Dalle auto ai cannoni: così la Germania sta trasformando il declino industriale in un boom della difesa
Dalle auto ai cannoni: così la Germania sta trasformando il declino industriale in un boom della difesa
In tutta la cintura industriale tedesca le linee produttive che un tempo alimentavano il miracolo delle esportazioni vengono oggi riconvertite per sostenere il riarmo europeo. E il governo sta appoggiando direttamente questa trasformazione

di Bojan Pancevski 20/04/2026 10:20

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Con il suo modello basato sulle esportazioni che si sta incrinando, la Germania sta spostando il proprio baricentro dall’industria automobilistica a quella degli armamenti, cercando di trasformare il declino della manifattura in una nuova stagione di crescita legata alla difesa.

Dopo decenni trascorsi come motore industriale d’Europa, il Paese sta vivendo il periodo di stagnazione più lungo dalla fine della Seconda guerra mondiale, alle prese con la concorrenza cinese e con il rallentamento della domanda globale. La risposta alla crisi è netta: riconvertire la propria base produttiva e farne l’arsenale dell’Occidente.

La crisi del modello tedesco

Una serie di dati mostra quanto il vecchio modello si sia ormai incrinato. Secondo le statistiche ufficiali, ogni mese in Germania scompaiono circa 15 mila posti di lavoro nel settore manifatturiero, compresa l’industria automobilistica, un tempo dominante. Mercedes ha registrato un crollo del 49% degli utili nel 2025, mentre Volkswagen, il secondo costruttore automobilistico al mondo, ha comunicato una riduzione del 44% dei profitti nello stesso periodo e ha annunciato l’intenzione di tagliare 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030.

Perfino marchi simbolo come Porsche stanno subendo contraccolpi enormi: il risultato operativo è crollato del 98% rispetto al 2024, che era già stato uno degli anni peggiori della sua storia recente. Oggi gran parte del peso dell’economia tedesca è sostenuta dal settore dei servizi, che rappresenta circa il 70% della produzione economica complessiva. La manifattura vale ancora il 20%, ma fino a un quinto dei servizi dipende direttamente dalle imprese industriali, a partire dalle case automobilistiche.

Così Berlino si sta reinventano produttori di armi

Ora, mentre le garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti appaiono meno certe e l’Europa accelera il proprio riarmo, Berlino punta a diventare il pilastro dell’industria della difesa del continente.

«L’industria automobilistica sta attraversando una fase critica a causa della frenata dell’economia mondiale, dei rischi geopolitici e della crescente concorrenza cinese», afferma Klaus Rosenfeld, amministratore delegato di Schaeffler, uno dei principali fornitori mondiali del settore auto, che produce di tutto, dai sistemi di trasmissione ai cuscinetti, e che ora si sta affermando anche nel comparto della difesa.

Allo stesso tempo, recenti modifiche normative introdotte in Germania e nell’Unione Europea hanno facilitato l’accesso ai mercati dei capitali per le aziende della difesa. A ciò si aggiungono grandi commesse pubbliche e nuovi strumenti di finanziamento che hanno sbloccato quasi mille miliardi di euro destinati alla difesa, pari a circa 1.200 miliardi di dollari, spinti dal timore dell’espansionismo russo e da un contesto internazionale sempre più ostile.

Il nuovo modello tedesco

«Una delle grandi tendenze dell’economia tedesca è che sempre più persone si chiedono come contribuire a recuperare ciò che per molti anni non è stato fatto, cioè riacquistare la capacità di difenderci. Ed è esattamente quello che stiamo facendo», dice Rosenfeld.

L’azienda guidata da Rosenfeld produce oggi motori per droni, sistemi di bordo per veicoli corazzati e componenti per l’aviazione militare. L’obiettivo è fare in modo che il 10% del fatturato della società — attualmente pari a 24 miliardi di euro — provenga dalla divisione difesa, creata lo scorso anno. Una parte significativa della produzione sarà realizzata dai suoi oltre 100 mila dipendenti e dalle 100 fabbriche sparse nel mondo, otto delle quali negli Stati Uniti.

«In Germania ci si lamenta troppo: se tutti continuano a dire che va tutto male, allora non funzionerà nulla. Dobbiamo rimboccarci le maniche».

