Chi cammina per le vie di Stoccolma può imbattersi senza troppo sforzo in persone che parlano di capitalizzazione di borsa e delle performance del mercato azionario. Oppure incontrate uno degli oltre 10 mila giovani under 30 che, riuniti nell’Associazione dei Giovani Azionisti Svedesi, investono regolarmente fin da quando sono adolescenti. «Io ho iniziato a 18 anni con i fondi comuni: ormai destino il 50% del mio reddito mensile agli investimenti azionari», dice a Milano Finanza Emma Hedman, che nell’associazione ricopre il ruolo di ceo.
La Svezia è riuscita a fare, nel corso degli anni e con l’accordo di tutte le forze politiche e sindacali, quello che nel resto d’Europa appare ancora con un’utopia: trasformare i cittadini in un popolo di investitori azionari.
In un Paese di circa 11 milioni di abitanti gli azionisti sono più di 3 milioni. E il 47% della ricchezza finanziaria delle famiglie è investita in azioni o fondi comuni azionari. Il tutto si traduce anche nelle statistiche del mercato dei capitali: il Nasdaq di Stoccolma ha registrato nel corso dell’anno 2025 circa il 60% dei volumi di tutte le ipo europee.
«Le persone comuni partecipano attivamente alle assemblee delle quotate, che spesso devono affittare teatri o palazzetti per accogliere tutti i loro soci», racconta Adam Kostyál, presidente della borsa della capitale svedese. Il risultato? Lo scorso la capitalizzazione di mercato pro capite della Svezia sfiorava 150 mila dollari, seconda solo a quella degli Stati Uniti. In Italia il dato si aggirava intorno a 20 mila.
C’è modo di replicare il modello svedese anche in una realtà come quella italiana? La strada è lunga e complessa, anche perché il Paese scandinavo ha raggiunto i numeri attuali al termine di un percorso iniziato fin dagli anni ‘80.
Ma i tre ingredienti principali della lezione svedese possono costituire un modello anche per altri Paesi europei, Italia inclusa. La prima e principale leva è quella pensionistica che raccoglie risorse pari a 1.020 miliardi di euro, il 171% del pil nazionale.
Il sistema pensionistico svedese si basa su tre pilastri. Alla base ci sono le pensioni pubbliche, a loro volta divise in due blocchi: un modello a ripartizione integrato da tre fondi di riserva pre-finanziati e la parte più interessante, il Premium Pension. Si tratta di un 2,5% dei contributi che i lavoratori devono versare obbligatoriamente in una serie di fondi ed Etf diversificati a basso costo. Se non si sceglie nessun fondo si viene indirizzati automaticamente sul comparto di default, l’Ap7, supervisionato dal ministero delle Finanze ma completamente autonomo nella politica di investimento, la cui allocazione prevede circa il 90% di azioni.
Come in Italia, il secondo pilastro è quello delle pensioni occupazionali, che coprono il 94% del mercato del lavoro con livelli di contribuzione che oscillano tra il 4,5% e il 6%.
E per finire c’è il risparmio pensionistico privato, cioè gli investimenti per il lungo periodo dei cittadini. E proprio qui entra in gioco il secondo ingrediente della ricetta svedese: la leva fiscale. Nel 2012 il governo svedese ha istituito uno strumento ormai adottato dal 40% della popolazione: gli Isk, che possono essere tradotti grossomodo come Piani Individuali di Risparmio, anche se sono strutturalmente diversi rispetto ai Pir italiani.
Gli Isk, che si possono aprire e gestire autonomamente tramite le varie piattaforme di investimento attive nel Paese (la più diffusa si chiama Avanza) hanno essenzialmente due caratteristiche distintive. Primo, la gestione della fiscalità in capo alla banca senza che l’investitore debba preoccuparsene (come il regime amministrato in Italia).
Secondo, un regime fiscale agevolato che calcola annualmente le imposte applicando una flat tax al valore totale del portafoglio, a prescindere dagli strumenti che ne fanno parte. Peraltro con un’esenzione fiscale totale fino a 300 mila corone (28 mila euro) di valore complessivo.
Lo scopo è semplice: evitare che una concorrenza tra regimi fiscali – come avviene in Italia tra azioni e titoli di Stato – possa condizionare le scelte di investimento della popolazione, portandola a scelte di portafoglio sub-ottimali. «Le istituzioni hanno capito che la vera crescita si genera sul mercato», evidenzia Kostyál, che vede negli Isk un modello esportabile anche in Italia: «Introdurre un conto Isk all’italiana permetterebbe ai cittadini di cominciare a sperimentare l'investimento azionario in modo sereno».
L’ultimo elemento del trinomio, in parte figlio degli altri due anche se il suo sviluppo procede ormai in modo autonomo, è l’educazione finanziaria. La Svezia è riuscita, come segnala il rettore della Stockholm School of Economics Lars Strannegård, a «normalizzare il discorso sugli investimenti azionari», rendendoli «un tema che fa parte della cultura generale al pari dell’arte, della musica, letteratura».
L’accademico rovescia la prospettiva classica: «Abbiamo competenze economiche, scientifiche, informatiche avanzate. Ma non dobbiamo rinunciare al valore più importante: quello della cultura». Investire e conoscere il mercato è un pilastro essenziale di questa cultura. (riproduzione riservata)