Crisi Volkswagen, chiusure non solo in Germania: a rischio due impianti anche in Est Europa con altri 20 mila tagli
Crisi Volkswagen, chiusure non solo in Germania: a rischio due impianti anche in Est Europa con altri 20 mila tagli
Secondo stime del colosso la produzione può scendere sotto gli attuali 9 addirittura tra 7 e 8 milioni di unità l’anno imponendo chiusure anche fuori dalla Germania. A settembre nuovo voto in consiglio di sorveglianza, poi possibile assemblea straordinaria

di Andrea Boeris 14/07/2026 09:00

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La crisi di Volkswagen può allargare ulteriormente la sua dimesione. Dopo la bocciatura da parte del consiglio di sorveglianza del piano di ristrutturazione presentato giovedì dall’amministratore delegato Oliver Blume, emergono nuovi dettagli che mostrano come il progetto fosse ancora più radicale di quanto finora emerso. Secondo quanto riporta in esclusiva il sempre ben informato settimanale tedesco Manager Magazin, oltre ai 50 mila nuovi esuberi entro il 2030 (100 mila con i 50 mila già stabiliti) e alla prospettiva di lasciare progressivamente inattivi e chiudere fino a quattro stabilimenti tedeschi, il management starebbe valutando anche altro: la chiusura, nel lungo periodo, di due importanti impianti dell’Europa orientale, con altri 20 mila posti di lavoro potenzialmente coinvolti.

Questo porterebbe a sei chiusure totali e 120 mila tagli e ovviamente lo scontro tra i vertici del gruppo e i rappresentanti dei lavoratori è già salito ai massimi livelli. La presidente del consiglio di fabbrica Daniela Cavallo ha parlato della perdita di fiducia nei confronti del management, mentre il voto contrario espresso dai rappresentanti dei dipendenti e del Land della Bassa Sassonia nell’ultima riunione del consiglio di sorveglianza è una pesante sconfitta per Blume.

Produzione tra 7 e 8 milioni di unità e nuovi tagli anche fuori dalla Germania

Il piano industriale sarebbe stato elaborato partendo dall’ipotesi che nei prossimi dieci anni Volkswagen possa non riuscire a mantenere gli attuali volumi produttivi di circa 9 milioni di veicoli l’anno e non più quelli di una volta. Ma secondo le valutazioni interne citate da Manager Magazin, uno scenario più realistico vedrebbe la produzione scendere addirittura tra 7 e 8 milioni di unità, soprattutto per effetto dell’intensificarsi della concorrenza cinese nel mercato globale delle auto elettriche.

In questa prospettiva, oltre ai siti tedeschi già finiti al centro delle indiscrezioni, il gruppo starebbe valutando anche il futuro dello stabilimento Audi di Gyor, in Ungheria, e di quello Škoda di Kvasiny, nella Repubblica Ceca. La sola fabbrica ungherese impiega circa 12 mila persone, comprese le attività dedicate alla produzione di motori. Volkswagen sottolinea che comunque si tratterebbe di valutazioni di lungo periodo e che eventuali decisioni dipenderanno anche dalla competitività che riusciranno a recuperare gli impianti tedeschi.

L’obiettivo: tornare a margini fino al 10%

Il piano di trasformazione punta a riportare il margine operativo tra l’8% e il 10%, rispetto al 2,8% registrato nel 2025. Per raggiungere questo obiettivo il gruppo intende ridurre il peso dei costi indiretti dall’attuale 13% all’11% del fatturato attraverso il nuovo taglio di circa 50 mila posti di lavoro entro il 2030. Anche gli investimenti dovrebbero essere drasticamente ridimensionati: il target ufficiale prevede di scendere da 164 a 135 miliardi di euro nel successivo piano industriale, anche se, secondo le ricostruzioni di Manager Magazin, le richieste avanzate dai marchi sarebbero in realtà significativamente superiori.

A settembre nuovo voto, poi possibile assemblea straordinaria

La partita è tutt’altro che conclusa. Secondo la ricostruzione del magazine tedesco, il management ripresenterà il piano nella riunione del consiglio di sorveglianza di settembre, questa volta con una formulazione giuridica più stringente. Se anche il secondo tentativo dovesse essere respinto, il consiglio di amministrazione potrebbe valutare una mossa senza precedenti: sottoporre direttamente il piano agli azionisti attraverso un’assemblea straordinaria, sostenendo che la sopravvivenza dell’azienda richiede decisioni eccezionali. Una procedura utilizzata in Germania solo in situazioni di grave emergenza aziendale, come accaduto a Lufthansa durante la pandemia o a Uniper nel pieno della crisi energetica.

Intanto si prepara anche il riassetto dei vertici

Insieme allo scontro sulla ristrutturazione, nel consiglio di sorveglianza sarebbe emersa una convergenza sulla necessità di riorganizzare il management. Tra le ipotesi figurano la soppressione dei dicasteri dedicati all’IT e alla compliance, la creazione di un super-responsabile dello sviluppo prodotto con il compito di coordinare le piattaforme e ridurre la gamma di modelli e la nomina del nuovo direttore delle risorse umane, posizione rimasta vacante dopo l’uscita di Gunnar Kilian. Anche su questi temi, però, l’accordo finale è stato rinviato insieme all’intero pacchetto di riforme. (riproduzione riservata)