Che cosa sta diventando l’oro in portafoglio? Se lo chiedono i tanti investitori che dall’inizio di quest’anno hanno visto il lingotto schizzare fin sopra i 5.500 dollari l’oncia per poi cadere rovinosamente (-15% solo nell’ultimo mese) fino a 4.500.
La caduta di per sé non è irreparabile ma la questione a livello di portafoglio è un’altra: l’asset rifugio per antonomasia, pensato per gestire la volatilità in momenti di turbolenza, è diventato nei fatti il primo motore della volatilità stessa. In altre parole: l’oro non sta più svolgendo la funzione dell’oro.
Un consulente finanziario per spiegare quello che sta succedendo ricorre a una metafora calcistica. Per tanti anni l’oro è stato come un difensore centrale roccioso che impediva alla squadra di subire gol. Poi negli ultimi cinque anni - grosso modo dal Covid in avanti - ha cambiato veste: pur essendo ancora formalmente un difensore, è diventato la macchina da gol della squadra. E adesso sta avvenendo una terza fase dalla metamorfosi: il giocatore segna ancora ma sembra non essere più capace di difendere.
Uscendo dalla metafora, un backtest con lo strumento online Curvo consente di calcolare che un investimento da 10 mila euro in un Etc sull’oro fisico fatto a inizio 2019 avrebbe generato, a gennaio di quest’anno, un valore patrimoniale netto di quasi 36 mila euro (+20% di crescita annua), con una volatilità complessiva del 13%, quindi piuttosto contenuta. Ma solo nell’ultimo anno, calcola JustEtf, la volatilità dell’Etc in questione è stata superiore al 23%. Pià di quella del Nasdaq.
«L’oro si sta comportando nelle ultime settimane come un asset fragile, con correlazioni elevate e un beta (rischio sistematico, ndr) superiore a 1 rispetto al mercato azionario», segnala Diego Franzin, head of portfolio strategies di Plenisfer sgr. «Quello che stiamo osservando negli ultimi giorni è un mix di fattori tecnici inserito in un contesto segnato dal conflitto in Medio Oriente, dove i mercati sono estremamente instabili».
Da un punto di vista tecnico, secondo il money manager, «l’oro è in parte vittima del proprio successo». Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 era percepito quasi come la soluzione a tutti i mali del portafoglio: dalla geopolitica all’inflazione, dal rischio tassi alle possibili tensioni nel mondo del debito privato fino alla semplice esigenza di protezione.
«Fino a inizio anno circa il 30% della produzione globale finiva direttamente nei forzieri delle banche centrali, a cui si sono aggiunti flussi istituzionali molto consistenti, in particolare dagli Stati Uniti», sottolinea Franzin. A fine febbraio si è però passati rapidamente a una fase di pessimismo marcato, «innescata in primo luogo da prese di profitto rilevanti sugli Etf, in particolare quelli statunitensi». Si è inoltre affermata, aggiunge lo strategist, «una narrativa secondo cui, in caso di crisi prolungata in Medio Oriente, potrebbero emergere ulteriori disinvestimenti legati alla necessità di generare liquidità da indirizzare a misure a supporto dei consumatori».
Da un punto di vista di portafoglio inoltre le vendite delle ultime settimane potrebbero essere legate al fatto che l’oro, a differenza dei bond o delle azioni ad alto dividendo, non paga cedole e non consente di generare rendite passive. In un contesto in cui i rendimenti obbligazionari stanno tornando con forza il lingotto perde parte del suo appeal.
«La verità probabilmente sta nel mezzo», è il giudizio di Franzin. «Una volta riassorbiti questi eccessi, l’oro dovrebbe tornare a svolgere il suo ruolo di riserva di valore e di strumento di indipendenza finanziaria nei portafogli». Il money manager vede alcuni segnali di stabilizzazione «con prezzi nell’area 4.400-4.500 dollari. Sul piano tecnico, un’area chiave si colloca intorno a 4.100: un eventuale avvicinamento a questi livelli dovrebbe contribuire a ridurre la volatilità».
Per il lungo periodo, lo strategist di Plenisfer pensa che «la funzione dell’oro resta solida e trova ulteriore conferma in un contesto geopolitico sempre più polarizzato». In questo scenario, sottolinea, «anche la traiettoria degli acquisti della Cina è un elemento rilevante, ed è difficile immaginare cambiamenti di direzione nel medio periodo».
L’oro resta fortemente legato agli sviluppi in Medio Oriente e al prezzo del petrolio. «Una rapida risoluzione della crisi potrebbe ridare slancio al lingotto. Per ora, però, gli investitori navigano a vista». Dal canto suo, Franzin adotta «un approccio attendista, restando nella parte bassa della nostra forchetta. La posizione strutturale in oro rimane e, in caso di ulteriori ribassi, potremmo valutare un accumulo graduale». (riproduzione riservata)