L’amianto! Adesso ci si mette pure l’amianto… Quanti l’avranno pensato alla notizia che la magistratura ha imposto la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria di Taranto per le due tonnellate di amianto che potrebbero rappresentare un serio rischio per la salute se l’impianto tornasse a produrre come dovrebbe. E quanti soprattutto avranno pensato: l’ex Ilva è stata commissariata dallo Stato nel 2012 e ci sono voluti 14 anni per accorgersi dell’amianto? Un materiale, per inciso, bandito in Europa dal 2005 e in Italia addirittura dal 1992?
La verità è che si era perfettamente a conoscenza del problema all’Ilva come in molte altre fabbriche siderurgiche. Dove infatti è stato già affrontato. Ma rispetto all’enorme drammaticità della questione ambientale di Taranto la faccenda di quelle due tonnellate, poco più che una briciola nell’acciaieria più grande e inquinante d’Europa, magari non era ritenuta prioritaria.
Dice molto però questa vicenda sulla incapacità dell’Italia di affrontare e risolvere problemi con tempistiche e modalità adeguate. Quello di Taranto è certo il caso più macroscopico e dal quale nessuno può chiamarsi fuori. Non lo Stato, incapace in quasi tre lustri di risolvere il conflitto drammatico fra la salute e il lavoro nonostante dal 2012 sia stato capace di spendere 5 miliardi di euro dei contribuenti per non ottenere altro risultato se non prolungare l’agonia della fabbrica. E nemmeno i privati, che a tratti hanno gestito (malamente) quel mostro ormai in dissoluzione sdraiato su 1.500 ettari.
Il fatto è che da troppo tempo la politica ha smesso di esercitare il proprio ruolo, lasciando ad altri, quando non addirittura al caso, la responsabilità di scelte fondamentali per la collettività. Si potrebbe argomentare come il virus che ha indebolito la politica, a vantaggio di una burocrazia sempre più asfissiante e dei grandi interessi privati, non colpisca solo l’Italia. Ne è valida testimonianza il caso della linea ferroviaria Torino-Lione, su cui si sono riaccesi i riflettori in seguito al recente assalto dei No-Tav ai cantieri.
Ideata all’inizio degli anni ‘90, progettata una decina d’anni dopo e in costruzione ormai da oltre un ventennio, dovrebbe entrare in esercizio nel 2034. Il costo? Il piano finanziario prevede un impegno di 24 miliardi di euro. Cifra astronomica, che però impallidisce in rapporto alla spesa prevista per il Ponte sullo Stretto di Messina, opera sulla cui realizzazione siamo alla terza scommessa in un quarto di secolo.
Per ora ancora senza un esito certo. E qui sarebbe opportuno ricordare che l’attraversamento stabile dei tre chilometri di mare fra Sicilia e Calabria è previsto da una legge approvata dal Parlamento il 17 dicembre 1971: ben 55 anni e 43 governi fa. Trascorsi inutilmente, se si eccettua il carosello delle dichiarazioni politiche e delle spese (dell’ordine di 700 milioni) accessorie.
Appena 40 anni e 27 governi alle spalle ha invece un’altra opera pubblica, decisamente meno impegnativa ma di sicuro non meno funzionale del fantomatico Ponte sullo Stretto. Come quella, tuttavia, mai realizzata. È la bretella autostradale (ora si chiama Gronda) che dovrebbe evitare ad auto e tir di attraversare la città di Genova. Se quella bretella fosse stata realizzata, non è nemmeno escluso che la storia del viadotto Morandi e i tragici fatti che l’hanno visto protagonista otto anni fa avrebbero preso una piega diversa.
La Gronda dovrebbe essere realizzata da Autostrade per l’Italia, che ora per quell’investimento e le altre massicce spese necessarie per ammodernare la rete, compresi però anche interventi di manutenzione mai fatti in passato, rivendica una proroga decennale della concessione. Con la montagna di profitti che garantisce. La bretella che finalmente dovrebbe risparmiare a Genova il calvario dell’attraversamento autostradale dovrebbe essere completata nel 2034. Ma per come vanno le cose in Italia la stima appare assai ottimistica.
Come vanno le cose, infatti, è scritto in una pagina web del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nella quale sono censite le opere pubbliche incompiute. Pagina anch’essa improntata all’ottimismo, guardando ai dati storici del fenomeno. Ma indicativa: in Italia ci sono ancora 247 opere pubbliche incompiute.
Un numero fortemente ridimensionato rispetto alle circa 700 che figuravano negli elenchi una decina d’anni fa. Non perché siano state tutte quante finalmente completate. Molte infatti sono state semplicemente derubricate a rudere. In un caso, quello della città siciliana di Giarre, un nutrito gruppo di opere mai finite, da un teatro a un campo di polo per 25 mila spettatori risalente addirittura agli anni ‘50, è diventato il parco turistico dell’Incompiuta.
Spicca su tutte nella lista del ministero la Città dello Sport di Roma progettata dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava sui terreni dell’università di Tor Vergata. Doveva essere pronta per i Mondiali di nuoto del 2008, ma già quando iniziarono i lavori era chiaro che la scadenza non sarebbe stata rispettata.
Il ministero delle Infrastrutture nell’aggiornamento relativo all’anno 2024 ha calcolato che per completare l’opera sarebbero necessari ancora 406 milioni di euro. Soldi che però non ci sono. E mancassero soltanto quelli saremmo già un passo avanti. Quello che non c’è sono le idee, la determinazione, le competenze, la serietà e la capacità di fare. A Roma come a Taranto, a Genova, in Sicilia, Calabria... In questo, purtroppo, non siamo secondi a nessuno. (riproduzione riservata)