Fondata 128 anni fa. Oggi con una rete di 10 mila consulenti. 1,9 milioni di clienti. 11,9 miliardi di raccolta premi. La più grande compagnia italiana di polizze vita popolari, cioè, storicamente, con versamenti del premio assicurativo (cioè la tariffa) mensili. Uno straordinario esempio di educazione al risparmio per gli italiani. Posseduta al 100% da Generali, è l’Alleanza Assicurazioni, che già il nome ne indica lo spirito. E ora sarà fusa proprio in Generali, per dare un contributo decisivo anche alla cultura del risparmio e della previdenza per un pubblico ancora più vasto.
Ovviamente sono polizze vita quelle che Alleanza vende, ma appunto la sua caratteristica storica erano i pagamenti rateali mensili, con il produttore (come sono, o erano, chiamati i venditori delle polizze) che per anni si sono recati mensilmente a incassare la quota di premi prima che il digitale semplificasse tutto.
Io l’Alleanza la conosco bene, perché mio padre ne è stato un dirigente, capo di vari territori, anche al Sud, in cui era stato diviso il Paese. E io stesso, in terza liceo classico, rischiai di non fare l’esame di maturità, perché andai a vendere e incassare una polizza in una famiglia dove tutti avevano contratto la varicella. Per fortuna me ne accorsi in tempo e feci passare le carte e ricevetti i soldi del premio mensile sotto la porta di casa.
Mio padre, laureato in farmacia, era stato conquistato da quel meccanismo umano dei cosiddetti produttori, cioè venditori di polizze, che erano andati da mio nonno appunto a proporgli la sottoscrizione di una assicurazione vita popolare. E quindi non fece il farmacista nonostante le sorelle, ne aveva quattro e tutte molto maggiori di lui di età, gli avessero comprato la Farmacia a Signa, comune del circondario di Firenze.
Mi scuso con i lettori per aver inclinato al ricordo di fatti della mia famiglia, ma l’ho fatto perché sulla terra e in Italia ci sono tante attività meritevoli dal punto di vista sociale, ma i venditori di polizze di assicurazioni a mio avviso sono particolarmente meritevoli perché spingono alla previdenza per il futuro. Naturalmente l’Italia non è più quella di ...anta anni fa, ma credo che l’educazione alla previdenza e al risparmio sia ancora più importante oggi di allora. Oggi è tutto o quasi digitalizzato, ma quei 10 mila produttori vanno ancora a suonare il campanello e a far riflettere sulla necessità di pensare al futuro.
Il fatto che Generali, la più grande e importante compagnia di assicurazioni non solo in Italia, abbia deciso di incorporare, possedendone già il 100%, Alleanza è la conferma dello spirito che anima il Leone di Venezia, anche se la sede è a Trieste, che è il simbolo della compagnia, ma un leone che ruggisce a fin di bene.
Per mio padre, che per Alleanza ha girato e ci ha fatto girare l’Italia, è stata una esperienza straordinaria ma di riflesso lo è stata anche per noi familiari, che abbiamo mantenuto le radici a Firenze ma poi spostati in Versilia, poi a Grosseto, poi al nord della Puglia, e quindi tutto il Nordest. Mi è venuto quindi molto spesso di ringraziare mio padre (e di conseguenza Alleanza) per avermi fatto conoscere l’Italia nell’arco dei miei studi, dalle medie al liceo e poi l’Università a Genova, dove, presentatomi dal professor Victor Uckmar, grande giurista di diritto tributario, fui assunto da Piero Ottone a Il Secolo XIX. Quindi all’Alleanza devo anche se ho fatto il giornalista, partendo da un giornale libero qual era il quotidiano genovese, posseduto allora dalla famiglia Perrone che non aveva più industrie ma appunto il quotidiano di Genova e Il Messaggero di Roma. Quindi editori cosiddetti puri, cioè non con altri interessi da difendere con la pubblicazione di giornali.
E questa etica dell’informazione non come strumento ma come servizio per i cittadini, ci ha permesso di fondare la casa editrice del giornale che state leggendo.
