«Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall'Istat sul rapporto deficit-pil 2025» che resta al 3,1%, non centrando l’obiettivo del 3%. Così «purtroppo l'Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027», ha detto il ministro dell’Economia e Finanze, Giancarlo Giorgetti.
Similmente il presidente della commissione Finanze della Camera nonché esponente di Fratelli d’Italia, Marco Osnato, ha dichiarato che «sarebbe stata una bella soddisfazione anticipare di un anno l'uscita ma, come l'uscita non sarebbe stata il vaso di Pandora, non è neanche un dramma non essere usciti». E poi, ha voluto ricordare, «siamo perfettamente in linea con la traiettoria fissata dal Governo, in un anno segnato da una congiuntura internazionale pesantissima, tra tensioni geopolitiche, rincari energetici e mercati instabili. Di fronte a questo scenario abbiamo fatto una scelta netta: non scaricare la crisi su famiglie e imprese» e questa logica sarà il perno su cui costruire la manovra 2027.
Più dura, invece, la reazione del vice premier e leader leghista Matteo Salvini: «Per uno 0,1 l'Italia non esce dalla cosiddetta procedura d'infrazione ed è surreale che nel 2026 la seconda potenza industriale d'Europa debba dipendere da meccanismi e logiche dello zero virgola per sapere se può o non può investire nel suo futuro. Non sarà questo a condizionare la nostra voglia di investire e innovare».
Concretamente «parliamo di un deficit che già nei dati della scorsa primavera si attestava al 3,07% del pil: appena 0,07 punti sopra la soglia del 3%, equivalenti allora a circa 1 miliardo e 640 milioni», ha calcolato Antonio Maria Rinaldi, responsabile economico di Futuro Nazionale Vannacci.
L’opposizione vede questo dato come conseguenze delle politiche messe in atto finora dall’esecutivo di centrodestra.
Non sono «l'Italia non esce dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo» ma per di più l’Istat registra «una pressione fiscale da record al 42,9%, in aumento di 0,7 punti percentuali», ha sottolineato Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo. «A pagarne le spese sono i cittadini e le imprese imbrigliati nella camicia di forza dell’austerity che il governo stesso ha cucito dopo aver approvato a Bruxelles la pessima riforma del Patto di Stabilità».
In altre parole ha espresso lo stesso concetto Davide Faraone, vicepresidente di Iv-Casa Riformista, «il governo mette sempre più le mani nelle tasche degli italiani ma poi spende male i loro soldi. Peggio non si poteva fare. Per molto meno un altro governo sarebbe andato a casa».
La conferma del deficit 2025 al 3,1% è «una notizia non positiva per l’Italia e uno smacco per Meloni e Giorgetti: in questi anni hanno puntato tutto sulla stabilità dei conti, portando la pressione fiscale al massimo dal 2014 e tagliando molti servizi pubblici, a partire dalla sanità. Questa politica di austerità ha però depresso la crescita, che nel 2025 si è attestata al terzultimo posto in Europa nonostante il Pnrr», ha dichiarato Antonio Misiani, responsabile Economia, Finanze, Imprese e Infrastrutture nella segreteria nazionale del Pd.
Si tratta di una «doccia fredda per il governo perché riduce i margini della prossima manovra di bilancio. Ma forse eviterà anche di fare nuovo debito pubblico per finanziare mance elettorali», ha interpretato la decisione dell’Istat, Marco Lombardo, senatore di Azione.
Per Luigi Marattin, segretario del partito liberaldemocratico, si è definito «un complottista: io sono stato dalle parti della Ragioneria di Palazzo Chigi e non ci vuole niente in 6-7 mesi a scendere di uno 0,1%, ma se scendeva sotto il 3% potevano spendere per la difesa senza rientrare in procedura di infrazione. E spendere per la difesa è una cosa che politicamente dentro quella maggioranza è complicato. Quindi secondo me non hanno combattuto così tanto perché scendere sotto quel 3% che «significava spendere molto di più per la difesa senza avere nessuna conseguenza in termini di procedura di infrazione».
Quel che è certo, secondo Angelo Bonelli, deputato AVS e co-portavoce di Europa Verde, è che i dati dell’Istat confermano «che la propaganda del governo non basta a cambiare la realtà dei conti pubblici». (riproduzione riservata)
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