leonardo Del Vecchio e il gruppo EssilorLuxottica sembra essere tornato a quell’estate del 2022. Dai massimi di 150 miliardi di capitalizzazione toccati nel novembre del 2025 il colosso degli occhiali è sceso a 76 miliardi di euro a fine giugno, praticamente il livello di quando imperava il fondatore.
L’ultima svolta strategica imposta da Leonardo fu l’alleanza con la Meta di Mark Zuckerberg per il lancio dei primi smart glasses; quattro anni dopo, il suo successore Francesco Milleri si fa immortalare in una foto a New York – dove ha comprato casa – insieme a Zuckerberg per suggellare il loro lavoro comune sugli smart glasses del futuro.
A riportare indietro le quotazioni di Essilux contribuisce anche la situazione all’interno della famiglia. Dopo quattro anni dall’apertura del testamento che avrebbe dovuto regolare i rapporti tra gli otto eredi, è anch’essa al punto di partenza. I sei figli, la vedova Nicoletta Zampillo e il figlio di lei Rocco Basilico – che ha ottenuto in eredità la nuda proprietà del 12,5% al pari dei sei figli e ha incassato la rinuncia della madre all’usufrutto su quelle azioni – non hanno trovato un accordo sulla conclusione della successione.
L’ultimo scontro in famiglia si è avuto martedì 30 giugno all’assemblea della holding, in Lussemburgo. Nessuna intesa tra i litigiosi otto soci-eredi su dividendi e riassetto delle quote, tantomeno sulla vendita di parte di esse. Risultato? Anche qui si torna al 2022: Francesco Milleri e Romolo Bardin (che di Delfin è amministratore delegato), manager designati da Leonardo Del Vecchio, sono saldamente al comando della cassaforte e dell’ammiraglia EssilorLuxottica, di cui la holding controlla il 32,4%.
Il gruppo italo-francese pesa per tre quarti dell’attuale valore di Delfin, che comunque ha al suo interno asset pregiati e con forti potenziali plusvalenze miliardarie come Generali, Unicredit, Mps e Covivio.
Insieme ad altri fattori, questo stallo nella governance incide negativamente su Essilux, oggi sottoprezzata. Da novembre 2025 ha perso in pochi mesi la metà del valore, lasciando sul terreno 70 miliardi di capitalizzazione: fanno 20 miliardi per la famiglia Del Vecchio, circa 2,5 miliardi a testa per ogni erede.
Eppure gli analisti credono alla strategia di Essilux: con la corsa dei wearables, gli accordi con Meta e Applied Materials (tecnologia per la produzione di chip), le ambizioni nel med-tech e l’acquisto delle cliniche e dei centri diagnostici – per micro-interventi su cataratte e maculopatie da portare anche nelle ottiche – il gruppo ha un potenziale che oggi non pare debitamente valorizzato. I target price degli analisti indicano quota 250-300 euro (oggi prezza 172 euro). Abbassare i toni e cercare l’intesa all’interno del principale azionista potrebbe aiutare la ripresa del titolo.
La morte di Leonardo Del Vecchio, il 27 giugno 2022, avrebbe dovuto segnare il passaggio ordinato del secondo più grande patrimonio imprenditoriale italiano. Il testamento era stato costruito proprio per evitare conflitti: quote uguali agli otto eredi, imposizione dell’unanimità in Delfin per le questioni strategiche e gestione affidata ai manager di fiducia, nominati a vita. Oggi soci di Delfin sono i figli Claudio, Marisa, Paola, Leonardo Maria, Luca e Clemente (che hanno tre mamme diverse), la vedova Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico.
Del Vecchio aveva preparato la successione per tempo, dividendo in vita il patrimonio con il meccanismo della nuda proprietà e dell’usufrutto sulle quote di Delfin. Aveva anche regolato il pagamento delle tasse, il passaggio delle case e delle opere d’arte a Zampillo e i legati verso Milleri e Bardin, beneficiati di pacchetti di azioni Essilux. A Milleri in particolare Del Vecchio ha lasciato azioni che oggi sono pari a circa 370 milioni di euro. Ma non aveva previsto che nei meccanismi dell’esecuzione testamentaria s’insinuassero i voleri e le esigenze di figli di età e madri diverse.