Bando, però, ai ricordi e alle nostalgie e ritorniamo alle Generali, dove l’etica della correttezza e dell’impermeabilità ad altri interessi è il dna. Dopo tanti presidenti simbolo di democrazia, come fu Cesare Merzagora, liberale, ministro nel governo di Alcide De Gasperi e anche presidente del Senato e senatore a vita, le Generali non avrebbero potuto non diventare e continuare a essere uno dei pochi pilastri su cui si regge il sistema Italia.
E straordinaria è la costante scelta di presidenti che apportano alla compagnia, valori di democrazia e di serietà. Esattamente il dna dell’attuale presidente di Generali, Andrea Sironi, che è contemporaneamente Presidente della Bocconi, l’università più importante d’Italia e senza la quale, cari lettori, non avreste potuto leggere questo giornale. I miei tre lettori di questa colonna lo sanno bene (e mi scuso con loro della ripetizione), che senza la Bocconi, Class Editori non sarebbe nata. Perché, non mi stancherò di scriverlo, fu l’allora vicepresidente e rettore dell’Università di via Sarfatti a Milano, il professor Luigi Guatri, che permise di fondare Class Editori a una piccola ciurma di giornalisti che altrimenti non avrebbero potuto liberarsi dai vincoli, condizionamenti e sfruttamenti della P2, la quale aveva conquistato l’Editoriale Corriere della Sera, dove noi lavoravamo al settimanale il Mondo.
Come si può quindi comprendere, fra via Burigozzo, dove è la sede di questo giornale e degli altri della Casa, e via Sarfatti, sede della Bocconi, c’è una sintonia completa, che appunto arriva poi fino a Venezia.
Può darsi che qualcuno si rammarichi che l’Alleanza assicurazioni non sia rimasta una società separata, ma la sua fusione in Generali, che del resto ne possiede da anni il 100%, è un percorso naturale avendo tutte e due la stessa concezione del ruolo delle polizze vita al servizio di chi le sottoscrive e delle loro famiglie.
Il fatto poi che anche tutto il tourbillon che anima in questi mesi il mondo bancario e assicurativo coinvolga anche le Generali per quella quota del 13,3% messo insieme da Mediobanca all’epoca di Enrico Cuccia, non sposta di un millimetro la via retta che si percorre da Trieste per tutto il mondo. Se la dimensione delle Generali non fosse il mondo, probabilmente non sarebbe stato possibile che il condottiero sia un francese di nome Philippe Donnet, la cui sensibilità e rispetto per l’Italia e le Generali è sancita dalla sua decisione di acquisire la cittadinanza italiana. Vi pare poco per un francese di nascita e formazione?
Un’accoppiata come Donnet e il presidente Sironi è la garanzia assoluta che le Generali resteranno un fondamentale riferimento per tutto il sistema economico e finanziario italiano anche se si fonderanno con Alleanza. E uguale garanzia hanno tutti quanti lavorano per Alleanza. Quindi sorprende un po’ che il ceo di Alleanza, il bravo Davide Passero, non abbia condiviso la decisione della fusione di Alleanza in Generali e quindi abbia lasciato la carica a Marco Oddone, nuovo ad, nel gruppo Generali dopo 26 anni.
Il rafforzamento societario di Generali, con l’incorporazione di Alleanza, è un passo molto importante, perché permette di rivolgersi ai clienti dell’una e dell’altra compagnia con una offerta completa, appunto dalla Vita agli altri rischi. È vero che Generali emetteva già abbondantemente polizze vita, ma forse per una clientela differente, che ora potrà contemporaneamente avere l’opzione di polizze vita popolari, come è stata la tradizione di Alleanza.
Dal punto di vista del mercato borsistico, la fusione è un elemento positivo, perché il fatturato delle polizze Alleanza entrerà direttamente nel portafoglio di Generali, consentendo non poche economie di scala. In altre parole, Generali sarà, direttamente, ancora più forte proprio in un momento particolarmente delicato per le varie Opas che sono sul mercato.
Qualunque sarà l’esito del risiko-bancario-assicurativo, l’incorporazione di Alleanza, anche se già posseduta al 100%, potrà favorire per Generali un incremento degli utili e quindi una potenziale crescita del valore in Borsa, oltre al rafforzamento ulteriore della sua indipendenza e oggettività.
Qual è il sentimento della gente comune nei confronti della raffica di notizie sull’intelligenza artificiale?
