Conti collegati al ministero degli Esteri del III Reich e a società impegnate nella difesa: sono solo alcune delle affiliazioni riscontrate negli 890 documenti che fanno riemergere l’oscuro dossier che ha collegato, durante il regime di Hitler e nei decenni successivi, l’istituto Credit Suisse al nazismo.
L’avvocato statunitense Neil Barofsky, già incaricato in passato di indagare sui rapporti tra la banca e il regime nazista, ha riferito ai senatori americani che la sua inchiesta ha portato alla luce legami tra Credit Suisse e il Reich molto più profondi di quanto finora ipotizzato.
Oltre ai conti intestati al ministero degli Esteri tedesco, utilizzati anche per finanziare la deportazione di massa degli ebrei nei campi di concentramento, la banca ospitava conti riconducibili ad agenti delle Ss.
Barofsky, che ha agito collaborando con Ubs (che nel 2023 ha salvato Cs, inglobandola) ha inoltre dichiarato di aver individuato casi, mai emersi prima, di trasferimenti forzati dei beni di clienti ebrei da parte di Credit Suisse verso istituti affiliati al regime nazista.
Inoltre, sarebbero emersi elementi inerenti alla fuga dei funzionari nazisti verso l’Argentina nel dopoguerra.
Negli anni Novanta, Credit Suisse e Ubs avevano raggiunto un accordo globale con le vittime dell'Olocausto e i loro eredi per risarcire i conti dormienti e i beni legati al periodo nazista.
L’indennizzo prevedeva il versamento di 1,25 miliardi di dollari complessivi, con i fondi distribuiti progressivamente fino al 2013 a circa 425.000 beneficiari ebrei, inclusi gli interessi maturati. (riproduzione riservata)