La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sta provocando una crisi energetica che si sta propagando ben oltre il Medio Oriente, colpendo in modo particolarmente duro l’Asia meridionale. In India, Pakistan e Bangladesh le forniture di gas provenienti dal Golfo si stanno rapidamente riducendo, costringendo governi, imprese e cittadini a misure drastiche per contenere i consumi.
In alcune città indiane, scrive il Financial Times, i crematori hanno smesso di utilizzare il gas per le cremazioni, mentre molti ristoranti hanno eliminato dal menu i piatti che richiedono lunghe cotture o fritture. In Pakistan la pubblica amministrazione lavora solo quattro giorni alla settimana per risparmiare energia e in Bangladesh università ed esami sono stati sospesi per ridurre i consumi.
L’India è uno dei paesi più esposti alla crisi. Secondo importatore mondiale di gas di petrolio liquefatto (Lpg), dipende per circa il 60% dalle forniture provenienti da Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha però ridotto drasticamente i flussi energetici verso il paese.
Il governo guidato da Narendra Modi ha invitato la popolazione a non farsi prendere dal panico, ma nel paese si moltiplicano episodi di accaparramento e vendite illegali di bombole di gas, ormai sempre più difficili da trovare, tanto che sul mercato nero si trovano a prezzi persino raddoppiati.
La carenza sta colpendo anche servizi essenziali. In alcune città, come Pune, i crematori sono stati costretti a passare da impianti a gas a forni elettrici per evitare il rischio di blocchi nelle cremazioni. Anche il settore della ristorazione è in difficoltà: molti locali di Mumbai hanno già ridotto gli orari di apertura o eliminato dal menu i piatti che richiedono grandi quantità di energia.
La crisi energetica si riflette anche in Pakistan, che dipende dal Qatar per gran parte delle importazioni di gas naturale liquefatto. Il governo teme di non ricevere nelle prossime settimane le consegne previste, mentre i prezzi interni dell’energia stanno già aumentando rapidamente.
Per contenere i consumi Islamabad ha deciso di chiudere le scuole fino alla fine del mese, trasferire online le lezioni universitarie e introdurre la settimana lavorativa di quattro giorni per molti uffici pubblici. Allo stesso tempo i prezzi della benzina sono stati aumentati del 20%.
In Bangladesh, dove circa il 95% del fabbisogno energetico dipende dalle importazioni, la carenza di gas ha portato, invece, a un diffuso razionamento. Il governo ha imposto tagli giornalieri alle forniture, chiuso tutte le università e sospeso temporaneamente la produzione negli impianti statali di fertilizzanti per destinare il gas disponibile alle centrali elettriche.
Le difficoltà non riguardano solo i grandi paesi dell’Asia meridionale. Anche lo Sri Lanka sta affrontando lunghe code alle stazioni di rifornimento e scorte limitate: il paese può immagazzinare solo circa una settimana di gas di petrolio liquefatto.
Per milioni di famiglie della regione il gas è essenziale per cucinare e riscaldarsi. L’aumento dei prezzi e la scarsità delle forniture stanno quindi colpendo direttamente il costo della vita e i bilanci domestici, con il rischio che una crisi energetica regionale si trasformi rapidamente in una crisi sociale. (riproduzione riservata)