Uno dei maggiori trasferimenti di attività finanziarie degli ultimi dieci anni è avvenuto quasi senza lasciare traccia nel dibattito pubblico. Centinaia di miliardi di crediti verso imprese e famiglie sono usciti dai bilanci delle banche italiane per essere affidati in gestione a operatori specializzati nel recupero, i cosiddetti servicer.
Tra il 2015 e il 2025 lo stock di deteriorati detenuti dagli istituti è crollato da 341 a 49 miliardi mentre i crediti al di fuori del sistema bancario sono aumentati da 20 a 227 miliardi. Una trasformazione che ha permesso alle banche di ripulire i bilanci e liberare capitale, impiegato oggi anche nelle operazioni del risiko.
Non è detto, però, che il trasferimento abbia prodotto benefici anche per i debitori. Le condizioni contrattuali e le tutele previste dalla legge rimangono valide anche dopo la cessione, ma l'interlocutore è cambiato e il suo stato di salute è mediamente peggiorato.
La crisi dei servicer si è arricchita di un nuovo capitolo. Banca Ifis, l'istituto veneziano controllato dalla famiglia Fürstenberg, ha perso quasi il 20% in borsa in una settimana. Fino a pochi mesi fa sembrava uno degli ultimi operatori immuni alla frenata del comparto, al punto da scendere in campo per mettere in sicurezza l’ex competitor Illimity. Ma l'ultima ispezione di Bankitalia, conclusa con giudizio parzialmente sfavorevole, ha fatto emergere criticità nella governance e, soprattutto, nel processo del credito. Qui i segnali di rallentamento erano già visibili nei bilanci.
Nel 2025 la divisione npl aveva registrato una flessione degli incassi del 7,3% rispetto al 2024, mentre il valore nominale dei crediti gestiti si era ridotto del 17,5%, a 17,8 miliardi. E non era un caso isolato: gran parte dell'industria europea dei crediti deteriorati è entrata in affanno. Il problema principale è la progressiva contrazione del mercato che per anni aveva alimentato lo sviluppo.
Secondo i dati raccolti dall’osservatorio della stessa Banca Ifis, lo stock complessivo degli npe italiani è passato dai 361 miliardi del 2015 ai 276 miliardi del 2025, con una riduzione del 24%. Ancora più marcata la contrazione delle compravendite: dai 77 miliardi di crediti scambiati nel 2018 si è passati a 22 miliardi nel 2025. Anche le dimensioni dei deal sono cambiate, con un valore medio dei portafogli sceso da un miliardo nel 2017 a 190 milioni.
Secondo il rapporto Unirec-Nomisma, nel 2025 le imprese di recupero hanno ricevuto in affidamento 188,2 miliardi di crediti, poco meno dei 191 miliardi del 2024, ma il numero delle pratiche è aumentato del 12%. Il ticket medio è così sceso da 4.135 a 3.635 euro, mentre la provvigione media sul recuperato è diminuita dal 3,9% al 3,1%. Una compressione che si accompagna all'aumento dei costi.
Per difendere i margini, gli operatori hanno puntato soprattutto sulle economie di scala. Nel settore ci sono state 61 operazioni fra acquisizioni e joint venture dal 2018 al 2025. I quindici maggiori servicer presenti nel 2018 sono oggi riconducibili a undici gruppi, mentre gli asset medi per gruppo sono aumentati del 44%, da 18 a 26 miliardi.
Il consolidamento ha permesso di preservare le dimensioni delle piattaforme, ma ha anche richiesto investimenti e, in diversi casi, un crescente ricorso all'indebitamento. Le difficoltà nel recupero dei portafogli più vecchi e la necessità di rivedere le aspettative sugli incassi hanno aggravato la situazione. Insomma, la crisi non è stata superata, al contrario.
Le conseguenze sono evidenti nei conti dei principali gruppi, sebbene con intensità differenti. Il caso più significativo su scala europea è quello della svedese Intrum (principale partner di Intesa Sanpaolo sul mercato italiano), che ha dovuto affrontare una complessa ristrutturazione finanziaria.
Tra il 2021 e il 2025 i ricavi consolidati sono diminuiti del 4,3%, da 17,8 a 17 miliardi di corone svedesi, mentre l'ebitda è sceso del 26,8%, da 12,3 a 9 miliardi. Il risultato netto è passato da un utile di 3,4 miliardi a una perdita di 1,1 miliardi. L'indebitamento netto è diminuito dell'11,5%, da 49,5 a 43,8 miliardi di corone, rimanendo tuttavia elevato. Il gruppo sta cercando di ridurre la dipendenza dagli investimenti diretti nei portafogli attraverso un modello maggiormente concentrato sui servizi di gestione per conto terzi.
In Italia, Prelios è riuscita a preservare i risultati del servicing nel medio periodo, ma non è sfuggita al rallentamento del mercato. Fra il 2021 e il 2025 i ricavi del segmento sono aumentati del 6,9%, da 188,4 a 201,4 milioni e la crescita degli utp, i cui proventi sono saliti del 35,3%, ha compensato la contrazione del 25,7% degli npl. Nell'ultimo esercizio, però, il fatturato complessivo del servicing è diminuito del 9,2% rispetto al 2024, soprattutto per la riduzione degli incassi sulle sofferenze e delle commissioni collegate.
Più pesante è l'impatto registrato da Cerved: fra il 2021 e il 2025 i ricavi sono scesi dell'11,5%, da 506,9 a 448,7 milioni, mentre l'ebitda gestionale è diminuito del 3,4%, da 212,4 a 205,3 milioni. L'utile di 108,1 milioni del 2021, favorito da benefici fiscali straordinari, si è trasformato in una perdita di 144,6 milioni, sulla quale pesa una svalutazione di 105,5 milioni nel Credit Management.
Nello stesso periodo il debito netto è salito da 519 milioni a 1,42 miliardi, soprattutto per il finanziamento dell'acquisizione da parte di Ion. Il consolidamento non ha risolto neppure le difficoltà di doValue. Tra il 2021 e il 2025, nonostante l'acquisizione di Gardant, i ricavi del gruppo sono cresciuti soltanto dell'1,5%, fino a 580,4 milioni, e l'utile della capogruppo è passato da 23,7 milioni a una perdita di 8,2 milioni, mentre i crediti gestiti sono diminuiti del 9,1%, a 135,9 miliardi.
La crisi non colpisce tutti gli operatori con la stessa intensità, ma le sue conseguenze possono estendersi ai debitori, soprattutto alle imprese con esposizioni classificate come utp. A differenza delle sofferenze, gli utp riguardano aziende in difficoltà che conservano prospettive di risanamento e la loro gestione richiede spesso ristrutturazioni del debito, dilazioni dei pagamenti e, talvolta, nuova finanza.
Le tensioni finanziarie dei gestori possono invece accentuare la pressione per ottenere incassi immediati, privilegiando la liquidazione delle garanzie rispetto a piani di rilancio più lunghi. Il rischio è insomma quello di compromettere la continuità di imprese ancora economicamente sostenibili, sacrificando il valore che potrebbero generare nel tempo e trasformando la crisi di un settore in un domino potenzialmente pericoloso per l’economia del Paese. (riproduzione riservata)