Jean-Pierre Mustier non ha più una banca da governare. Negli ultimi diciotto mesi, però, ha cominciato a sedersi quasi ovunque si stesse giocando il futuro della finanza europea: in Abn Amro e Deutsche Börse, alla presidenza di Aareal Bank, nel board di Revaia. Fino a pochi mesi fa anche nella governance di Qonto. Dopo Unicredit, le spac e il difficile salvataggio di Atos, si è costruito un portafoglio di finestre aperte sull’Europa finanziaria.
A 65 anni la domanda non è tanto che cosa fa oggi, ma piuttosto che cosa sta preparando. Nel maggio scorso ha pubblicato per il Systemic Risk Centre della London School of Economics una riflessione quasi provocatoria: le fusioni bancarie transfrontaliere sono più illusione che realtà? La risposta era sì, finché mercati retail, regole e depositi fossero rimasti nazionali. Detto da altri, sarebbe stato un’analisi sulla Banking Union. Detto da Mustier era quasi un’autobiografia. Pochi banchieri hanno incarnato quanto lui l’idea della banca paneuropea. Unicredit, con Milano, Monaco e Vienna nello stesso gruppo, sembrava fatta per superare i confini, come dimostrano i rumors di nozze (poi mai avvenute) con Bnp Paribas che si sono rincorse per anni. Oggi Mustier sostiene che le fusioni crossborder offrano meno sinergie di quelle domestiche e che per i governi le banche restino questioni di sovranità. Nel paper ha citato proprio Unicredit e Commerzbank: anziché tentare un’acquisizione non amichevole, Piazza Gae Aulenti avrebbe potuto conferire Hvb all’istituto di Francoforte in cambio di una quota significativa nel nuovo perimetro, lasciando sede e quotazione in Germania.
È quindi un Mustier diverso da quello arrivato a Milano nel 2016? Allora aveva 55 anni, capelli a spazzola e una reputazione quasi militare.
Nei corridoi di Unicredit si diceva che i manager in cerca di carriera fossero corsi dal barbiere. «Metà della banca lo ama, l’altra metà lo detesta», raccontavano nelle sale operative.
Francese di Chamalières, si è formato all’École Polytechnique e alle Mines de Paris. A 26 anni è entrato in Société Générale per scalare derivati e mercati fino alla guida del corporate and investment banking. Poi è arrivato Jérôme Kerviel, il broker che a SocGen ha causato un buco da 4,9 miliardi. Mustier era il capo della divisione e la vicenda aveva interrotto la sua corsa al vertice.
Federico Ghizzoni lo aveva portato in Unicredit nel 2011. Nel 2015 Mustier se n’era andato: giudicava la banca poco redditizia, sottocapitalizzata e troppo complessa. Un anno e mezzo dopo lo avevano richiamato proprio perché aveva visto il problema prima degli altri. Tornato con la mannaia, ha venduto Pioneer ad Amundi per 3,5 miliardi, Bank Pekao, quote di Yapi Kredi, Mediobanca e poi Fineco (di cui già Ghizzoni aveva iniziato a cedere quote). Ha ripulito il bilancio dai crediti deteriorati e convinto il mercato a sottoscrivere un aumento monstre da 13 miliardi. Ma c’è stato anche un Mustier meno militare: quello che si faceva fotografare con Elkette, un’alce di peluche diventata la mascotte informale del ceo. Compariva a Cernobbio e nelle filiali, simbolo di appartenenza attorno al piano Transform 2019. L’immagine è rimasta: capelli a spazzola, tagli, aumento da 13 miliardi e sotto il braccio un’alce.
Mustier sembra trovarsi più a suo agio quando deve togliere, più che aggiungere: ridurre rischio e debito, vendere attività, ricostruire capitale.
La domanda viene dopo: una volta salvata la macchina, dove la si porta?
A Unicredit quel dilemma è diventato il suo limite. Mentre Intesa Sanpaolo aveva usato il capitale per conquistare Ubi, Mustier ha preferito dividendi e buyback all’m&a. A fine 2020 il rapporto con il cda si è incrinato e a inizio 2021 il banchiere ha lasciato Piazza Gae Aulenti.
Con Diego De Giorgi, Tikehau e la Financière Agache legata a Bernard Arnault ha lanciato Pegasus, cavalcando la stagione delle spac. Ma il mercato era cambiato e una delle principali scatole era stata liquidata senza trovare un’acquisizione.
Poi è arrivata Atos. Mustier è entrato nel 2023 e nel luglio 2024 ha assunto anche la carica di ceo, mentre il gruppo tech francese attraversava una drammatica ristrutturazione. A fine gennaio 2025 ha lasciato, conclusa l’operazione. Da allora il disegno è cambiato. Deutsche Börse significa mercati, clearing e tecnologia. Aareal credito immobiliare. Abn Amro banca tradizionale. Revaia growth capital. Qonto, nel cui comitato di sorveglianza è stato tra il 2025 e la primavera 2026, fintech e trasformazione bancaria. Più che una collezione di poltrone, è una mappa.
Nel marzo scorso Mustier ha scritto che all’Ue non manca il risparmio, ma la capacità di trasformarlo in capitale paziente per tecnologia, difesa, salute ed energia. Il paradosso è che l’uomo che ha guidato la banca più paneuropea del continente oggi avverte che non basta mettere insieme due loghi di Paesi diversi per costruire una realtà europea. Prima serve costruire l’Europa finanziaria che dovrebbe contenerla. (riproduzione riservata)