Data center: fateci pagare di più. L’idea degli operatori per allontanare gli speculatori
Data center: fateci pagare di più. L’idea degli operatori per allontanare gli speculatori
Il presidente di Ida, l’associazione di settore Ida: oggi bastano 2.500 euro per presentare una domanda. Così si ingolfa il mercato, si accumulano ritardi e si toglie spazio a chi fa sul serio. Ecco le proposte 

di Angela Zoppo 13/10/2026 22:00

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La ressa virtuale di richieste di allaccio alla rete Terna per oltre 100 Gigawatt ha spinto l’Ida, l’Associazione Italiana Data Center, a un’iniziativa clamorosa: chiedere di pagare di più, pur di dimostrare la serietà dei propri associati. La richiesta è stata già presentata all’Arera, rafforzata da alcune regole. «Chi presenta una domanda dovrebbe avere almeno un progetto preliminare, indicare dove intende collegarsi alla rete, dimostrare la disponibilità del terreno e chiarire l’iter autorizzativo», spiega Luca Beltramino, presidente di Ida, a MF-Milano Finanza. «Serve anche un calendario dei lavori, con la crescita della potenza nel tempo. Un data center da 100 Megawatt può essere realizzato in cinque anni, per fasi. Non ha senso impegnare tutta quella capacità subito».


Domanda. Davvero volete pagare di più?
Risposta. Oggi bastano 2.500 euro per chiedere una connessione, che si tratti di 100 o 200 Mw. Noi proponiamo 500 euro per Mw e una garanzia bancaria pari almeno al 50% del costo dello stallo di connessione, circa 450 mila euro. Sopra i 100 Mw la garanzia dovrebbe coprire l'intero importo. Prevediamo anche versamenti progressivi sul contributo di connessione, con quote del 50% nelle diverse fasi. Chi non rispetta gli impegni economici perde automaticamente il diritto alla connessione. Secondo le nostre stime, appena l'1-2% delle richieste si tradurrà in investimenti effettivi. Stiamo coinvolgendo anche il ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica. Si potrebbe intervenire con un decreto legge, come per le rinnovabili.


D. Ma perché siete proprio voi a chiedere più severità?
R. Perché le richieste speculative allungano i tempi anche per gli operatori seri. Terna sta facendo un ottimo lavoro, ma servono strumenti più efficaci. E poi quei 100 Gw hanno alimentato timori sproporzionati, favorendo le opposizioni locali. Ci sono già fin troppi falsi miti sui data center, a cominciare dai consumi d'acqua. Si confonde la situazione italiana con quella americana. Da noi si utilizzano sistemi di raffreddamento a circuito chiuso: il liquido immesso all'avvio continua a circolare, con consumi aggiuntivi minimi. Negli Stati Uniti, soprattutto in Arizona, Texas e Nevada, si utilizzano anche torri evaporative, che richiedono molta più acqua. Sono realtà diverse. E in Italia le norme ambientali sono molto più stringenti. Anche sul consumo di suolo c'è poca informazione: abbiamo mappato gli impianti esistenti e quelli in progetto e l'80% si trova in aree industriali dismesse, che vengono recuperate e riqualificate. Soltanto il 20% riguarda aree greenfield.


D. Arera vi ha già dato qualche risposta?
R
. Abbiamo illustrato le proposte in audizione e trasmesso tutta la documentazione. Il presidente ci ha assicurato che approfondiranno le specificità del settore, ma non abbiamo ancora ricevuto risposte formali. Stiamo coinvolgendo anche il ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica. Si potrebbe intervenire con un decreto legge, come è già successo per le rinnovabili.


D. La Lombardia resta dominante, ma è scesa sotto il 50% delle richieste. Milano sta perdendo centralità?
R
. Per il cloud Milano continuerà a essere fondamentale, soprattutto per esigenze di latenza. Ma stanno nascendo infrastrutture diverse. Genova, Palermo e Bari sono importanti per i collegamenti sottomarini intercontinentali. Poi ci sono i data center regionali e quelli edge, legati anche all'intelligenza artificiale. Torino ha grandi possibilità grazie alle aree industriali dismesse e alla disponibilità di energia. Per i grandi impianti dedicati all'AI, invece, conta soprattutto poter ottenere potenza elettrica.


D. Al di là delle richieste a Terna, quanto può crescere davvero il mercato italiano?
R
. Prevediamo un gigawatt entro il 2028, sostenuto da circa 25 miliardi di investimenti annunciati, in parte già accompagnati da impegni con i clienti. Entro il 2031 puntiamo a 2 gigawatt. L'Italia rappresenta circa il 12% del Pil europeo e il 13% della popolazione, ma dispone soltanto del 4% della capacità dei data center. E nei mercati tradizionali, da Francoforte a Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, la disponibilità elettrica è diventata un problema. Possiamo attrarre investimenti che altrove faticano a trovare spazio. Il problema è che tutti definiscono i data center strategici, ma nei fatti non vengono ancora trattati come tali. Mancano regole uniformi e investimenti adeguati nella rete elettrica. Per questo porteremo le nostre ragioni direttamente nei territori, con incontri nei Comuni e all'assemblea nazionale dell'Anci. (riproduzione riservata)