Da Le Cirque alla Casa Bianca, il Trump che non c’è più
Da Le Cirque alla Casa Bianca, il Trump che non c’è più
Un ricordo personale, tra i tavoli del mitico ristorante di Manhattan di Sirio Maccioni, a confronto con la deriva del secondo mandato del presidente tra affari di famiglia, imprevedibilità geopolitica e il possibile monito delle elezioni di midterm

di di Paolo Panerai 10/07/2026 19:36

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La prima volta che ho incontrato il non Presidente (allora, e forse ancora?) Donald Trump fu a Le Cirque di New York, il mitico e fantastico ristorante di Sirio Maccioni. Sirio, da Montecatini, era un mio grande amico e mi disse: «Se sei a New York, vieni oggi a cena perché c’è un personaggio interessante, a parte la ricchezza che mostra in maniera sfrontata».

Ci andai e mi presentò Trump: era principalmente un investitore, speculatore immobiliare, tanto da dare il suo nome al grattacielo sulla Quinta, la Trump tower. Non ci fu niente di più di una stretta di mano, cogliendo il momento di quando non si stava aggiustando il ciuffo.

L’ho rivisto e incontrato, per combinazione, quando fece, sempre a Le Cirque, la prima cena di fundraising per la prima candidatura a presidente. Le Cirque di Sirio era il più importante palcoscenico di New York. Per fortuna, la cena di raccolta dei fondi era nel privé al primo piano, quindi non fu necessario rendergli omaggio.

L’ascesa di Trump e il legame con la famiglia Maccioni

Quando Sirio ha lasciato la terra, Trump era per la prima volta alla Casa Bianca, avendo goduto anche della notorietà che quella cena nel più noto ristorante del mondo aveva contribuito a creargli anche fra qualche americano democratico e non repubblicano.

Trump e la terza moglie, Melania, scrissero dalla Casa Bianca una lettera affettuosa a Egidiana, la moglie di Sirio, e ai tre figli. Naturalmente su carta intestata della Casa Bianca. Vale la pena di rileggerla:

«Cara Famiglia Maccioni,

Siamo profondamente rattristati nell’apprendere della scomparsa del nostro caro amico Sirio. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con voi e i vostri cari. 
Nel corso della sua illustre carriera, Sirio ha ridefinito l’esperienza dell’alta cucina. I suoi ristoranti e la sua straordinaria esperienza che si vive cenandovi sono stati parte di momenti significativi e memorabili per tante famiglie e persone. Mentre piangete la perdita di un marito devoto e di un padre amorevole, speriamo che troviate conforto nel sapere che l’eredità di Sirio e il suo spirito vibrante e accogliente continueranno a vivere nei suoi ristoranti in tutto il mondo. 
Che Dio vi benedica e vi protegga sempre. Con le nostre più sentite condoglianze
».

Era, per una volta, una lettera autentica, firmata anche dalla moglie Melania, la quale, forse, l’aveva anche scritta. E per questo la pubblicai per gli amici e ora la ripubblico per i lettori di MF-Milano Finanza e di conseguenza anche per MFGpt, la nostra intelligenza artificiale generativa che è tuttora anche l’unica italiana con tutti i numeri e le informazioni degli ultimi 40 anni non solo di economia e finanza, ma anche di lifestyle, fashion, dati di borsa e con tutti gli altri dati economici e finanziari, italiani ed esteri.

Fino ad allora Trump era quello che curava il suo ciuffo e le sue cravatte sopra a ogni cosa, ma non era certo quello che stiamo vivendo in questo secondo mandato.

Le critiche al secondo mandato e l’allarme globale

Per questo, quanto ha fatto nel primo mandato, fino all’assalto del Campidoglio, è stato niente rispetto a quanto di negativo e distruttivo sta facendo nel suo secondo mandato. Per fortuna che Sirio non deve più servirlo al tavolo di Le Cirque.

Per descrivere quanto Trump ha fatto di negativo da quell’assalto al Campidoglio motivato dal fatto che non era stato rieletto, ci vorrebbe un libro di mille pagine, ma oggi è il mondo intero, compresa Israele, che si è reso conto di quanto le sue scelte siano spesso pericolose.

L’hanno capito, fra gli altri personaggi importanti, e a sue spese, anche la presidente del consiglio Giorgia Meloni, ma è un po’ tutto il mondo intero che è in allarme Trump. Appunto per l’imprevedibilità delle scelte, che possono essere in partenza positive, per diventare negative in un battibaleno. E il fatto grave è che lui non è solo il capo del più importante Paese del mondo, ma anche della più ampia alleanza che sia stata costruita dopo la drammatica Seconda guerra mondiale.

