Debito globale verso il 100% del pil entro il 2029. Fmi avverte: Italia tra i Paesi più esposti
Debito globale verso il 100% del pil entro il 2029. Fmi avverte: Italia tra i Paesi più esposti
Con un debito al 138% del pil e un deficit al 3,4% nel 2025,il margine di manovra dell’Italia è quasi azzerato. Nel Fiscal Monitor invita Roma a razionalizzare la spesa pubblica e soprattutto a rafforzare la crescita

di Anna Di Rocco 15/04/2026 16:59

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Il tempo della gradualità si accorcia. Il Fondo Monetario Internazionale, nel nuovo Fiscal Monitor diffuso per gli Spring Meetings di Washington, lancia un avvertimento che suona più come una scadenza che come una raccomandazione: lo spazio per mettere in ordine i conti pubblici senza traumi si sta rapidamente riducendo. A rendere più instabile un quadro già fragile contribuisce l’ennesimo shock geopolitico, con il conflitto in Medio Oriente che si traduce in pressioni immediate su energia, inflazione e finanza pubblica.

Il punto di partenza è globale e poco rassicurante. Il debito pubblico mondiale ha ormai raggiunto livelli che, in tempo di pace, non hanno precedenti: sfiora il 94% del pil e, in assenza di correzioni, è destinato a toccare il 100% entro la fine del decennio (nel 2029, secondo le stime del Fondo). Ma più del livello conta la traiettoria. Negli ultimi anni non si è verificato alcun miglioramento sostanziale, mentre il contesto è diventato più ostile: tassi d’interesse più alti, mercati più sensibili al rischio e banche centrali meno disponibili a fare da compratori di ultima istanza.

Le raccomandazioni del Fmi all’Italia

In questo scenario, l’Italia entra con fragilità note. Il deficit è atteso al 3,4% del prodotto interno lordo nel 2025, con una discesa solo graduale negli anni successivi. Il debito, già tra i più elevati dell’area euro, resta su una traiettoria instabile, oscillando intorno al 138% del pil. Numeri che non consentono deviazioni: la sostenibilità dipende sempre più dalla capacità di mantenere la fiducia dei mercati in un contesto meno indulgente rispetto al passato.

Il nuovo elemento di discontinuità è rappresentato dalla crisi energetica legata al Medio Oriente. Le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno incidendo su una quota rilevante dei flussi globali di petrolio, con effetti che si propagano rapidamente: rincari, interruzioni logistiche e irrigidimento delle condizioni finanziarie.

Per i governi si apre un dilemma classico ma che oggi diventa più acuto: sostenere famiglie e imprese contro il caro energia o preservare margini di bilancio. Il Fondo invita a «evitare risposte generalizzate, privilegiando interventi mirati». Sussidi diffusi rischiano di diventare permanenti, costosi e controproducenti, soprattutto se entrano in rotta di collisione con la politica monetaria.

Per l’Italia, il messaggio è chiaro: il consolidamento non può essere rinviato né affidato a obiettivi generici. Servono interventi concreti su più fronti: razionalizzazione delle spese fiscali, miglioramento della compliance tributaria, e soprattutto un legame più stretto tra disciplina di bilancio e crescita, sfruttando pienamente gli investimenti del Pnrr. Senza crescita, il peso del debito resta difficilmente gestibile.

Europa incerta tra spesa della difesa e spinta demografica 

Il nodo, tuttavia, è più profondo e strutturale. Il margine fiscale accumulato dopo la crisi finanziaria e, in parte, dopo la pandemia, è stato eroso. Il cosiddetto “cuscinetto” tra i saldi primari effettivi e quelli necessari a stabilizzare il debito si è praticamente azzerato. L’Europa si trova stretta tra vincoli e nuove priorità. «I governi europei», scrive l’Fmi, «devono conciliare gli impegni in materia di difesa con le pressioni legate all'invecchiamento della popolazione attraverso uno spostamento concreto delle priorità di spesa». 

«La finestra per un aggiustamento fiscale ordinato si sta restringendo. Le economie avanzate con elevati carichi di debito necessitano di misure di consolidamento concrete e ben sequenziate, non di obiettivi aspirazionali a medio termine. Per gli Stati Uniti, l’aritmetica è ineluttabile: stabilizzare il percorso del debito del paese richiederà interventi sia sulle entrate che sulla spesa, inclusa la spesa per i principali programmi previdenziali». 

Infine, cambia anche la struttura dei mercati che finanziano i debiti sovrani. Con il progressivo ritiro delle banche centrali, aumentano il ruolo e il peso degli investitori privati, inclusi operatori più esposti alla volatilità come gli hedge fund. Allo stesso tempo, molti governi hanno accorciato la durata media dei titoli per contenere i costi nel breve termine, esponendosi però a rischi maggiori in caso di shock. (riproduzione riservata)