Una riconversione appoggiata dal governo

In tutta la cintura industriale tedesca, le linee produttive che un tempo alimentavano il miracolo delle esportazioni vengono oggi riconvertite per sostenere il riarmo europeo.

Il governo appoggia apertamente questa trasformazione. L’approccio di Berlino non consiste nel rilanciare la vecchia economia, ma nel sostituirla. Gli stabilimenti inattivi e il numero crescente di lavoratori specializzati licenziati vengono indirizzati verso l’unico settore che continua a crescere su larga scala.

Volkswagen è in trattativa con aziende israeliane per avviare entro il 2027 la produzione di componenti per il sistema Iron Dome. Molte imprese hanno aggiunto un terzo turno di lavoro per aumentare la produzione di armi e munizioni destinate all’Ucraina. Anche i missili intercettori Patriot, finora realizzati esclusivamente negli Stati Uniti, saranno presto prodotti in Germania per rispondere all’impennata della domanda.

Il boom dei capitali di rischio

Secondo i dati del governo, quasi il 90% del capitale di rischio europeo investito nelle tecnologie per la difesa confluisce in aziende tedesche.

«L’Europa deve essere in grado di difendersi e questo significa anche costruire un’industria della sicurezza e della difesa forte e affidabile», afferma il ministro dell’Economia Katherina Reiche.

Reiche, insieme ad altri membri del governo, tra cui il ministro della Difesa, sta lavorando per trasformare le aziende manifatturiere in difficoltà in fornitori del settore bellico. «Riconvertire siti produttivi esistenti provenienti da altri comparti può ridurre gli ostacoli all’aumento della capacità produttiva nazionale», spiega.

Il ministero dell’Economia finanzia oggi una piattaforma di incontro creata dalla principale associazione di categoria dell’industria della difesa, la Bdsv, con l’obiettivo di mettere in contatto le filiere tradizionali del settore con aziende provenienti da altri comparti.

Secondo il presidente della Bbsv, Hans Christoph Atzpodien, l’ingresso delle imprese non militari nella difesa sta contribuendo ad alleggerire la pressione sulle tradizionali catene di fornitura.

Il caso dell’azienda Deutz

Sebastian C. Schulte è diventato amministratore delegato di Deutz, storica azienda fondata 162 anni fa e pioniera del motore a combustione interna, circa due settimane prima che la Russia lanciasse l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022. Come molte altre imprese industriali, anche Deutz era stata colpita dal rallentamento dell’economia tedesca e la guerra non aveva fatto che aggravare la situazione.

«Trasformare l’azienda è diventato il mio compito», racconta Schulte.

Provenendo dall’industria navale della difesa, il suo primo istinto è stato quello di trasformare una crisi aggravata dalla guerra in un’opportunità. «Il nostro punto di forza è la solidità delle catene di fornitura: ciò che funziona per i motori e per i macchinari minerari può funzionare anche per la difesa», afferma.

Schulte sostiene che, mentre le aziende tradizionali del settore militare hanno cicli di sviluppo molto lunghi e impiegano anni ad aumentare la produzione, i produttori cresciuti nel mercato automobilistico, molto più competitivo, sono in grado di adattarsi e ampliare rapidamente la capacità produttiva.

L’acquisizione delle startup e la creazione di poli

Un esempio è Lockheed Martin, il colosso americano della difesa che produce i missili per il sistema Patriot: nonostante la forte domanda generata dalle guerre che coinvolgono Russia e Iran, l’azienda realizza soltanto circa 620 missili intercettori all’anno.

Deutz, invece, abituata ai rapidi cambiamenti del mercato automobilistico, si è mossa così velocemente da fornire già oggi motori per i generatori dei sistemi Patriot utilizzati dall’Arabia Saudita, oltre a diversi sistemi senza pilota e veicoli corazzati.

L’azienda ha acquisito startup del settore difesa e ha investito in un’attività completamente nuova, nella quale non aveva alcuna esperienza precedente. «Abbiamo deciso di mettere i soldi dove mettevamo le parole», dice Schulte.

La scommessa ha dato i suoi frutti: a differenza di molte aziende automobilistiche, Deutz non ha effettuato licenziamenti di massa, perché i dipendenti sono stati gradualmente trasferiti alla produzione per la difesa. Lo scorso anno il fatturato della società è aumentato del 15%. (riproduzione riservata)