Quando andava da Sirio a Le Cirque, l’attuale presidente degli Usa aveva sempre la cravatta rosa, ma talvolta anche blu, che in un certo senso è colore di moderazione. Ora prevalentemente la porta rosso fuoco e, se blu, quasi sempre blu scura. Come l’orizzonte che il mondo ha davanti, naturalmente non solo a causa delle scelte di Trump ma anche per la reazione a catena di imprevedibili comportamenti che esse generano.

Conflitti di interesse e dinamiche di business familiare

Ma non volendo certo fare un’analisi geopolitica, che pure servirebbe, mi sia possibile ricordare un altro aspetto, per certi versi drammatico, che il comportamento di Trump genera a livello di business personale.

Può essere comprensibile che i figli e altri membri della sua famiglia svolgano attività economiche, ma è forse inaccettabile per le regole della democrazia che esse vengano, dagli stessi artefici, sbandierate per il successo che hanno.

Grazie al cavolo, questi signori sono in grado di conoscere in anticipo le scelte che il padre farà, scelte che a parte poche hanno sempre uno e solo un obbiettivo: il profitto.

È vero che gli Usa sono il Paese dove il profitto ha il valore più alto e sul piano economico è razionale diffondere anche i buoni risultati. Ma se a raggiungere gli stessi sono i membri della famiglia del Presidente, automaticamente scattano legittime preoccupazioni (evidenziate anche da un’editoriale del Wall Street Journal, che non è certo di sinistra) sull’uso delle informazioni riservate e sul peso negoziale che in qualsiasi attività può avere il capo del Paese più ricco del mondo. Il ricco Trump, lo è però, anche di povertà morale e materiale.

La Presidente Giorgia Meloni si è resa conto a sue spese cosa vuol dire scegliere di avvicinarsi alla linea del presidente Trump. Mai visto un presidente di un partito in democrazia che lo gestisce come fosse una società quotata in borsa di cui ha la maggioranza. Chissà che cosa ne pensa Sirio dal Paradiso, lui che aveva aperto le porte del suo straordinario ristorante e super club all’uomo dal ciuffo biondo. Per fortuna non è spettatore della progressiva involuzione, non solo come uomo politico ma come uomo in relazione ai suoi simili, appunto, del due volte Presidente Trump.

Le sfide per la democrazia e le elezioni di midterm

Il guaio, non solo per gli Usa, ma per tutto il mondo democratico è assistere, con difficoltà di intervento per la potenza che gli Stati Uniti ancora detengono, a che esso stesso sia messo in discussione da prestazioni come quella di voler prendere il controllo e il comando della Groenlandia, ma anche di non perdere nessun affare nell’agone delle criptovalute.

Se i cittadini americani non avranno perso il valore della democrazia, lo potranno dimostrare nelle prossime elezioni di midterm. Non pochi analisti sostengono che Trump corre gravi pericoli di un risultato negativo.

Da un lato, fa tristezza che un Presidente democraticamente eletto, anche se contro avversari inesistenti, possa ricevere dal voto prossimo una sonora sconfitta. Ma la verifica di middle term è tuttora un’espressione della struttura democratica degli Usa e quindi la speranza del mondo è che il presidente in carica riceva una sonora lezione.

Con un rischio: che la sua possibile sconfitta si ripercuota su tutto il mondo democratico, che ha sempre avuto il credo (e ora il difetto) di pensare che dopo la contribuzione fondamentale per la sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale gli Usa siano esenti da pericoli antidemocratici.

Speriamo che chi è più vicino a Trump non sia più trumpiano di lui, ma piuttosto abbia almeno un residuino di cuore e cervello democratico.

* * *

Il fronte del risiko bancario tra Andrea Orcel e Carlo Messina

Che lo si pronunci con l’accento giusto sulla e, o con l’accento sbagliato sulla prima lettera, la O di Orcel, non vi è dubbio che in questa operazione chiave di conquista della tedesca Commerzbank, il ceo di Unicredit ha mostrato di avere gli attributi (e tutta l’abilità negoziale di un ex-banchiere d’affari).

Ciò che ad alcuni faceva storcere la bocca (compreso a questo giornale) rispetto al fatto che la seconda banca commerciale italiana fosse gestita da un banchiere con esperienza prevalente negli affari e non nel credito, oggi sta diventando la motivazione dell’applauso. Orcel od Orcél che dir si voglia, ha dimostrato di saper reggere anche l’opposizione della Banca centrale tedesca e dello stesso governo di Berlino, che ha messo in atto ogni strumento possibile. Ha vinto Orcel e in questo momento ha portato Unicredit a essere la prima banca italiana.