Una risposta intelligente la dà l’ingegner Pietro Giuliani, presidente di Azimut, uno degli operatori finanziari meglio gestiti e quindi di maggior successo sul mercato. Egli ritiene che, mentre i capi azienda siano in moltissimi casi convinti che senza l’introduzione dell’AI non ci sia un futuro brillante, le strutture intermedie siano sostanzialmente lente o reticenti a puntare sulla AI. Secondo Giuliani è un problema di reazione al cambiamento, almeno per quanto riguarda i mercati finanziari, nei quali Azimut è uno degli operatori più internazionalizzati e più avvezzo a ottenere risultati significativi. La convenzione di Giuliani è che «l’AI cambierà, anzi sta cambiando l’approccio al mercato e lo stare sul mercato». O hai la capacità di stare con l’AI sul mercato o sei destinato a essere perdente. Per questo in Azimut, specifica Giuliani, si fanno investimenti altissimi sulla AI per il convincimento che dia vantaggi enormi.
Azimut e Giuliani sono fra i migliori operatori e quelli di maggior successo sui mercati, che vanno ben oltre l’Italia. E in particolare, secondo Giuliani, la AI specifica per chi opera sui mercati, determina benefici in termini di risultati e ancor più sicuramente in termini di riduzione dei costi. La convinzione di Giuliani è che chi non userà prontamente e profondamente l’AI nel campo delle gestioni e degli investimenti, rimarrà al palo.
E la formula che suggerisce ai piccoli risparmiatori è che con la AI potranno accedere al mondo degli investimenti in maniera più facile. Gli investitori più sofisticati con la AI, pur continuando a servirsi dell’intermediario, potranno usare e trarre vantaggi direttamente, ma anche attraverso intermediari che la usano con profonda consapevolezza della sua potenza. E sarà proprio dal confronto fra suggerimenti dell’AI e parere dei gestori che si potranno fare le scelte più profittevoli.
Non è un caso, come sicuramente è chiaro per i lettori di MF-Milano Finanza, che Class Editori sia stato il primo e per ora l’unico editore italiano che con MFGpt può offrire a operatori e investitori tutti i dati, tutte le analisi, tutti i commenti per poter decidere i propri investimenti, avendo poi la possibilità di seguirli costantemente e di confrontarli con gli altri ancora grazie a MFGpt. Al punto che per una ancora maggiore oggettivazione non è escluso che la AI di Class Editori approdi al mercato.
P.S.1) Chi dà in difficoltà definitiva Luigi Lovaglio e Mps, non conosce bene la tempra, la tenacia e l’intelligenza dell’attuale team della banca senese. Certo, la partita oggi non è a suo favore, ma non sarebbe Lovaglio se non avesse messo in conto prima di partire le reazioni forti e chiare di Intesa Sanpaolo. Ma da indomito qual è, oggi ha due alternative: allearsi con Unicredit, la sua ex banca (dalla quale era uscito con l’obiettivo di avere più libertà di azione) per cercare di portare a termine il suo programma senese oppure fare ogni resistenza possibile per massimizzare il valore per gli azionisti della banca, che è uno scopo che non tutti gli amministratori delegati perseguono. Ovviamente Intesa Sanpaolo, con la capacità professionale, la serietà e la calma dei forti di Carlo Messina e del suo staff, non sta a guardare e ha molte carte, tutte giuste, da giocare per vincere. La contesa è sempre più avvincente, anche se Intesa Sanpaolo è sicuramente in ampio vantaggio.
P.S.2) Che valore avrà per la finanza italiana l’intesa tra il fondo Fsi guidato da Maurizio Tamagnini e Temasek, la holding di investimenti di proprietà del governo di Singapore? Potrà essere un ponte tra l’Italia e i grandi capitali internazionali? Tamagnini non è alla prima esperienza con entità che gestiscono capitali internazionali: nei 15 anni di vita Fsi è diventato una sorta di fondo dei fondi sovrani, capace di convogliare capitali verso 10 mila imprese familiari italiane. L’accordo con il colosso di Singapore è un altro tassello in questa strategia: fare sistema con i grandi investitori globali per far aumentare la taglia e l’export delle imprese italiane. (riproduzione riservata)