Le prime tensioni esplodono con il pressing della terzogenita Paola e dei due fratelli più piccoli Luca e Clemente su Milleri, cui contestano la mancanza di coinvolgimento nella gestione del patrimonio, specialmente in una fase molto delicata come lo scontro dentro lo snodo Mediobanca, allora un’importante partecipata di Delfin.
Nel 2022 i tre accettano l’eredità con beneficio d’inventario (all’inizio c’è anche Claudio che poi fa dietrofront sulla scelta), mossa che di fatto congela l’esecuzione testamentaria sui lasciti ai manager e il pagamento delle relative tasse di successione a Milleri, che a sua volta si rivolge al tribunale.
È l’inizio di un intreccio di controversie legali che ancora, dopo quattro anni, non hanno trovato un approdo. Per risolvere l’impasse sarebbe bastato l’accordo di almeno sei degli otto soci-eredi sulla distribuzione dei dividendi: lo statuto blindato di Delfin richiede quella maggioranza per andare oltre il limite dello stacco di cedole pari al 10% degli utili prodotti dalla cassaforte.
Ma quella maggioranza non sarà mai raggiunta. Così niente liquidità sufficiente per soddisfare Milleri e Bardin. Luca, Paola e Clemente mettono sul tavolo anche il cambio dello statuto di Delfin per un maggiore coinvolgimento nella governance della holding. Ma per rinnovare l’impianto della cassaforte ci vuole l’unanimità, ancora più difficile da raggiungere.
Con la governance bloccata, dal 2023 al 2025 Delfin entra in una fase di inerzia forzata. I veti incrociati non consentono il raggiungimento delle maggioranze qualificate e la cassaforte finisce per distribuire ogni anno solo cedole da circa 15 milioni a testa, briciole rispetto a un patrimonio che nel frattempo vola verso i 60 miliardi di euro.
Così alcuni eredi iniziano a valutare percorsi alternativi. Prima ipotesi: vendere le partecipazioni non core come Generali e le banche o valorizzarle dentro una «Delfin Due», eventualmente anche da quotare. Ma questa strada avrebbe significato smontare l’impianto di Delfin previsto dal fondatore, per il quale la diversificazione serviva da cuscinetto miliardario a servizio della partecipazione strategica in Essilux. E anche questa non passa per le contrapposizioni tra gli otto soci.
Seconda ipotesi: far passare le quote nella holding, detenute a titolo personale dagli eredi, in loro veicoli proprietari. Perché? Per statuto le azioni Delfin non possono essere date in pegno alle banche, e questo vincolo impedisce agli otto soci di ottenere finanziamenti personali per le proprie attività o per pagare le tasse di successione. Metterle in casseforti personali – come proposto nel 2025 da Rocco, Luca e Paola – avrebbe significato poter dare a garanzia le azioni delle holding. Ma anche qui, nessun accordo.
Anzi, le situazioni degenerano. A litigare sono anche i due figli di Nicoletta Zampillo. Il rapporto fra Leonardo Maria e Rocco Basilico si deteriora fino a sfociare in una serie di azioni giudiziarie tra Italia e Lussemburgo. Il quartogenito di Del Vecchio contesta al fratello fra le altre cose la validità del modo con il quale la madre gli ha fatto pervenire l’usufrutto: una via sulla quale Zampillo ha fatto recentemente dietrofront in quanto giuridicamente poco fondata.
A inizio 2026 è Leonardo Maria che prova a forzare la mano. Concorda con tre banche, con in testa Unicredit e Crédit Agricole, un maxi-prestito da 11 miliardi per acquistare le quote dei riottosi Luca e Paola e diventare primo azionista di Delfin con il 37,5%. L’operazione viene inizialmente condivisa all’interno della famiglia, ma poi trova l’opposizione di Rocco e del primogenito Claudio, contrario al rafforzamento che avrebbe consegnato a Lmdv le future chiavi dell’ammiraglia EssilorLuxottica.
Il resto è storia di questi giorni: il maxi-piano di Leonardo Maria naufraga perché il board di Delfin, a maggioranza, non gli concede le garanzie che le banche pretendono. L’affare sfuma. Le quote restano ai soci originari e la situazione torna ancora una volta al 2022. Sia per gli otto eredi sia per il titolo Essilux. (riproduzione riservata)