Dagli occhiali ai giornali, dai ristoranti all'acqua minerale: la parabola disordinata di Leonardo jr.
Dagli occhiali ai giornali, dai ristoranti all'acqua minerale: la parabola disordinata di Leonardo jr.
Dopo le dimissioni da Essilux e l'uscita dal board di Delfin, e il distacco palese con il suo mentore Milleri, Leonardo Maria Del Vecchio rischia di rimanere isolato, senza alleati in famiglia né sponde in banca

di di Paolo Panerai 28/08/2026 19:30

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Nella prima partita del nuovo campionato di calcio di serie A appena iniziato hanno giocato, dall’inizio o subentrando, 223 calciatori non italiani: una netta maggioranza rispetto ai calciatori italiani. C’è quindi da meravigliarsi se poi la nazionale italiana non si qualifica per la fase finale del campionato del mondo fin dal 2018 in Russia e poi nel 2022 in Qatar e quest’anno, 2026, negli Stati Uniti?

Si potrebbe pensare, e non pochi lo pensano, che ormai il calcio è un business da avanspettacolo e quindi contano di più i campionati nazionali e molto meno le gare apicali fra nazionali, appunto il campionato europeo e quello del mondo che si tiene ogni quattro anni. Non è una giustificazione che regge, perché anche negli altri paesi c’è libertà di scelta dei calciatori da acquistare, ma le nazionali con tradizione e partecipazione dei cittadini allo spettacolo calcistico riescono comunque a presentarsi alle partite internazionali con squadre in grado di competere fino a qualificarsi appunto, almeno, per il campionato del mondo anche se poi non lo vincono.

Solo due squadre quotate in Borsa

Nei fatti, probabilmente, vi è una diversa impostazione del lavoro delle nazionali. E forse contano anche altri elementi finanziari. In Italia, in questo momento, sono quotate in Borsa, nella laica convinzione di essere venditori di spettacolo, solo due squadre: la Juventus, che, nonostante non vinca un campionato da tempo capitalizza ben 866 milioni, mentre la seconda in Borsa, la Lazio, è intorno ai 100 milioni.

Per tutto ciò viene da pensare che ci sia stato e al momento perduri un grande equivoco: se il calcio, in Italia, possa essere o meno un business, come lo è sicuramente in Inghilterra o in Spagna e ormai in molti altri paesi.

Se ripenso alla Fiorentina, la squadra dove nel 1956 ho giocato nei pulcini e dove mio padre è stato dirigente, come del resto anch’io, vicepresidente durante la gestione dei miei amici Diego e Andrea Della Valle, mi viene spontaneo domandarmi di quale male soffre il calcio italiano, dal momento che, in ogni caso la finanza conta, mentre in Borsa ci sono oggi solo due squadre quotate. Se il calcio è di fatto diventato, come lo è diventato, business-spettacolo, e solo per l’esercizio fisico dei calciatori è ancora considerato uno sport, allora c’è da augurarsi che il nuovo presidente della Federazione, Giovanni Malagò che è stato anche presidente del Coni, sappia attuare una gestione equilibrata fra sport e business. E che la Nazionale italiana riconquisti la dignità derivante dalle quattro coppe del mondo vinte nel 1934 e poi nel 38, in epoca fascista, ma anche nel 1982 in Spagna e nel 2006 in Germania, sia pure ai calci di rigore.

Lo stimolo di Malagò nella sua nuova avventura

Credo che lo stimolo avuto da Malagò per tuffarsi nella difficilissima avventura calcistica sia proprio questo. Dopo essere stato, come presidente del Coni, ai vertici massimi dello sport nazionale, possa correggere la rotta sbagliata del calcio italiano affinché la Nazionale torni a qualificarsi almeno per i titoli più importanti in palio, cioè la competizione europea e poi quella mondiale. E la via della Borsa per più società potrebbe dare una svolta anche sul piano del rigore amministrativo e finanziario, favorendo gestioni italiane invece di avventure estere che inevitabilmente non hanno a cuore il futuro della nazionale, ma per cercare di vincere non esitano a imbottire le rose di calciatori stranieri invece di lanciare giovani italiani. Solo dalla grande selezione di calciatori italiani potrà emergere un gruppo in grado di competere con le nazionali di altri paesi che ora sono ai vertici del calcio mondiale, anche grazie all’iniziativa di naturalizzare giovani stranieri che accettano di diventare italiani.

In passato l’Italia aveva seguito la via degli oriundi, cioè di calciatori nati all’estero ma con genitori e antenati italiani; giocatori provenienti principalmente da paesi del Sud America. Probabilmente questa strada non è più percorribile. Sta quindi al presidente Malagò convincere i presidenti di squadre controllate da capitale italiano a investire appositamente su giovani calciatori italiani o italianizzati. Il presidente Malagò, tuttavia, deve essere rapido nel lanciare un messaggio chiaro ai presidenti delle squadre italiane, perché per riformare una nazionale in grado di competere ci vogliono almeno due o tre anni, visto che i prossimi campionati del mondo ci saranno fra quattro anni, con in mezzo quello europeo.

