L’azionista di riferimento, la d'Amico International, controllata dall’omonima famiglia, ha recentemente venduto sul mercato (tramite abb) il 5% del capitale della d'Amico International Shipping (Dis), quotata a Piazza Affari e che opera a livello internazionale trasportando prodotti petroliferi raffinati su navi cisterna.
Come si spiega questa mossa? «Sono scelte in capo all’azionista e su cui non mi esprimo», risponde Carlos Balestra di Mottola, amministratore delegato di Dis. «In realtà la famiglia d’Amico resta saldamente l’azionista di controllo anche dopo questa operazione, con il 55,66% del capitale. La loro è stata una decisione per aumentare la liquidità del titolo, ma come è stato già precisato la holding continua a credere fermamente nel potenziale della società e nei mercati di riferimento».
In effetti i conti del 2025, presentati nei giorni scorsi, sembrano andare in questa direzione. Sebbene i ricavi netti siano stati di 268,1 milioni di dollari, rispetto ai 371 milioni dell’anno precedente, la percentuale generata dai contratti a tariffa fissa è rimasta significativa, assicurando una media del 50,7% dei giorni-nave disponibili contro il 41,5% del 2024. Il calo del fatturato è principalmente legato all’andamento dei noli e al minore numero di conseguenza di navi impiegate. L’utile è stato di 88,4 milioni, ma escludendo i proventi dalla vendita di navi, le svalutazioni e le voci finanziarie non ricorrenti, sarebbe stato di 91,6 milioni (utile netto rettificato). Ma il quarto trimestre è stato quello più profittevole dell’anno, contribuendo per 25,6 milioni al risultato.
E il 2026 sembra essere partito anche meglio, trainato chiaramente dalla crisi in Medio Oriente, che ha fatto schizzare il prezzo dei noli. «In questo momento le nostre navi restano fuori dal Golfo Persico e questo ci ha permesso di crescere su altre rotte profittevoli. Ad esempio c’è stato un incremento delle richieste verso l’Asia, che importava il 40% della nafta dal Medio Oriente e che ora si sta approvvigionando dagli Usa».
Ma la guerra non è l’unico motore per il settore. «L’anno era partito molto bene anche prima dell'inizio del conflitto e prevediamo un mercato forte anche una volta che sarà risolta la questione Iran, perché molti Paesi avranno la necessità di ricostituire le scorte», spiega il ceo.
Al 31 dicembre la posizione finanziaria netta era di 27,4 milioni di dollari, con cassa e mezzi equivalenti per 183,9 milioni, che hanno portato il rapporto tra posizione finanziaria netta e valore di mercato della flotta (composta da 29 navi) al 2,4%, rispetto al 72,9% di fine 2018. La conseguenza del piano di riduzione dell’indebitamento. E a inizio marzo la società ha tagliato ulteriormente il costo del debito, rifinanziando una linea da 83 milioni a condizioni più competitive.
«Riteniamo di essere ben posizionati per trarre i massimi benefici dal mercato, malgrado un contesto geopolitico e normativo complesso e in costante evoluzione. E proprio grazie alla solidità della struttura finanziaria abbiamo anche i mezzi per continuare a investire nel rinnovo della flotta», aggiunge Balestra di Mottola. Infatti anche nel 2025 la società si è data da fare nel mercato della compravendita di navi. Ha venduto quelle più vecchie, MT Glenda Melody, MT Glenda Melissa e MT Glenda Meryl (costruite nel 2011) e sottoscritto un contratto di costruzione per due product tanker MR1 a cui a gennaio ha aggiunto altri due product tanker MR2, che saranno consegnate nel 2029 e dovrebbero garantire anche una maggiore efficienza nei consumi.
Altre quattro navi dovrebbero arrivare, invece, nel 2027 e due nel 2029. Per un investimento totale di 512 milioni che farebbe aumentare la flotta di dieci unità. In questo modo l’obiettivo di d’Amico può essere quello d’incrementare di almeno un terzo i ricavi nei prossimi tre anni. «Dipende», precisa il ceo. Sarà determinante l'andamento del mercato e come si evolveranno i noli. Avremo comunque più navi e più efficienti e questo ci permetterà certamente di migliorare la marginalità», precisa l'amministratore.
La borsa sta dando fiducia al titolo. Nonostante lo scivolone dei giorni scorsi dopo l’abb dell’azionista di maggioranza, da cinque anni Dis è una delle stelle di Piazza Affari, con un incremento di quasi il 550%, oltre il 40% da gennaio. «La borsa ha iniziato finalmente a riconoscere il nostro potenziale. Ma credo che il prezzo del titolo sia ancora a sconto rispetto al valore intrinseco dell'acciaio», aggiunge.
Intanto il cda ha proposto di distribuire 32,1 milioni di dollari di dividendi (0,27 centesimi per azione), in aggiunta all’anticipo già corrisposto nel quarto trimestre dello scorso anno di 15,9 milioni, portando così il payout ratio totale a circa il 55% dell’utile netto consolidato. (riproduzione riservata)