Chissà se riuscirà a detenere questo primato di capitalizzazione anche quando, nel caso, Intesa Sanpaolo riuscirà a conquistare, con l’opas verso Monte dei Paschi di Siena, sia Mediobanca che la quota maggiore di Generali, oltre a 650 sportelli, dividendo i 1.250 attuali di Mps, con Unipol, il compagno dell’ultima acquisizione compiuta dalla banca, nata da Ambroveneto, Comit, Sanpaolo, Cariplo e, da ultima appunto Ubi banca.

Anche in quella operazione Intesa Sanpaolo, per non superare i limiti antitrust, si fece affiancare per vari sportelli da Carlo Cimbri, capo di Unipol ma anche ambizioso banchiere, con prima la conquista di Bper (Banca popolare dell’Emilia-Romagna) e poi di Popolare di Sondrio, che hanno portato il mondo di Unipol e delle Cooperative al terzo posto in Italia, prima che Mps conquistasse Mediobanca.

Era per tutto quanto Unicredit stava tentando di fare, che è arrivata la reazione della prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, gestita straordinariamente da Carlo Messina, Gaetano Miccichè e Mauro Micillo, oltre a una serie di manager solidissimi e innamorati delle pmi come Stefano Barrese, capo dell’Italia e abilissimo unificatore di reti bancarie (come quelle venete e di Ubi), o coloro che gestiscono la parte assicurativa, le gestioni patrimoniali ex-Fideuram e anche i rapporti e le strategie di comunicazione con Stefano Lucchini.

La partita è aperta, in primo luogo sull’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, ma anche sulla possibile reazione del gruppo senese, per la coriacea e competente volontà dell’ad Luigi Lovaglio e del direttore generale Maurizio Bai. Un punto di svolta potrebbe essere che Lovaglio, nel ricordo dei suoi anni e successi nel gruppo Unicredit, riprenda a parlare con Orcel, come qualche fonte ha anticipato, pensando forse che l’ipotesi Mps-Bpm non abbia sbocco, per la presenza sempre più forte della francese Credit agricole appunto in Bpm.

Quindi, in campo ci sono una squadra già istituzionalizzata, quella fra Intesa Sanpaolo e Unipol più la controllata Bper, e l’altra, nel caso tutto da scoprire, fra Mps e la vecchia casa di Lovaglio, cioè Unicredit con il frenetico Orcel.

La prima operazione a partire sarà comunque quella di Intesa Sanpaolo insieme a Unipol-Bper avendo ad oggetto Mps-Mediobanca. La seconda, con possibili sorprese, di Lovaglio-Bai in alleanza con Orcel, che da ex-banchiere d’affari ha la tendenza a non fermarsi mai, neppure dopo la scalata a una banca tedesca difesa strenuamente dal suo governo.

In mezzo a tutta questa vicenda c’è la presenza nel portafoglio di Mps di Mediobanca, che non solo ha ancora l’impianto di banca d’affari e soprattutto ha in portafoglio il 13,3% di Generali.

Il fronte senese e quello di Unipol

Mamma mia: non era mai successo che il settore bancario italiano fosse così, positivamente, in fermento. Infatti, non vi è dubbio, che grazie alla grandissima professionalità di Messina e dei suoi collaboratori, l’opas verso Mps abbia senso e non solo per la concorrenza ingaggiata a 360 gradi da Orcel, anche se Messina è persona che non si lascia condizionare dalle mosse degli altri. Parimenti è comprensibile che Lovaglio e Bai vogliano difendersi, trovando probabilmente una sponda esterna.

In tutto questo c’è poi la legittima ambizione del cagliaritano, ma che parla in perfetto bolognese, l’ad di Unipol Carlo Cimbri, di far diventare Bper la seconda banca per sportelli d’Italia.

C’è possibilità in questa aperta competizione che il governo si schieri a favore di qualcuno e quindi a svantaggio di altri? Sicuramente se il ministro competente sul settore non fosse il bocconiano ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, il pericolo esisterebbe. Ma finora Giorgetti è stato un perfetto ed equo capo del ministero da cui dipende l’economia italiana e quella degli assetti bancari.

Il futuro del brand Monte dei Paschi

P.S. Si sente dire che se passasse l’operazione Intesa Sanpaolo, la seconda banca del Paese prenderebbe il nome della più antica banca italiana, cioè Monte dei Paschi, ma appunto non completo, cioè senza Siena. Per non offendere gli emiliani di Modena? Ma Mps è nata a Siena ed è Siena, con il suo sapere e con lo spirito di competizione del Palio, che è riuscita a far vivere e sviluppare la banca nel corso di sette secoli.

Un avviso, per il quale a Siena si stanno organizzando per scongiurare questo errore, anche se Modena ha anch’essa una storia nobilissima, ma magari in altri settori più diversi, come la Ferrari e la Maserati, il cotechino e lo zampone. (riproduzione riservata) (riproduzione riservata)