Leonardo Maria Del Vecchio ha fatto bene o male?

Ha fatto bene o male Leonardo Maria Del Vecchio (Leonardino per i più, portando il nome con diminutivi del suo grande padre), a dimettersi dalle cariche esecutive all’interno della società fondata proprio dal padre?

Credo che al giovane sia stata e venga dedicata fin troppa, quasi spasmodica, attenzione, forse per il semplice fatto che potenzialmente è miliardario, avendo cercato (per ora senza successo) di ricevere dalle banche almeno 11 miliardi di euro dando in garanzia quel 12,5% della Delfin fondata dal padre Leonardo e che controlla Essilor Luxottica, gestita con grande capacità ed efficacia da Francesco Milleri, laureatosi a pieni voti all’Università di Firenze, non lontano da Città di Castello, la sua città natale, per poi compiere un master a pieni voti negli Stati Uniti.

Mezza Italia o forse di più sa che Leonardino voleva farsi prestare 11 miliardi di euro dalle banche dando in garanzia il suo 12,5% di Delfin, per poter comprare le quote di tre fratellastri (stesso padre ma non stessa madre, visto il fascino che il fondatore Leonardo esercitava sulle ragazze e sulle signore).

Le banche hanno per ora nicchiato nel concedere il finanziamento e quindi Leonardo Maria ha pensato bene di uscire dalla attività in Essilux dal consiglio di Delfin per avere, ritiene, le mani più libere. Per ora, ma è solo all’inizio, non sembra aver imboccato la via giusta per poter raggiungere, acquistando dai fratellastri, il 25% di Delfin e quindi di fatto cercare il controllo del gruppo.

Le tante attività di Leonardo jr.

Ancorché sia tutt’altro che sfortunato, per il benessere che comunque ha, in un certo senso fa tenerezza perché, forse anche in relazione al fatto che avendo ricevuto lo stesso nome del padre, ritiene di poter avere il controllo azionario di Delfin, di cui sono soci vari fratelli o fratellastri. Unico plus rispetto agli altri eredi è che ha lavorato vari anni nel gruppo con responsabilità piena di Ray ban e responsabilità delle strategie di Essilux. Ma contemporaneamente si è anche lanciato in varie attività: da quelle turistiche a Forte dei Marmi alle acque minerali Fiuggi. In questo modo ha manifestato la volontà di intraprendere e forse proprio per questo suo sentimento, oltre ad aver ereditato il nome del padre, si è sentito autorizzato a voler acquistare le quote di fratelli e fratellastri per arrivare alla quota di comando di Delfin. Per ora non gli è andata bene.

Peraltro, dopo aver provato a prendere il controllo di vari media (si era presentato anche per Class Editori) si è dovuto accontentare dei tre giornali che ben volentieri gli ha venduto Andrea Riffeser, erede di suo nonno Attilio Monti, petroliere con il soprannome di «Artiglio». Il cav. Monti aveva lasciato in eredità: il Resto del Carlino di Bologna e La Nazione di Firenze, mentre lo stesso Riffeser aveva già comprato dall’Eni Il Giorno di Milano. Riffeser, bravissimo presidente della Fieg, la Federazione degli editori di giornali, aveva chiaro che i quotidiani tradizionali non hanno un futuro brillante e quindi non ha perso l’occasione per venderli. Che strategia seguirà Leonardo Maria Del Vecchio?

Leonardo Maria è in un vicolo cieco

Non sarà facile per lui destreggiarsi in quello che appare una sorta di vicolo cieco in cui si è cacciato. Evidentemente se il padre e lo stesso Milleri gli avevano affidato precise responsabilità vuol dire che delle doti di base le aveva e probabilmente le ha, ma per poterle mettere a frutto è necessaria più disciplina e ordine mentale. Con le ultime scelte di uscire dal consiglio di Delfin e di lasciare gli incarichi operativi in Essilux, ha compiuto probabilmente un passo falso perché nell’occasione, dicono fonti informate, ha rotto anche con Milleri, che invece lo aveva sempre aiutato a svolgere un ruolo manageriale significativo.

Se poi alle vicende aziendali si aggiungono anche quelle personali con le pessime relazioni con la madre di sua figlia, ne emerge un quadro di reale difficoltà e disagio.

Il rapporto sempre più complesso con le banche

In queste condizioni appare difficile che le banche gli concedano affidamenti per chiudere le operazioni con i due fratellastri per diventare l’azionista maggiore di Delfin e quindi con qualche possibilità di recupero. Si sa che ha rotto anche con la madre, ultima moglie del padre Leonardo e quindi corre il rischio di rimanere completamente isolato, pur avendo sempre i due fratellastri la disponibilità a vendere le loro quote.

