Doccia fredda per il governo Meloni: l’Istat ha confermato che il rapporto deficit/pil italiano del 2025 è sopra la soglia del 3%, esattamente a quota 3,1%. «Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall'Istat sul rapporto deficit-pil 2025. Purtroppo l'Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027», ha subito commentato con una nota il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti.
Nonostante il calo del deficit tricolore dal 2022 ad oggi (quando era all’8.1%), i conti pubblici hanno mancato l’obiettivo del 3% di appena uno 0,1 punto percentuale. L’Italia resta così in procedura d’infrazione per deficit eccessivo, ma soprattutto l’esecutivo non può contare su un tesoretto di circa 10 miliardi per l’ultima manovra della legislatura.
Non c’è stata insomma quella limatura, commessa al fatto che le stime definitive diffuse oggi contemplano tutte le voci di spesa e di entrata calcolate in base ai dati reali mentre quelle preliminari (fornite la scorsa primavera) tengono spesso conto solo di dati teorici. Motivo per cui il ministro Giorgetti, si era detto «non fiducioso, sono speranzoso». Eppure speranze deluse.
Guardando in particolare ai numeri pubblicati dell’Istat emerge che l'indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al pil è stato pari nel 2025 a -3,1% (era -3,4% nel 2024). Mentre il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) è risultato pari a +0,8% del pil (era +0,5% l'anno precedente). Questo anche perché la spesa per interessi è cresciuta del 2%, in rallentamento rispetto all’anno precedente.
Il dato sul deficit del 2025 dell’Istat evidenzia un «peggioramento» della stima per 355 milioni. La revisione «è stata al rialzo sia per le entrate, 1.991 milioni, sia per le uscite, 2.346 milioni, con un peggioramento della stima dell'indebitamento netto di -355 milioni». Dal lato delle entrate, «le revisioni sono imputabili a rettifiche nella stima della produzione vendibile e per uso proprio (+1.758 milioni), delle altre entrate correnti (+538 milioni) e delle entrate in conto capitale (+536 milioni)». Queste revisioni al rialzo sono state in parte «compensate da quelle al ribasso delle imposte (-794 milioni), in particolare quelle indirette sull'energia, e dei contributi sociali (-47 milioni)». Dall’altro lato, la revisione delle «uscite correnti è risultata di -142 milioni, a sintesi di rettifiche positive per le altre uscite correnti di +1.271 milioni e negative per tutte le altre poste. Le uscite in conto capitale sono state riviste al rialzo (+2.488 milioni), principalmente per gli investimenti», segnala ancora l’Istat.
E anzi, rimanendo lungo i binari della procedura d'infrazione, il governo dovrà effettuare una correzione strutturale media dello 0,5 per cento annuo. Un percorso ben delineato che l’Istat rende definitivo in giorni cruciali del «cantiere manovra», in cui le forze di maggioranza ragionano sulle singole misure da inserire nel provvedimento che approderà il mese prossimo in Parlamento. Si apre un gioco - ancor più complicato - di equilibrio tra risorse disponibili e priorità politiche da perseguire, soprattutto alla luce della fine della legislatura e dunque dell’avvicinarsi delle elezioni politiche. (riproduzione riservata)