Il cancelliere tedesco Friedrich Merz non chiude la porta a un eventuale ingresso dei costruttori automobilistici cinesi negli stabilimenti tedeschi in difficoltà. Ma definisce questa ipotesi una soluzione estrema e non la risposta ai problemi strutturali dell’industria dell'auto. Le dichiarazioni arrivano mentre la Germania affronta una delle peggiori crisi della sua manifattura automobilistica, con Volkswagen impegnata in una profonda ristrutturazione che potrebbe portare fino a 100 mila esuberi entro il 2030 e alla chiusura di diversi impianti.
Intervenendo in conferenza stampa a Berlino, Merz ha spiegato di non essere contrario, in linea di principio, all'acquisizione di fabbriche tedesche da parte di gruppi cinesi. «La considero un’ultima spiaggia, non una risposta ai problemi strutturali», ha affermato il cancelliere, sottolineando però che «non è una questione che deve decidere la politica, ma una scelta che spetta alle imprese».
Le parole del leader tedesco rappresentano un’apertura significativa in un momento in cui il dibattito sulla presenza industriale cinese in Europa è sempre più acceso. Negli ultimi mesi diversi costruttori del Dragone hanno accelerato i piani di espansione nel continente attraverso nuovi impianti produttivi, mentre altri stanno valutando partnership o acquisizioni per rafforzare la propria presenza e aggirare i dazi europei sulle auto elettriche importate dalla Cina.
Le dichiarazioni assumono un peso particolare alla luce della situazione di Volkswagen. Il gruppo di Wolfsburg è impegnato nella più radicale riorganizzazione della sua storia recente e sta valutando la chiusura di alcuni stabilimenti tedeschi, uno scenario che alimenta le speculazioni su possibili acquirenti esteri qualora alcuni siti produttivi venissero dismessi.
Merz ha tuttavia ribadito che il nodo centrale resta la competitività dell’industria europea e ha rivolto un nuovo attacco alla politica economica di Pechino. Secondo il cancelliere, l’Europa non può continuare a competere con «una moneta sottovalutata del 25-30%», sostenendo che questa situazione favorisce esportazioni cinesi artificialmente competitive.
In assenza di un riequilibrio, ha avvertito, il continente continuerà a subire «conseguenze negative» sotto forma di importazioni molto elevate, prodotti sostenuti da sussidi pubblici e ulteriori squilibri competitivi. Berlino, pur mantenendo una posizione pragmatica sulle operazioni industriali, continua quindi a chiedere condizioni di concorrenza più eque nei confronti della Cina. (riproduzione riservata)