Ma tutto quanto sta succedendo fa scendere il suo posizionamento anche nei confronti delle banche da cui era convinto di poter ricevere i finanziamenti per acquistare quote capaci di farlo essere il maggior azionista dello straordinario gruppo fondato dal padre e diventato veramente centrale nel sistema bancario italiano, oltre che nel settore degli occhiali, visto che nel portafoglio di Delfin c’è più del 17% di Mps e molte altre partecipazioni che possono pesare nello svolgimento del risico bancario assicurativo in atto.

Aria di rottura con Francesco Milleri

Chi può aiutarlo?

Sicuramente poteva aiutarlo Milleri con il quale, tuttavia, secondo informazioni attendibili ha duramente rotto.

Chi aveva ipotizzato di fargli credito per rilevare le quote dei fratellastri sicuramente non può non tenere conto di quanto è successo e di quanto sta succedendo, considerando anche che non appare avere alleati neppure fra tutti gli altri fratelli o fratellastri.

Rischia di diventare una storia triste, anzi molto triste come sempre succede quando gli insuccessi finanziari si sommano al clima che sta intorno a chi ha pensato di essere l’erede predestinato, a cominciare dal nome.

Pur nella sua apparente determinazione e coraggio di sfidare fratelli e mercato, probabilmente questi sono giorni molto duri per lui e probabilmente non appare facile un deciso recupero.

Una storia esemplare

Quella di Leonardo Maria Del Vecchio è per certi versi una storia esemplare. Molto considerato dal padre che gli aveva dato il suo nome; da tempo unico figlio con un ruolo significativo in azienda; un apparente feeling anche con il super manager Milleri che suo padre aveva scelto per lo sviluppo e la continuità del gruppo, riuscendo, con la partenza dalla produzione di occhiali, a diventare in un certo senso centrale nel sistema bancario italiana per le partecipazioni in Mps ma prima ancora in Mediobanca, Generali e in Unicredit. Il tutto gestito con grande maestria dal super manager Milleri.

Ora sembra lontano quell’incantesimo creato dal padre Leonardo, che verificava l’efficacia delle montature per occhiali che produceva, nel più storico negozio di ottica di Milano, quello di Artioli, per poi diventare mitico per la permanente conquista di brand e di tecnologie nei settori chiave dell’ottica e non solo, e diventando l’italiano che è andato a conquistare Essilor, diventata EssilorLuxottica, alla Borsa di Parigi.

E il coraggio del padre di comprare tutti i terreni intorno agli ospedali Monzino e Ieo, specializzato uno nel cuore e l’altro dei tumori. Con la fortuna di incontrare allo Ieo colui che è diventato un grande manager e ora capo dell’azienda. Allo Ieo Milleri era consulente per la parte informatica, ma il fiuto di Del Vecchio padre lo ha portato a diventare capo del gruppo Delfin con primati assoluti negli occhiali e partecipazioni bancarie importanti come quella prima in Mediobanca e ora la più grande di tutte le altre appunto in Mps.

Esiste un pericolo di reazione a catena?

Le grandi famiglie non è facile tenerle unite, specialmente, come nel caso di Delfin, se si sono trovati riuniti figli di tre mogli, ufficiali o non, di una persona sicuramente straordinaria come è stato Leonardo Del Vecchio.

C’è ora il rischio che dopo il colpo di coda di Leonardino, si inneschi una reazione a catena? Se non viene messa in discussione la leadership di Milleri, la tempesta passerà, e un gruppo straordinario come Delfin, edificato da un martinitt come Leonardo Del vecchio padre, potrà continuare a essere un esempio assoluto di imprenditoria con partenza da zero.

Occorre tuttavia che Leonardo Maria si calmi e non provochi oltre un manager come Milleri al quale, giustamente, l’anno scorso, il presidente Sergio Mattarella ha assegnato il titolo di Cavaliere del Lavoro.

Che Leonardino non rovini il lavoro.

Post Scriptum: l’intervista di Fabio Tamburini a Carlo Cimbri

Bella l’intervista a Carlo Cimbri di Unipol da parte di Fabio Tamburini, che ha fatto con me tutta la sua carriera partendo da Espansione, il Mondo, Milano Finanza, alla fine meritatamente direttore del giornale della Confindustria. Bella e interessante anche perché, finalmente, per il caso di vittoria della proposta Unipol combinata con Intesa Sanpaolo, Cimbri ora parla, saggiamente di Mps, Monte dei Paschi di Siena e non più di togliere Siena. Che abbia letto quanto sosteniamo dall'inizio delle grandi manovre: come si fa a togliere Siena dal marchio dopo vari secoli dalla nascita della banca? (riproduzione riservata)