«Siamo notoriamente un’azienda non profittevole. Stiamo investendo nel futuro. Questo non è inusuale, altre società lo hanno fatto prima, quello che sorprende un po’ è su quale scala lo stiamo facendo». Nessuno si stupirebbe se questa fosse una dichiarazione di Elon Musk sull’andamento di SpaceX, la sua compagnia quotata al Nasdaq il 12 giugno 2026 con una valutazione iniziale monstre (1.750 miliardi di dollari) nonostante una maxi perdita di 4,9 miliardi nel 2025 e di altri 4,3 miliardi nel primo trimestre 2026. Ma non è così.
Con queste parole un Jeff Bezos trentaseienne rispose, ridendo, al basito presentatore Jay Leno che gli chiedeva come fosse possibile che la sua azienda, Amazon, valesse miliardi in borsa senza aver mai fatto un dollaro di utile. Correva l’anno 1999. Amazon era nata nel 1994, si era quotata nel 1997 e aveva chiuso l’ultimo esercizio con un rosso di 720 milioni a fronte di un fatturato di 1,6 miliardi. Quasi 30 anni dopo SpaceX, circondata dagli stessi dubbi, ha superato brevemente proprio la capitalizzazione di Amazon, circa 2.500 miliardi. Solo che il gruppo di Bezos ora fattura quasi 720 miliardi, con profitti per circa 80 miliardi, quello di Musk meno di 20.
Amazon e SpaceX non sono certo le uniche big cap a essere entrate in borsa con (quasi) tutto ancora da dimostrare. L’altra azienda quotata da Musk, Tesla, ha riportato un ammanco di 154 milioni nel 2010 (anno dell’ipo), triplicato rispetto al rosso di 55,7 milioni del 2009. Oltre quindici anni dopo Tesla fattura quasi 95 miliardi all’anno, con un utile che nel 2025 è stato di 3,8 miliardi.
Tuttavia, guardando agli attuali Magnifici 7 (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), solo Amazon e Tesla sono arrivate in borsa quando bruciavano ancora molti capitali. Le altre erano già profittevoli, anche se gli utili dell’anno di ipo di Meta (Facebook) o di Apple erano poca cosa rispetto ai profitti stellari registrati nel 2025.
«Negli anni Ottanta circa l’80% delle società che si quotava era profittevole - incluse aziende tech come Apple, Microsoft, Dell e Adobe – mentre dagli anni Duemila la maggior parte delle ipo ha riguardato aziende in perdita. In altre parole i mercati hanno spostato il focus dal finanziamento di imprese redditizie al finanziamento di imprese ad alta crescita», spiega Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac.
Partire in rosso non rappresenta in ogni caso un’ipoteca sul futuro: «Molti dei titoli statunitensi che hanno registrato le migliori performance negli ultimi decenni, come Amazon, Tesla, Netflix e Uber, sono rimasti in perdita per molti anni», aggiunge l’esperto.
Il trend delle maxi ipo in perdita è destinato a proseguire dopo l’estate con gli attesi debutti di OpenAI e Anthropic. I due campioni dell’intelligenza artificiale hanno chiuso il 2025 rispettivamente con 20 e 14 miliardi di ricavi annualizzati. Tuttavia, sembrano lontane dalla profittabilità.
OpenAI avrebbe perso 3,7 miliardi (a fronte di 5,7 miliardi di ricavi) nel primo trimestre 2026 secondo The Information. Proiettando questo dato sull’intero anno il rosso si allargherebbe a 15-16 miliardi. Pure Anthropic continuerebbe a perdere miliardi, anche se le stime in questo caso sono meno puntuali, con vendite per 4,8 miliardi nel primo trimestre.
Per gli investitori a questo punto si pone un quesito: quali metriche considerare se l’ultima riga del conto economico non dà certezze? «Quando una società entra nel processo di ipo con perdite rilevanti gli investitori cercano di capire se queste siano il prezzo di forti investimenti o di un business fragile», considera Filippo Diodovich, senior market strategist di Ig Italia. «Il caso SpaceX è emblematico: una società può avere una perdita significativa ma restare attraente se mostra crescita dei ricavi, leadership tecnologica, vantaggi competitivi e un percorso credibile per essere molto profittevole presto».
In queste circostanze «esistono una serie di segnali che aiutano a capire se l’azienda sta costruendo le condizioni per diventare profittevole o sta solo consumando capitale», aggiunge Annacarla Dellepiane, head of Southern Europe di HANetf. «Il primo è la capacità di generare valore su ogni cliente o transazione. È fondamentale che il margine lordo sia solido o in miglioramento e che il rapporto tra costo di acquisizione del cliente e valore generato sia sostenibile. Poi una società in perdita può essere interessante se i ricavi crescono in modo sostenuto e il mercato di riferimento è ampio e poco penetrato».
Altri elementi da tenere in considerazione sono la velocità con cui l’azienda consuma cassa (e quindi il tempo che ha prima di dover cercare nuovi finanziamenti) e la tipologia di ricavi. «Cash flow operativo, ritmo di burn rate e liquidità sono indicatori chiave», sostiene sempre Dellepiane. «Un’altra dimensione rilevante è la leva operativa, cioè la capacità dei ricavi di crescere più in fretta dei costi. Infine conta molto la qualità dei ricavi: clienti fidelizzati, contratti ricorrenti e bassi tassi di abbandono hanno un valore diverso rispetto a una crescita sostenuta da sconti aggressivi o da una clientela instabile».
Nel caso di SpaceX alcuni di questi elementi possono essere già individuati, anche se il dominus Musk ha fissato obiettivi molto ambiziosi che passano anche da attività mai tentate prima dall’uomo. «Per aziende come SpaceX conta molto il fabbisogno di capitale. Costruire razzi, lanciare satelliti e sviluppare infrastrutture spaziali richiede investimenti enormi. Per questo gli investitori si chiedono quanti altri capitali serviranno e se la crescita genererà ritorni sufficienti a giustificarli», conclude Diodovich. «Poi è importante la governance, soprattutto se l’azienda dipende molto dalla figura del fondatore. Il mercato valuta anche la sua capacità di eseguire il piano industriale». (riproduzione riservata)